« … Ram esclamò : « Ham El Khior ! » che nella sua lingua significava : « Ho visto Dio ». Da allora fu noto col nome che giunse a noi come Melchiorre.»/ « … Ram exclaimed: « Ham El Khior! » which in his language meant: « I saw God ». From that point, he was known by the name Melchior.»

Dr. S. Atteshlis

-Non lo sopporto e non gli credo !
-Sono due cose ben diverse!
-Non lo sopporto e non gli credo per lo stesso motivo!
-Mmm…
-Non reggo più la gente che dice di fare quello che fa perché glielo dettano dall’alto! O dal basso! Oh! Dico io! Ste cazzate! Non ci credo!
-Quello mi è chiarissimo!
-Non fare la saccente con me!
-Stai interpretando… Credo che sei molto spaventata.
-E no! E no… E sì… Ma che vuol dire? Allora anche a me stanno dettando quello che sto a dire in questo momento!
-Mmmm…
-Ora rispondimi! Dai! Rispondimi!
-Per quel che so io, quello che dici è farina del tuo sacco.
-E come lo sai?
-Mmmm…
-Parla! Fatti dettare anche tu! Parla!
-Ti stai sfogando…
-Uno sfogo? Io sono avvelenata! L’ho pagato un sacco di soldi per fare il medico e questo mi parla di dettato spirituale! Di meditazione! Di respiro! A me che non respiro!
-Da come urli mi sembra che respiri molto meglio…
-Sì! Respiro meglio perché un coglione mi ha fatto arrabbiare! E sai che ti dico? La prossima settimana vado lì e lo insulto! Vediamo se non gli dettano un’incazzatura anche a lui!
-Sarebbe bello…
-Ah… Vedi che anche tu vorresti vederlo incazzato dall’alto!
-Sarebbe bello che tu tornassi da lui. Chissà che tra farina del tuo sacco e il sacco dell’Alto trovate un accordo…
-Tutta colpa tua che me l’hai fatto conoscere!
-Tra poco mi ribattezzeranno “Tuttacolpatua”.

Roma, quando l’amicizia sfora e trafora ma fa ridere.
2017 – Maria A. Listur

 
« … Ram exclaimed: « Ham El Khior! » which in his language meant: « I saw God ». From that point, he was known by the name Melchior.»

Dr. S. Atteshlis

-I can’t stand him and I don’t believe him!
-Those are two different things!
-I can’t stand him and I don’t believe him for the same reason!
-Umm…
-I can’t stand those people who say that they are doing what they are because it has been dictated to them from above! Or from below! Hey! I got to say it! Bullshit! I can’t believe it!
-That is quite clear to me!
-Don’t play the wise one with me!
-You are misinterpreting… I think you are very frightened.
-No! And no… And yes… But what does it mean? So me as well, I am also being dictated what I am saying at this moment!
-Ummm…
-Answer me! Come on! Answer me!
-For what I know whatever you say it’s all you.
-And how do you know?
-Ummm…
-Speak! Let yourself being dictated! Speak!
-You are just letting off steam…
-Steam? I am furious! I have paid him a lot of money to be the doctor and this guy talks about spiritual dictation! Meditation! Breathing! To me, who doesn’t breathe at all!
-Judging by how you are screaming it seems to me you are breathing much better…
-Yes! I am breathing much better because an asshole made me mad! And you know what? Next week I’ll go there and insult him! Let’s see if they dictate him a fit of rage as well!
-It would be nice…
-Ah… See, you also want to see him mad from above!
-It would be nice that you would return to him. Who knows that between your own thinking and the inspiration from above you guys can find an agreement…
-You have introduced him to me, it’s all your fault!
-From now on they’ll rename me “Allyourfault”.

Roma, when friendship exceeds and pierces but makes us laugh.
2017 – Maria A. Listur

DEL PERCHÉ AMMARARE/ON WHY DITCHING

Perché il cielo è l’infinito
e la terra esige ogni cura
invece il mare si difende
e ti sprofonda nell’onda.
Perché è facile dentro
tra le cose disfatte,
fanno soave mistura
colmano sì, l’incolmabile.
Perché la discesa solleva
come fa il firmamento,
altezza di ogni profondo,
incubo e sogno, d’ogni ala.

