“La felicità non è un ideale della ragione bensì dell’immaginazione”/“Happyness is not an ideal of the intellect but of the imagination”

E. Kant

Con l’innocenza della casalinga che sono,
dispongo la tavola di stiro insieme alla registrazione della voce
del mio scrittore preferito, nella sua prima lettura del 2013.
Parte la presentazione del decano dell’Università
che ha l’onore di ospitarlo mentre,
sotto le mie mani, scivola una tovaglia di lino:
stiro, cancello ogni piega del tessuto,
irroro, ripasso il ferro gravido di caldo fumante… Vaporoso.
Ricreo la superficie, dove ho servito prelibatezze ispirate da mio figlio.
Seconda presentazione: una bravissima professoressa di francese
racconta del desiderio di silenzio di lui,
cita testi che ho trattenuto nel corpo,
che mi hanno supportato quando il vuoto fuori era pari
a quello dentro e che sussurro al mio silenzio,
in bastarde traduzioni.
Ascolto con le mani occupate nell’asciugamano di cotone,
vecchio quanto le mie gravidanze ma intonso e profumato
quanto la mia memoria: stiro, seguo il suono,
noto la mancanza di vibrazioni ossee nel suono della voce,
ammiro la padronanza della struttura in una persona non francofona…
Stiro.
Silenzio.
Prendo tra le mani una camicia d’uomo:
“… quella che gli regalai per la laurea”, penso,
odoro, mi gusto l’aroma e ascolto.
Il suono dello strisciare d’una sedia accompagna l’arrivo
del mio interlocutore assente, lascia sentire il suo respiro
e la carezza sul microfono che accomoda per parlare.
Dice: “Grazie”.
Ringrazia l’organizzazione, le persone, poi propone tre canti e tre testi.
Si ascolta il cantico.
Silenzio.
Poi, lui legge. Io non stiro più.
Mi siedo ad ascoltare quella voce che aderisce perfettamente alla scrittura,
alla musica che suona, alla lingua che dice,
alla sua condizione definita da lui: “Io sono un lettore”.
Mi siedo nella vastità della mia piccola casa e piango di gratitudine.
Lui non sa.
Lui non saprà mai che ciò che dice, come lo dice, da dove lo dice,
attraversa l’anima di una donna che passa la vita
a stirare camicie d’un viaggiatore che l’abitò,
tovaglie di mille vite e anime spiegazzate.

Da qualche parte che non è qui e ora, che è qui e ora. 2013 – Maria A. Listur

 
“Happyness is not an ideal of the intellect but of the imagination”

E. Kant

With the innocence of the housewife that I am,
I arrange the iron board together with the registration of the voice of my favorite writer,
in his first lecture of 2013.
the presentation of the dean of the University that has the honor of hosting him starts while,
under my hand, a linen table cloth slides: I press, cancel each wrinkle of the texture,
I sprinkle, repress the flatiron pregnant with steaming heat… Vaporous.
I recreate the surface, where I have served delicacies inspired by my son.
Second presentation: a very good female professor of French tells about the desire of silence of him, quotes texts that I have held in my body,
that have supported me when the emptiness outside was matched to the one inside and that I whisper to my silence, in bastard translations.
I am listening with my hands occupied in the cotton towel,
old as much as my pregnancies but untouched and perfumed as much as my memory:
I press, follow the sound, notice the lack of bone vibrations in the sound of his voice,
I admire the mastery of the structure in a non-francophone person… I press.
Silence
I take in my hands a man shirt: “… the one I gave him for his graduation”, I am thinking,
I smell, savor the aroma and listen.
the sound of the dragging of the chair accompanies the arrival of my absent interlocutor,
he lets hear his breathing and the caress on the microphone that he adjusts to talk.
He says: “Thank you”.
He thanks the organization, the people, than he proposes three chants and three texts.
They all listen to the canticle.
Silence.
Then, he reads. I am not pressing anymore.
I sit to listen to that voice that adhere perfectly to the writing, to the music he plays, to the language he says, to the condition defined by him: “I am a reader”.
I sit in the vastness of my small house and cry of gratitude.
He doesn’t know.
He will never know that what he says, how he says it, from where he says it, goes through the soul of a woman that spends her life ironing the shirts of a traveller who inhabited her,
tablecloths of a thousand of lives and wrinkled souls.

Somewhere that is not here and now, that it is here and now. 2013 – Maria A. Listur