“Il destino governa le vicende del genere umano con un ordine non riconoscibile.”/“Destiny rules the events of the human race with a not recognizable order.”

Seneca

-“La Ferita”? È un titolo che svela immediatamente, non c’è mistero!
-Infatti! Io sono fatta d’ombra, di notti imposte! La prego… Non mi parli di mistero! Non ora che sto imparando le leggi del sole…

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La Ferita – dettagli, 2001/17 – Roma Parigi/The Wound details, 2001/17 – Rome Paris – Gabriele del Papa ph    MD’art ed.

Parigi, quando l’inclinazione dei raggi m’indora e mi riscalda.
2017 – Maria A. Listur

 

“Destiny rules the events of the human race with a not recognizable order.”

Seneca

-“The Wound”? It’s a title that immediately reveals, there is no mystery!
-Exactly! I am made of shadow, of inflicted nights! I beg you… Don’t talk to me about mystery!
Not now when I am learning the laws of the sun…

Paris, when the inclination of the sunrays gilds me and warms me up.
2017 – Maria A. Listur

“L’arte è un anti-destino.”/“Art is an anti-destiny.”

André Malraux

-Non ha mai pensato di fare la cuoca?
-Fatto.
-Professionalmente?
-Sì.
-Quando?
-Ero giovane.
-Lei è giovane.
-Ero una giovane donna, avevo 27 anni.
-Per quanto tempo?
-Qualche anno.
-E poi ha cambiato mestiere?
-Non è mai stato il mio mestiere.
-Perché l’ha fatto?
-Perché dovevo procurarmi del denaro per vivere.
-E non sapeva fare altro?
-Certo! Ma si aveva bisogno di una cuoca…
-E lei si è inventata cuoca!
-No! Sapevo cucinare, qualcuno aveva bisogno di una cuoca e mi sono offerta.
-Dice “sapevo” come se quello che mi ha fatto mangiare non fosse parte di quel sapere…
– Cucinare per molte persone, e in modo continuato, è altro! Questo è soltanto un gesto!
-Un gesto squisito… Una sorpresa!
-Beh… Ho visto la cucina vuota e …
-… una specie d’invito…
-Sì… Una cucina bella e sola ha bisogno di compagnia.
-Il padrone di casa sarà felice!
-È una domanda indiretta?
-Non so essere veloce… Non amo il fast-food.
-La pietanza che le ho servito è un fast-food.
-Non sembra. Fidanzata col padrone di casa?
-Infatti non sembra…
-Sembra qualcosa di elaborato.
-Appunto. Come il buon fast-food.
-Cosa fa nella vita?
-Cucino, scrivo, canto e dipingo a casa degli amici.
-Ne ha molti?
-Non so se siano molti… Sono quelli giusti.
-Come si fa a sapere che sono quelli giusti?
-Non mi fanno mai rimanere troppo in cucina.
-Qual è il trucco per levarla dai fornelli?
-Permettermi di finire.
-Ha finito?
-Dipende da lei. Lei ha finito?

Parigi, liberté, égalité, fraternitè… et sans regrette…
2016 – Maria A. Listur

 

“Art is an anti-destiny.”

André Malraux

-Have you ever thought of being a cook?
-Done it.
-Professionally?
-Yes.
-When?
-I was young.
-You are young.
-I was a young woman, I was 27 years.
-For how long?
-Some years.
-And then you change job?
-It has never been my job.
-Why did you do it?
-Because I needed money to live.
-And you couldn’t do anything else?
-Sure! But a cook was needed…
-And you invented a cook!
-No! I knew how to cook, somebody needed a cook and I offer myself.
-You say “I knew” as if what you made me eat wasn’t part of that knowledge…
-Cooking for many people, and continuously, is something else! This is just a gesture!
-An exquisite gesture… A surprise!
-Well… I saw the empty kitchen and …
-… a sort of invitation…
-Yes… A beautiful and lonely kitchen needs company.
-The house owner will be happy!
-Is that an indirect question?
-I can’t be fast… I don’t love fast-food.
-The food I served you is a fast-food.
-Doesn’t seem like. Engaged with the house owner?
-As a matter of fact it doesn’t seem like…
-It seems something elaborate.
-Exactly. Like the good fast-food.
-What do you do in your life?
-Cook, write, sing and paint at my friends’ houses.
-Do you have many?
-I don’t know if they are many… I know they are the right ones.
-How do you know if they are the right ones?
-They never let me stay too long in the kitchen.
-What’s the trick to take you away from the stoves?
-Allowing me to finish.
-Have you finished?
-It depends on you. Have you finished?

Paris, liberty, equality, fraternity… and no regret…

“Destino per ognuno è il suo carattere.”/“Destine for everyone is its personality.”