Ali-Spezzate-I-ProjectAli-Spezzate-II-Project

Le Spezzate Ali – In Progress – Porcellane
2016 – Maria A. Listur

Parigi, quando manifestare è festare.
2016 – Maria A. Listur

 

ON WHY DITCHING

Because the sky is infinite
and the earth requires every cure
the sea defends itself instead
and it sinks you in the wave.
Because it is easy inside
among the undone things,
they make a soft blend
they do fill, the unbridgeable.
Because the descent elevates
as the firmament does,
highness of each deepness,
nightmare and dream, of each wing.

Paris, when demonstrating is celebrating.
2016 – Maria A. Listur

AMORE/LOVE

Tutte le volte che ti perdo:
– nei surrogati della grazia,
nel futuro del passato,
nei trucchi del piacere,
nelle croste del non-detto,
nelle istituzioni amorose,
nella servitù del corpo,
nei gusti socio-imposti,
nei desideri inscatolati,
nel passato del presente –
all’eternità mi affido
che, compassionevole
in noi,
ti riporta.

False-Inclinazioni-I

False Inclinazioni I – 2015 – Maria A. Listur

Parigi, quando è notte ma, il cielo dice giorno.
2015 – Maria A. Listur

 

LOVE

Every time I lose you:
– in the surrogates of the grace,
in the future of the past,
in the tricks of the pleasure,
in the scabs of the un-said,
in the love intuitions,
in the servitude of the body,
in the tastes socially-imposed,
in the boxed up desires,
in the past of the present –
to the eternity I rely on
that, merciful
to us,
it brings you back.

Paris, when it is night but, the sky says day.
2015 – Maria A. Listur

Carnale/Carnal

Ogni incavo e rilievo scavano, modellano, fendono.
Ogni cavità e rialzo foggiano, plasmano, adattano.
Ogni solco e ruga isolano, levigano, curvano.

Rimangono tatuati, nell’aria intorno,
– Devoti e concreti come fossero corpo –
Brandelli regali, schegge compiute, ali!

Percorrono strade, sì, i tuoi baci. Cielo!
Rimembrano complessità prostrate.
Consolidano orizzonti crepuscolari.

Carnale-II

CARNALE II – 2015 – Maria A. Listur

Dove si può. 2015 – Maria A. Listur

 

Carnal

Each recess and protruding they excavate, model, cleave.
Each cavity and rise they shape, mold, adapt.
Each rut and crease they isolate, smooth, curve.

They remain tattoed, in the air around,
– Devoted and concrete as they were flesh –
Regal shreds, accomplished splinters, wings!

They walk the paths, yes, your kisses. Good heaven!
They resemble prostrated complexities.
They strengthen crepuscular horizons.

Where it is possible. 2015 – Maria A. Listur

“Tutto si separa, tutto torna a salutarsi; eternamente rimane a sé fedele l’anello dell’essere.”/“Everything parts, everything greets every other thing again; eternally the ring of being remains faithful to itself.”

Friedrich Nietzsche

Da un bel po’ di tempo, un giorno a settimana, in un angolo del mondo, si ripete questa situazione:

-Andiamo al negozio del riso?
-Sì, certo! Devo comprare qualcosa.
-Le marmellate te le ho portate io…
-Grazie!
-Quella di macedonia per tuo figlio e quella alla pesca per te.
-Molte grazie.
-Mangi i pomidoro ciliegina?
-Sì.
-Te li ho portati dal nostro orto.
-Non so come ringraziarti!
-Ma che dici! Aspetta ad assaggiare le crostatine con la nostra marmellata di more…
-Anche quelle?
-Sì! Le ho fatte per voi e per le figlie…
-Scusa ma non so come dirti grazie… Non è soltanto per il cibo, la qualità, le tue mani…

M’interrompo per abbracciarla.
Da un sorriso sereno che lascia intravvedere la quiete di chi sa dove collocare le proprie passioni, dice:

-Mi fa piacere.

Dopo i doni di squisitezze, parliamo delle nostre vite, ridiamo, ci confidiamo, infine ci salutiamo e contiamo di vederci la settimana successiva.

Lei torna a casa, dopo avermi regalato del tempo circolare e argentino: le sue marmellate mi riportano a una casa a San Rafael, Mendoza, dove mi lasciavano durante le assenze di mia madre e dove usavo la dispensa per nascondermi a leggere, a stare in silenzio in compagnia dei riflessi dorati di ogni tipo di marmellata. Invece, le crostatine hanno il profumo della casa di calle Marcos Paz a Buenos Aires, dove abitava la mia nonna paterna tra uccellini esotici e non, una tartaruga che amava travestirsi di roccia e un patio che sembrava un cuore monacale.
Ogni mela, susina, kiwi, uva, peperone, patata, sono perfetti, sani e curati come quelli della mia infanzia; idealizzati insieme ad alcune persone che incontrai per quell’eternità che è il crescere. E rimaste in me a mo’ di profumo, senza corpo.

