Alle metropoli dove, secondo James Hillman, “si fa anima”…/To the Metropolis Where, According to J. Hillman, “The Soul is Made”…

Riconosco la penuria della tua assenza
Nel frastuono dei silenzi obbligati
Nella critica feroce di chi dice d’abitarti
Negli occhi di chi annuncia “sto arrivando”
Nella rabbia che si lega alla campagna
Nella pena dei bambini senza scelta
In chi compra territori a due musei
– o il cinema lo vede più a casa –
In chi non sceglie poiché è senza scelta
In chi sceglie scappa arriva torna canta.
So che sai di memorie assai obliate,
Che sei origine utero causa. Sempre ala
Che richiami come un’àncora, le tue barche
– senza smuovere troppo le tue acque –
Che raccolto eterno di bellezza offri
E vederlo è privilegio d’ogni anima
Che non esiste chi distrugga la tua eco
Perché sai aspettare inginocchiata
Il rinnovo della tua voce mai annientata.

E ovunque io vada
da dentro
mi culli
delicata.

Mondi-3-7MONDI 3/7 – 2013 – MARIA A. LISTUR

In viaggio,
quando gli occhi cambiano ogni prospettiva,
dadno spazio alla circolarità.
2013 – Maria A. Listur


To the Metropolis Where, According to J. Hillman, “The Soul is Made”…

I recognize the sorrow of your absence
In the uproar of the obliged silences
In the ferocious criticism of who says to inhabit you
In the eyes of who announces “I am coming”
In the rage of who ties himself to the countryside
In the suffering of the children with no choice
In who buys the land from two museums
– or watches the cinema more in his house –
In who doesn’t choose because he has no choice
In who chooses runs arrives returns sings.
I know you know of memories long forgotten,
That you are origin uterus cause. Always wing
That you recall as a an anchor, your boats
– without rocking too much your boat –
What eternal story of beauty you donate
And to see it is a privilege of each soul
That it doesn’t exist who destroys your echo
Because you can wait knelt down
The renewal of your voice never annihilated.

And every where I go
from inside
you cuddle me
delicate.

On a journey,
when the eyes change each perspective,
giving space to circularity.
2013 – Maria A. Listur

Tegumenti/Integuments

-Che bella camicia!
-Bianca.

Vedo spesso lei. Pulita, impeccabile. Anche quando si nasconde dietro diversi indumenti riesco a rintracciarla sempre, specialmente durante le albe oscure e secche. Il suo rigore mi prende il gusto e non so quanto mi permetta di scegliere liberamente. La scelta somiglia sempre a lei, travestita da speranza di differenza. Lei, perfetta ogni mattina, in attesa di me, del mio involucro sottile, quella delicata frontiera che non riesce a separarmi dagli altri. Lei non mi ha mai fatto pensare, sempre pronta, mi ha insegnato a somigliare agli altri, a sembrare semplice e anche intoccabile; tranne che per la suora travestita da maestra argentina della mia quarta elementare…
Il pinguino umano urlò, dopo una lezione d’igiene:
-Listur, si metta in piedi!
Mi alzai sicura di aver commesso qualche orribile peccato ma, senza abbassare la testa, percorsi il corridoio tra le fila di banchi giusto fino alla lavagna, luogo dove la suora mi fece segno di voltarmi verso le mie compagne. Mi voltai accompagnata dalle sue parole:
-Mostri alle sue compagne cosa significa essere pulita! Guardate bene!
Mentre lei mi usò come esempio, io guardai le trentacinque bambine davanti a me, tutte vestite uguali. Notai che la differenza tra loro si trovava nella testa ma, non era data dal colore dei capelli coperti da una fascia bianca e legati a coda di cavallo, bensì dalla stanchezza.
A otto anni, tutte sembravano stanche.
C’erano stanchezze tristi, stanchezze nervose, stanchezze impaurite, stanchezze innamorate, stanchezze strafottenti, stanchezze gioiose.
Tutte rinchiuse in quella seconda pelle che ci uguagliava senza farci somigliare, avvicinare, relazionare: la divisa.
Scamiciata e calze blu notte, scarpe nere, cravatta azzurra e… camicina bianca!
La divisa era una camicia di forza! Ancora traspare sotto le nostre perfezioni e soprattutto sotto le nostre finte libertà.