Eraclito

“Quanti siamo!”, penso mentre mi accomodo al tavolo di un ristorante. “I tavoli sono troppo vicini….”, critico mentre noto che il luogo, come tanti altri luoghi contemporanei, ha perso il senso di spazio tra le persone e ha reso possibile l’ascolto involontario della deglutizione altrui.
Sono arrivata in anticipo e sono seduta verso l’entrata. Pregusterò la camminata dell’uomo che mi ha invitato; trasferisco a lui un mio piacere: camminare verso qualcuno che ama guardare, sentire come le ossa, i muscoli e i tendini si offrono all’occhio altrui. Il solo pensiero di queste sensazioni mi rende ancora più tonica, più alta, più curiosa.
Il mio corpo è interrotto dal tavolo accanto. Impossibile non sentire. Cerco di evitare la volontà d’ascolto ma, le frasi vicine sono aghi finissimi capaci di perforare il mio proposito:
-Sembri malata d’Alzheimer!
Gli occhi vogliono rintracciare la bocca che pronuncia la frase, guardo e immediatamente distolgo lo sguardo. Registro i corpi umani o disumani: una donna sulla quarantina e un uomo sulla cinquantina. L’uomo ribadisce:
-Non ricordi mai niente!
-Ma che dici? Ho dimenticato questa cosa ma…
-Dimentichi tutto!
-Non dire così che mi angosci…
-Ti angosci sempre!
-Stai generalizzando!
-No! Dimentichi e ti angosci! Ti angosci e dimentichi!
-Ma quello che mi hai detto è troppo brutto… Hai detto che sembro malata di Alzheimer e mia madre è malata di Alzheimer… Ti rendi conto?
-Te l’ho detto per dire! Non era per niente detto sul serio!
In quel momento, guardo entrambi. Lei gira il capo verso di me, mi trovo alla sua destra. Ci guardiamo. Lui legge il menù. Vorrei sorriderle ma non posso, siamo entrambi stupefatte. Il nostro sguardo dura un’eternità di trenta secondi. In quei trenta secondi, l’uomo dell’invito è arrivato al mio tavolo e dice simpaticamente:
-“Buonasera Signora…”.
Sposto lo sguardo su di lui, rispondo frastornata:
“Buonasera…”
Ascolto ancora la voce metallica dell’uomo del tavolo accanto che dice:
-Allora amore… Che cosa prendi?
Mi volto di scatto verso lei e la vedo con lo sguardo perso verso il mio “invitatore” che, senza sedersi, domanda:
-Non credi che tutto sia un po’ rumoroso?
Torno a noi:
-Sì, condivido.
-T’imbarazza se chiedo di essere spostati oppure di cancellare la prenotazione?
-Sono d’accordo.
Mi alzo, lui davanti a me guida. Non riesco a guardare la sua camminata che tanto m’incuriosiva, cammino e allo stesso tempo sono ancora con la donna del tavolo accanto, mi volto verso lei. Lei mi sorride, il suo uomo incalza:
-Allora? Che cosa prendi?
Lei abbassa lo sguardo e dice:
-Niente. Vado a casa.
Si alza e si dirige verso l’uscita. La seguo mentre attraversa la porta. Poi, mi lascio guidare verso la zona silenziosa del locale. Infine, il cameriere mi fa accomodare e il mio delicato compagno domanda:
-Trovi sia meglio?
-Sì. E tu?
-Sì, ma… Anche se non fosse stata una zona rumorosa avrei chiesto di cambiare posto.
-Come mai?
-Per scegliere insieme.

… in quel luogo dove si disimpara quello che non è nostro. 2014 – Maria A. Listur

 

“Destine for everyone is its personality.”

Heraclitus

“We are so many!”, I think while taking a seat at the table of a restaurant. “The tables are too close…”, I criticize while noticing that the place, as many other contemporary places, has lost the sense of space among the persons and has made it possible the unwilling hearing the deglutition of the others.
I arrived early and I am seated towards the entrance. I will foretaste the stride of the man who has invited me; I am transferring on him a pleasure of mine: walking towards somebody who loves to look, feeling like the bones, the muscles and the tendons are offered to the other’s glance. The only thought of these sensations makes me more tonic, taller, more curious.
My body is interrupted by the nearby table. Impossible not to hear it. I try to avoid the will to listen but, the nearby sentences are very thin needles capable of perforating my purpose:
-You seem like you have Alzheimer!
The eyes want to trace the mouth that pronounces the sentence, I look and immediately turn away. I memorize the human or inhuman bodies: A woman on her forties and a man on his fifties. The man restates:
-You never remember a thing!
-What are you saying? I did forget this thing but…
-You forget everything!
-Don’t say that you distress me…
-You are always distressed!
-You are generalizing!
-No! You forget and get distressed! You get distressed and forget!
-But what you said is far too bad… You said I look like I have Alzheimer and my mother has Alzheimer… Do you realize?
-I said it just so to speak! It wasn’t meant to be serious at all!
In that moment, I look at both. She turns her head towards me, I’m on her right. We look at each other. He is reading the menu. I would like to smile at her but I can’t. In those thirty seconds, the man of the invitation has arrived at my table and says nicely:
-“Good evening Madam…”.
I move my glance towards him, I reply dazed:
-“Good evening…”
I listen again to the metallic voice of the man of the nearby table who was saying:
-So Love… What are you having?
I suddenly turn towards her and see her with her glance lost in my “invitator” who, without sitting, asks:
-Don’t you think that everything is a little noisy?
I go back to us:
-Yes, I agree.
-Do you get embarrassed if I ask to be moved or cancel the booking?
-I agree.
I get up, He in front of me shows the way. I can’t look at his stride that I was so curious of, I am walking and at the same time I am still with the woman at the nearby table, I turn towards her. She smiles at me, her man insists:
-So? What are you taking?
She stares down and says:
-Nothing. I am going home.
She stands up and goes towards the exit: I follow her while she passes the door. Then, I let myself being guided towards a silent spot of the place. The waiter seats me down and my delicate companion asks:
-You find it better?
-Yes. And you?
-Yes, but… Even if it hadn’t been a noisy spot, I would have asked to change place.
-How come?
-To choose together.

… in that place where it is unlearned what it isn’t ours. 2014 – Maria A. Listur