La signora dei doni non sa che ogni suo gesto mi solleva dalla loro assenza, non sa di porgermi una nuova infanzia, ora scelta. Lei non sa di essere un ponte tra continenti, tra ciò che è stato e ciò che sarebbe potuto essere. Ignora totalmente che mentre mio figlio mangia i suoi frutti, riceve reminiscenze di quello che l’ha preceduto.

Io non riesco a dire altro che “grazie molte grazie non so come ringraziarti…” quindi, scrivo.
Scrivo nel silenzio della voce, grazie a quel confidarsi che agiscono, da dentro, gli assenti. Sono loro che hanno avuto bisogno d’incontrarla, portarla verso me e farle riempire la mia casa di marmellate: vogliono risanarmi di tutto il tempo che ci è mancato per dirci Addio.

Roma, quella di Laura-Paola. 2014 – Maria A. Listur
“Everything parts, everything greets every other thing again; eternally the ring of being remains faithful to itself.”

Friedrich Nietzsche

Since quite sometime, one day per week, in a corner of the world, this situation repeats:

-Shall we go to the rice shop?
-Yes, of course! I have to buy something.
-I brought you the marmalades…
-Thank you!
-The mixed fruits one is for your son and the peach one is for you.
-Many thanks.
-Do you eat cherry tomatoes?
-Yes.
-I got them for you in our vegetable garden.
-I don’t know how to thank you!
-Nonsense! Wait until you try the little tart with our blackberry marmalade…
-Those too?
-Yes! I made them for you and my daughters…
-I am sorry I don’t know how to thank you… It’s not just for the food, the quality, your hands…

I stop myself to hug her.
From a serene smile that let me glimpse the calm of who knows where to place her own passions, she says:

-It’s my pleasure.

After the presents of deliciousness, we talk about our lives, we laugh, we open up to each other, in the end we say goodbye and count on seeing each other next week.

She goes home, after giving me some circular and Argentinean time: her marmalades bring me back to a house in San Rafael, Mendoza, where they used to leave me during my mother’s absences and where I used the pantry to hide to read, to remain quiet in company of the golden glares of every kind of marmalade. On the other hand, the tarts have the scent of the house of calle Marco Paz in Buenos Aires, where my paternal grand mother lived among exotic birds and others, a turtle that loved to disguise itself as a rock and a patio that seemed a monastic heart.
Each apple, prune, kiwi, grape, pepper, potato, are perfect, healthy and cared as those of my childhood; idealized together with some people that I met in that eternity that is growing up.
And remained on me as an essence, with no form.

The lady of the presents doesn’t know that each gesture of hers lifts me up from their absence, she doesn’t know that she is giving me a new childhood, now chosen. She doesn’t know of being a bridge between continents, between what it has been and what it could have been. She completely ignores that while my son eats her fruits, he receives the reminiscences of what came before him.

I cannot say other that “I don’t know how to thank you…” therefore, I write.
I write in the silence of the voice, thanks to that entrusting that the absentees, from inside, act.
They are the ones that had the need to meet her, bring her to me and made her fill my house of marmalades: They want to heal me of all that time we didn’t have to say Good Bye.

Rome, that of Laura-Paola. 2014 – Maria A. Listur

“È nel ricordo che le cose prendono il loro vero posto.” /“It’s in the memory that things take their real place.”

Jean Anouilh

Il mio ospite ama il pane fresco. Troppo tardi per farlo a casa e troppo presto per uscire a comprarlo. Esco ugualmente, cammino quando il buio dell’inverno risparmia luce. Percorro Rue Saint Paul fino al fiume, attraverso il Ponte di Marie, davanti a me e in direzione opposta, un uomo attraversa la nebbia.
L’uomo sembra non avere fine, i limiti della sua sagoma si sfumano nell’umidità che scolpisce Parigi.
Ci guardiamo agli occhi. Lui mi sorpassa dalla parte della ringhiera. Percepisco il tremore del ponte. Ascolto i passi e il suono del suo impermeabile ammorbidito dall’umido. Dopo dieci passi ascolto anche la voce:

-Maria! Marilyn!

