“Non sarò più quel che ero. La pioggia trasforma l’acqua.”/“I will never be what I was. The rain transforms the water.”

Crista Wolf

C’era una grande collezione di bambole di tutte le dimensioni, di ogni tipo: piccole, parlanti, mezzane, cantatrici, di altezza naturale, gigantesse vestite da pagliaccio, babbi natale illuminati. Facevano terrore ma, poiché non si dava a vedere, continuavano ad arrivare a mo’ di dono; regalo ideale per una persona che aveva l’età di una bambina, senza la naturale freschezza del cuore.
Un giorno, sparirono due: una rossa e una bionda.
La bambina chiese alla madre:

-“Dove sono le bambole?”
-“Le ho regalate.”
-“Perché?”
-“Perché non c’è più spazio. E stanno arrivando altre…”
-“Ah…”
-“Ti dispiace?”
-“No…”
-“Non ti dispiace? Come che non ti dispiace!”
-“Volevo dire sì…”

A sei anni si può incominciare ad avere vergogna di non amare molte delle cose che
corrispondono all’età, ai gusti, alla proprietà, alle imposizioni.

C’erano ventuno anni di vita sintetizzati in quarantuno scatole da trasportare dall’Italia verso la Francia: libri, alcune opere d’arte, cristalleria, piatteria, biancheria, indumenti invernali, un computer. Arrivarono bagnati dalla pioggia e dalle lacrime di un tempo incredibile che si ripete senza sosta, che nutre l’oscuro privilegio di condividere tante piazze terrorizzate, templi aperti dove chiedere pace. Dentro alcune delle quarantuno scatole c’erano: purè di cristallo, salsa di ceramiche, polvere di porcellana; bestie sacrificali di un continuo movimento vestito da trasloco.
Un amico di quella che fu la bambina che non amava le bambole disse:

-“Mi dispiace.”
-“Anche a me ma passa.”
-“Soprattutto mi dispiace per questa qui…” Disse lui segnalando una scultura di fango.
-“Anche a me.”
-“Non possiamo salvarla?”

Lo chiese mentre il suono dei vetri che cadevano nel secchio della spazzatura si confondeva con le campane della chiesa vicina insieme alle sirene delle ambulanze e della polizia.

-“Possiamo… Pensa che l’ho portata a spalla da un continente all’altro.”
-“Dobbiamo salvarla.”
-“Salverò anche un piatto.”
-“Quale?”
-“Un regalo di mio figlio.”
-“Potresti salvare altro?”
-“Guarda dentro il secchio… Non c’è più nulla.”
-“Posso prendere questo pezzettino di ceramica? Sarebbe come salvare il cuore di un piatto.”

Lui prese un cerchio di ceramica bianca mentre le sirene delle ambulanze sospesero ogni senso di perdita. Poi, si guardarono agli occhi, quelli di lui erano pieni di lacrime. La donna che fu una bambina che non amava le bambole non sopportò la visione quindi, parlò:

-Da quando sono nata che cerco di salvare il mio di cuore! Rosso o Champagne? Qualche bicchiere è rimasto vivo… Sì?

Bambola-1

MUJER – Museo del Barro, Paraguay 2005

Nel ciclo del vivere. A Parigi, 2015 – Maria A. Listur

 

“I will never be what I was. The rain transforms the water.”

Crista Wolf

There was a great collection of dolls of all sizes, of every type: small, talking, medium size, singers, natural height, gigantic ones dressed as clowns, illuminating Santa Clauses. They were terrifying but, since it wasn’t shown, they kept on arriving as presents; ideal present for a person who had the age of a child, without the natural freshness of the heart.
One day, two disappeared: a redheaded one and a blond.
The girl asked her mother:

-“Where are the dolls?”
-“I gave them away as presents.”
-“Why?”
-“Because there is no more room. And more are coming…”
-“Ah…”
-“Do you mind?”
-“No…”
-“You don’t mind? How is it that you don’t mind!”
-“I meant I do…”

When I was six years old we can begin to be ashamed of not loving many of the things
that correspond to the age, the tastes, the properties, the impositions.

There were twenty-one years of life gathered in forty-one boxes to be moved from Italy to France: books, some pieces of arts, crystals, dishes, linens, winter clothing, a computer.
They arrived wet by the rain and the tears of an unbelievable weather that repeats endlessly, that nourishes the obscure privilege of sharing many terrorized squares, open temples where to ask for peace. Inside some of the forty-one boxes there were: puree of crystals, sauce of ceramics, porcelain dust; sacrificial beasts of a continuous movement dressed as a move.
A friend of that person that was the child who didn’t love the dolls said:

-“I am sorry.”
-“Me too but it will go away.”
-“Above all I am sorry for this one…” He said signaling a sculpture made of mud
-“Me too.”
-“Can’t we save it?”

He asked while the sound of the glasses that were falling in the trash bin was being confused with the bells of the nearby church together with the sirens of the ambulance and of the police.

-“We can… Consider that I brought it on my shoulder from a continent to the other.”
-“We have to save it.”
-“I will also save a dish.”
-“Which one?”
-“My son’s present.”
-“Could you save more?”
-“Look in the trash… There is no more.”
-“Can I take this piece of ceramic? It would be like saving the heart of a dish.”

He took a circle of white ceramic while the sirens of the ambulance suspended every sense of loss. Then, looking at each others eyes, his were full of tears. The woman who was the child who didn’t love the dolls didn’t bare the vision therefore, she spoke:

-Since when I was born I am trying to save my heart! Red or Champagne? Some glass is still alive… Yes?

In the cycle of living. In Paris, 2015 – Maria A. Listur