-Volevo dirle che ammiro la cura con cui si veste…
-Grazie.
-Sono stata invadente?
-No, no, grazie. Devo andare.
-Credo che lei non gradisca i complimenti…
-Crede male.
-Non gradisce essere osservata, vero?
-Gradisco. Buona giornata.
-Molta fretta?
-Sì.
Mentre scendo le scale, sorrido stanca e penso di aver voluto rispondere con un testo di Giorgio Manganelli; mi ha salvato dall’incubo della giovinezza:
“Oggi non è il mio primo giorno di scuola. Non indosso grembiuli che mal si accorderebbero con la mia mole, la mia dignità generica, i miei occhiali pensosi, che sono la mia parte più squisitamente intellettuale. Sono esentato dalla marmellata, dai quaderni, dalle campanelle, e nessun bidello, nell’intera penisola, ha alcun potere su di me. Dal punto di vista della scuola, e di questo, fatale, iniziatico primo giorno, io sono un uomo libero. Non è un risultato da poco, e qualcuno vorrà sapere come mai io, che sono, tutto considerato, un inetto, sia riuscito a tanto. Il metodo è semplice: invecchiando.”

Roma! Grazie al mio Dio non mi hai conosciuta, da piccola! 2013 – Maria A. Listur

 

Integuments

-What a nice shirt!
-White.

I often see her. Clean, flawless. Even she hides behind several garments I am always able to track her down, especially after the obscure and dry dawns. Her rigor catches me the taste and I don’t know how it allows me to choose freely. The choice always seems like her, disguised in hope of difference. She, perfect every morning, waits for me, for my thin shell, that delicate frontier that doesn’t manage to separate me from the others. She never made me think, always ready, she taught me to be like the others, to look simple and untouchable; beside the nun disguised in a Argentinean teacher of my fourth grade time…
The human penguin yelled, after a lesson on hygiene:
-Listur, stand up!
I stood up sure of having committed some horrible sin but, without lowering my head, I walked the corridor between the rows of the school desks right up to the blackboard, the place where the nun made me sign to turn towards my classmates. I turned accompanied by her words:
-Show to your classmates what it means to be clean! Look well!
While she used me as an example, I looked at the thirty-five girls in front of me, all dressed the same. I noticed that the difference among them was in the head, it wasn’t given by the color of the hair covered by a white band and tied in a pony tail, but rather the tiredness.
At eight years old they all seemed tired.
There were sad tiredness, nervous tiredness, fearful tiredness, in love tiredness, impertinent tiredness, joyful tiredness.
All wrapped in that second skin that equalized us without making us look similar, get closer, relate: the uniform.
Pinafore and blue night stockings, black shoes, azure necktie and… white shirt!
The uniform was a straightjacket! And still shines through under our perfections and above all under our fake freedoms.

-I wanted to tell you that I admire the care with which you dress…
-Thanks.
-Have I been too invasive?
-No, no, thanks. I’ve got to go.
-I believe that you don’t appreciate compliments…
-You are wrong.
-You don’t like to be looked at?
-I do like it. Have a good day.
-In a hurry?
-Yes.
While coming down the stairs, I tiredly smile and think that I would have wanted to reply with a quote by Giorgio Manganelli; he saved me from the nightmare of my youth:
“Today it is not my first day of school I am not wearing school uniform that would not harmonize with my mass, my generic dignity, my thoughtful glasses, which is my most exquisitely intellectual part. I am exonerated from jam, from notebooks, from school bells, and no janitor, in the entire peninsula, has no power on me. From the school point of view, and of this, fatal, initiating first day, I am a free man. It is not a small result, and somebody will want to know how it is, that I, all things considered, an incompetent, could manage to do so much. The method is simple: by getting older.”

Rome! Thanks to my personal God you didn’t meet me, when I was little! 2013 – Maria A. Listur