Mi giro di scatto prima d’arrivare all’isola di Saint Louis. Ricordo la voce. Non riesco ad associarla alla figura sfumata nell’alba. Corre verso di me e mi prende dalle braccia. Mi scuote delicatamente e ripete ai miei occhi attoniti:

-Non ti ricordi di me? Guardami.

Lo guardo e riesco a vedere il blu profondo degli occhi, diventati grigi dal riflesso del cielo. Non riesco a parlare. Insiste:

-Sono io.

Lo abbraccio e lo sento tremare nel petto, lui sembra fatto di vapore, io mi congelo. Gli sussurro all’orecchio:

-Ho freddo.
-Ma che fai a quest’ora per strada?

Non rispondo perché, ricordo. Lui insiste:

-Cosa fai?
-Una passeggiata fino all’apertura delle panetterie.
-Non sai che allegria mi dai!
-Vedo.
-Facciamo colazione insieme?
-No… Preferisco camminare.
-Ti accompagno?
-Grazie, preferisco continuare da sola.
-Sono a Parigi per due giorni, poi vado a Roma per altri due e alla fine del mese torno a casa. Ti va se ci sentiamo?
-Preferisco di no.
-Non sembri te…
-Allora come hai potuto riconoscermi?
-Dico per la mancanza di calore, non per il fisico.
-Ah…
-Pensi che ci sia qualcosa di cui dovremo chiarirci dopo…
-No.
-Mi ha fatto piacere vederti ma sento qualcosa che…
-La nebbia fa queste cose, ti fa incontrare gente che in realtà non esiste… Proviamo ad arrivare all’altra sponda.

Mi sommergo nello spirito di quella che fu l’isola dei Pazzi, mai sentita così a casa.

Parigi, mentre il fiume borbotta e il cielo accoglie… 2014 – Maria A. Listur

 

“It’s in the memory that things take their real place.”

Jean Anouilh

My guest loves fresh bread. Too late to make it in the house and too early to go out to buy it. I go out anyway, I walk when the darkness of winter saves light. I walk through Rue Saint Paul up to the river, I cross Marie Bridge, in front of me in the opposite direction, a man passes through the mist.
The man seems not having an end, the outlines of his silhouette are blurred in the humidity that engraves Paris.
We look at each other eyes. He passes me from the railing side. I sense the trembling of the bridge. I hear the steps and the sound of his raincoat-softened by the humidity. After ten steps I hear the voice as well:

-Maria! Marilyn!

I turn around before reaching the island of Saint Louis. I remember the voice. I cannot associate it to the blurred figure of the dawn. He runs towards me and take my arms. He shakes me delicately and repeats to my dumbfounded eyes:

-Don’t you remember me? Look at me.

I look at him I can see the profound blue of his eyes, that have become grey by the reflex of the sky, I cannot speak. He insists:

-It’s me.

I hug him and I can feel him shaking in the chest, he seems to me made of steam, I am frozen. I whisper in his ear:

-I am cold.
-What are you doing at this time in the street?

I don’t reply because, I remember. He insists:
-What are you doing?
-A stroll until the bakeries open.
-You don’t know how happy you make me!
-I see.
-Shall we have breakfast?
-No… I’d rather walk.
-Can I walk you?
-Thanks, I’d rather continue alone.
-I am in Paris for two days, then I am going to Rome for two more and at the end of the month I am going back home. Do you mind if we talk?
-I’d rather not.
-You don’t seem yourself…
-So how could you recognize me?
-I am saying it for the lack of warmness, not for the body.
-Ah…
-You think there is something we should clear later on…
-No.
-It made me happy to see you but I feel something that…
-Mist does this things, it makes you meet people that do not exist in reality… Let’s try to reach the other bank.

I submerge in the spirit of what it was the island of the Crazies, never felt so at home before.

Paris, while the river rumbles and the sky greets… 2014 – Maria A. Listur

Il cielo in terra/Heaven On Earth

per Diego C.

-Vieni qua, siediti qui. Mi disse guardandomi fisso negli occhi, sorridendo e segnalandomi la sedia accanto a lui.
-Sicuro? Chiesi.
-Sì. Vieni
Arrivata accanto a lui mi prese la mano e mi disse:
-Maria ti voglio tanto bene.
Mi commosse per l’intensità dello sguardo, per la mano soave che faceva fatica a prendere la mia.

