BUILDING

“E fu nient’altro che suono”

disse chi ascoltò l’universo

come negli incontri che siamo

tu ed io, costruttori ambiziosi

di mondi fluttuanti, viaggiatori

a spasso nel tempo, umani

alla ricerca di diritti sognati

qui è ora, carne della nostra

carne e soffio, respiro e sangue.

Daehyun Kim, aka Moonassi, 우주 건너

ACROSS THE UNIVERSE, 2009

Parigi, in un abbraccio.

2021, Maria A. Listur

 

BUILDING

“And it became nothing but sound”

said the one who listened to the universe

as the encounters we are

you and me, ambitious builders

of fluctuant worlds, travelers

riding through time, humans

in search of dreamt rights

here is now, flesh of our

flesh and blow, breath and blood.

 

Paris, in an embrace.

2021, Maria A. Listur

Frontiere/Frontiers

Si spostano alcune frontiere nell’uscire da casa:
la solita strada, conosciuta e ignota,
altre porte d’aprire e da chiudere,
il ripetersi di certi ritorni… Che dire dunque
di quelle che sono speranze affogate nel grido
o di quelle fatte di feroce silenzio,
mai raggiunte, sprofondate?

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Se Réfugier, Tracer l’éphémère VII/21 – 2019
Gabriele del Papa ph

Parigi, quando il senso è servire gli altri,
nella limitatezza del proprio sguardo.
2019 – Maria A. Listur

 

Frontiers

By leaving the house some frontiers are moved:
the usual street, known and unknown,
other doors to open and to close,
the repeating of some returns… What to say
about those hopes drowned in the scream
or those made of wild silence,
never achieved, sunk?

Paris, when the sense is to serve the others,
in the narrowness of our own glance.

2019 – Maria A. Listur

Finire in bellezza/Finishing at Best

Lei ascoltava Krishnamurti a Saaden; per riposarsi attaccava le amache tra le canne fumarie dei crematori, passava la notte sotto l’organo d’una vecchia chiesa e insegnava musica ai bambini. Gli anni migliorano sempre di più i suoi magnifici riccioli neri, la bocca che canta mentre bacia e il suo andare avanti in dietro per colmare il vuoto che crea l’assenza di riconoscimento.
Camminavamo in una notte rituale di primavera quando mi disse:
-Tu allontani gli uomini perché cerchi di fargli vedere che sono molto di più di quello che pensano di essere…

Quando mio fratello era piccolo, aveva i capelli come quelli che immagino siano degli angeli: biondi, ricci, morbidi. Mi portava dell’acqua in camera ogniqualvolta mi rinchiudevo a piangere perché mia madre m’aveva chiuso la bocca “denunciatrice” con uno schiaffo. Chiudermi in camera era una protesta silenziosa alla violenza, mio fratello partecipava come mio sostenitore esterno:
-Ora basta! …esci dalla camera e vieni a mangiare… Lei non capisce quello che le dici… perché devi sempre parlare di diritti…?!! Diceva lui cercando di evitare la mia caduta nello sciopero della fame.
Non lo vedo da tanti anni, so della sua vita senza esserne parte ma, ovunque vado, penso di poter contare su quella mano che apriva la porta della camera, appoggiava per terra il bicchiere d’acqua o di latte insieme a un piccolo piatto con delle “tortitas”.
Negli anni, ho sentito che nessuna tata, nessun parente, nessun amore, nemmeno i miei genitori avessero pensato alla mia fame e anche se non ho mai patito la fame davvero, immaginavo che se uno di loro avesse aperto la porta della camera per nutrirmi, mi avrebbe generato un calore allo stomaco capace di sostenermi davanti alla prepotenza.
Tornai a trovare mio fratello qualche anno fa, gli raccontai che portavo con me le sue accortezze che da piccola mi avevano riscaldata, quei gesti che lo rendevano unico. Lo ringraziai commossa. Lui mi disse:
-Veramente era la mamma che preparava tutto dicendomi sempre la stessa frase: “Vai a portare un po’ di latte alla rivoluzionaria!”. Io rimasi sorpresa per lo svelamento e davanti al mio sgomento mio fratello aggiunse: -Ma… se lei non me l’avesse chiesto io t’avrei portato ugualmente il latte con le “tortitas”, in capo al mondo! Lo sai vero?