Suo padre non ha mai avuto una grande vocazione per gli abbracci.
Suo padre aveva un’eleganza naturale di quelle che non si perdono mai, neanche nei momenti più delicati della giornata o in quelli più vulnerabili della vita. Prima di morire, ebbe una piccola paresi che bloccò la sua glottide dando alla sua voce un suono rauco che la rendeva ancora più affascinante e seducente, dovette usare il bastone per camminare e questo lo rese ancora più signorile aumentando la sua grazia, soprattutto se veniva guardato da una prospettiva posteriore. La difficoltà, il dolore, l’insensibilità lo resero ancora più elegante. Cambiò anche la sua distanza dal mondo. Con gli occhi riuscì ad abbracciare, a chiedere, a scusare.
Lei aveva diciassette anni, era incinta del primo figlio, leggeva per lui Checov nel giardino di quella che fu la loro ultima casa. Sentì il respiro del padre diventare lento, alzò lo sguardo e lo vide addormentato. Lo risvegliò carezzandogli la mano stanca, lui prima di aprire gli occhi sfiorò la sua con fatica, senza forza, poi, aprì gli occhi per guardarla sotto il “panama”; lei capì tutto prima che lui chiarisse:
-Ti ringrazio figlia mia, mi devi perdonare… Credo che sia ora d’andare. Si alzò e se ne andò.
Un mese dopo la loro lettura in giardino, quando le dissero che suo padre era morto in un incidente, lei alzò la testa verso il cielo pensando: “… non è vero, mio padre è morto mentre ascoltava Checov…”

L’ultima volta che mi avevano detto “ti voglio tanto bene” senza fretta, guardandomi profondamente negli occhi, senza far diventare quella dichiarazione un abbraccio o un bacio o un avvicinamento veloce, si trattava di mio figlio, prima di partire per l’Argentina, nel suo primo viaggio in Italia all’età di ventuno anni.
Questa volta, “Maria ti voglio tanto bene” me l’aveva detto una bocca di due anni, un cuore di cento, uno sguardo di mille. Io risposi timidamente: “… anche io…”, gli baciai la manina che teneva la mia e guardandolo negli occhi ricordai l’inizio del libro sull’effetto Isaia: “siamo venuti al mondo per amare e per trovare un amore perfino più grande di quello conosciuto dagli angeli del paradiso…”

Roma, inizio dell’estate nel freddo, 2010 – Maria A. Listur

Heaven On Earth
To Diego C.

-Come here, sit here. He said looking me straight in the eyes, smiling and showing me the chair next to him.
-Are you sure? I Asked.
-Yes. Come.
When I sat next to him he took my hand and said:
-Maria I really love you.
He moved me for the intensity of the glance, for the soft hand that was making a great effort to grab mine.

Her father wasn’t really been keen on hugs.
Her father had that natural elegance of those that never gets lost, not even in the most delicate time of the day or in the most vulnerable moments of life. Before dying, he had a very slight paresis that blocked his glottis giving to his voice an husky sound, which would make him more fascinating and seducing, he had to use a cane to walk and this made him even more gentlemanly increasing his grace, especially if he was seen from a back perspective. The difficulty, the pain, the insensibility made him even more elegant. Even his distance to the world changed. With his eyes he could embrace, ask, forgive.
She was seventeen, was pregnant of her first child and would read Chekov for him in the garden of what it was going to be their last home. She heard the breathing of her father becoming slow, raised her eyes and saw him asleep. She woke him caressing his tired hand, he caressed hers struggling before opening his eyes, with no strength, then, opened his eyes to look at her from below his “panama”; She understood everything before he clarified:
-I thank you my child, you have to forgive me… I think it’s time to go. He stood up and left.
A month later of that reading in the garden, after they told her that her father died in an accident, she raised her head towards the sky thinking: “…it’s not true, he died while he was listening to Chekov…”

The last time somebody had told me “I love you a lot” without rushing, looking me deeply in the eyes, without turning that statement in to a hug or a kiss or a fast approach, it had been with my son, before leaving for Argentina, in his first trip to Italy when he was twenty-one.
This time, “Maria I love you a lot” has been told to me by a two years old mouth, a heart of hundred, a glance of a thousand. I answered timidly: “ …I do too…”, I kissed his little hand that was holding mine and looking at him in his eyes I remembered the beginning of the book on the Isaiah effect: “we came in this world to love and to find a kind of love even more bigger than the one known by the angels in heaven…”

Rome, beginning of summer in coldness, 2010 – Maria A. Listur