Ha ragione la mia amica quando dice che guardo una proiezione -per me bella- di chi ho davanti. Senza la prospettiva della bellezza mi risulta un po’ difficile relazionare. Credo che lei faccia la stessa cosa che faccio io ma, da tanto tempo, che non riesce a riconoscere il suo sguardo illuminante. Lei lo fa con il suo sposo. Attende ancora quella costruzione dell’uomo che soltanto lei sa che lui è ma che lui ancora non riflette sul proprio specchio. Guardandoli ridere nel loro giardino, vicini e sconosciuti, liberi e distanti, pensai ad una frase del libro di Emmanuel: “L’amore non è limitato alla personalità fisica, all’esperienza umana. E’ qualcosa di più grande. Le persone si uniscono per esplorare l’amore molto al di là dei concetti della loro mente o di ciò che potrebbero scoprire a livello fisico. Alcuni possono unirsi per scoprire qual è la natura dell’amore quando esso deve andarsene.”

Roma, caldo e luce, 2010 – Maria A. Listur

Finishing at Best

She would listen to Krishnamurti at Saaden; to rest, she would hang hammocks between the chimneys of the crematoriums, she would spend the night under the pipe organ of an old church and she used to teach music to children. Years are making better her magnificent black curls, her mouth that kisses while singing and her going back and forth to fill the emptiness that comes from the absence of recognition.
I was walking in a ritual night of spring when she said to me:
-You push away men because you try to make them see that they are much more than what they think they are…

When my brother was a child, he had hairs like what we imagine to be those of angels: blond, curly and soft.
He used to bring me water in my room every time I would lock my self in to cry because my mother had shut my “denouncing” mouth with a slap. To close myself in my room was a silent protest against violence; my brother would participate as an external supporter:
-Now stop it! …get out of the room and come to eat… She doesn’t understand what you are telling her… why do you always have to talk about rights?!! He would say trying to avoid my calling out a hunger strike. I haven’t seen him since long ago, I know about his life without being part of it, but everywhere I go I think I can always count on his hand, which, opening the door of the room, would leave on the floor a glass of water or milk with a small plate with some “tortitas”.
In years have always felt that no nanny, no relative, not even my parents had ever thought about my hunger when I locked myself in my room and even if I wasn’t really hungry, I imagine that if one of them could have opened the door of my room to nourish me, could had create a warm feeling in my belly capable of making me stand in front of every type of abuse.
I went to visit my brother few years ago, I told him that I still had in me his kindness which when I was little had warmed me up, those gestures had made him unique. I thanked him moved. He said:
-To be honest it was mom who would fix everything always saying the same sentence: “Go bring some milk to the revolutionary!” I was shocked for the revelation and seeing my dismay my brother added:
-But… even if she wouldn’t ask me I still would have brought you milk and “tortitas”, anywhere in the world! You know that, right?

My friend is right when she says that I look at a projection – beautiful to me – of whoever is in front of me. It is quite difficult to me to connect without the perspective of beauty. I think that she does the same thing that I do, but it’s been so long that she doesn’t recognize her enlighting glance anymore. She does it with her spouse. She still waits for that construction of man that she knows he is but that he doesn’t reflect it on the mirror yet. Watching them laughing in their garden, so close and unknown, free and distant, I thought about a phrase of the book of Emmanuel: “Love is not limited to the physical personality, to the human experience. It is something much bigger. People get together to explore love much further than the concepts of their mind or of what they could discover at a physical level. Some may get together to discover which is the nature of love when it has to end.”

Rome, heat and light, 2010 – Maria A. Listur