“Un uomo affamato non è un uomo libero.”/“A hungry man is not a free man.”

Adlai Stevenson

M’incammino, sotto un cielo invernale di piena estate, verso un atelier di danza associata alla medicina. L’approccio è quello che solitamente ho trovato in quasi tutti i luoghi da me frequentati a livello di ricerca corporea, voglio dire: “Ecco la verità!”. Ed io che di verità non capisco niente, non riesco nemmeno a definire la parola, mi lancio con vocazione suicidaria – ogni volta – alla ricerca di un nuovo sguardo. Quello che solitamente trovo è altro rispetto a quello che mi fa partecipare, e va bene così! Perciò, m’incammino verso il nuovo ponte da cui lanciarmi (il fiume dà speranze di salvezza: il suicida, nei miei sogni, si salva…), mi sono preparata, ho studiato ogni cosa sulla disciplina e mi sento a cuore aperto. Arrivo sul posto, i prenotati sono di più di quelli che si è immaginato, si dà precedenza ai primi, io rimango sul marciapiede guardando verso l’interno dove una massa di persone commenta la disorganizzazione, soltanto una testa più alta della mia, che mi ricorda qualcuno, si volta verso me ed incomincia a uscire. Io accetto la fatalità dell’impresa e decido di cambiare direzione: un thè vicino alla Bastille mi riscalderà prima di tornare a casa. Mentre sto dirigendo lo sguardo verso terra, ascolto:
-Maria!
Mi volto verso la voce: coincide con la testa alta che guardava avanti! Non riesco a proferire una parola. Lui si fa spazio tra la gente come fosse d’acqua, mi raggiunge e mi abbraccia con la dimestichezza, delicatezza e semplicità del tempo in cui fummo una famiglia. Dice:
-Sapevo che ti avrei trovata qui! Ma! Sei troppo dimagrita!
-Grazie.
-Non è un complimento!
-Molte grazie.
-Come mi trovi?
-Bello e…
-Veramente?
-Sì. Bellissimo e… vecchio. Quel che siamo, no?
-Non possiamo entrare al corso quindi, che ti sembra se andiamo a mangiare qualcosa?
-Grazie, non posso.
-Ma dai! Raccontiamoci un po’ di noi! Parto domani per casa e veramente sono venuto pensando che ti avrei incontrata… Non me ne frega niente del corso! Non mi dire che non conosci le cose che propongono questi qui?
-Per sapere se le conosco dovrei partecipare… Non era più facile contattarmi via mail?
-Avrebbe perso la magia! Tu sai…
-Buon ritorno a casa. Voglio andare.
-Ti ho disturbato?
-Quando?
-Ora.
-No, è una bella sorpresa…
-Io sono felice di vederti! Non ho mai dimenticato! Sei sempre con me! Ci credi?
-Ci credo. Molte grazie.
-Di cosa?
-Del momento.
-Niente pranzo?
-Sai che sono una digiunatrice… Preferisco ringraziare per tutti i pranzi che abbiamo già fatto…

Parigi, quando il passato sottovaluta il cambiamento. 2016 – Maria A. Listur

 

“A hungry man is not a free man.”

Adlai Stevenson

I start walking under a winter-like sky in full summer, towards an atelier of a dance associated to medicine: The approach is the same of the one that usually I have found in almost every place that I have been to at a corporal research level, I mean: “here is the truth!”. And I who do not understand anything about truth, can’t even define the word, I throw myself in a suicidal vocation – every time – in the search of a new glance. What I usually find is something else compared to what makes me participate, and it’s all right anyway! Therefore I start walking toward the new bridge from where to jump (the river gives hope of salvation: the suicide victim, in my dreams, saves himself…) I have prepared, I have studied every thing about the discipline and I feel open hearted. I arrive to the place, the people who have booked are more than it has been imagined, priority is given to the first ones, I am staying on the sidewalk looking toward the inside where a mass of people is commenting the disorganization, only the head taller than mine, that reminds me of someone, turns toward me and starts heading out. I accept the fatality of the task and start to change direction: A tea near Bastille will warm me up before going back home. While I am directing my glance toward the ground, I hear:
-Maria!
I turn to the voice: it matches with the high head that was looking forward! I am unable to say anything. He works his way between people as they were water, he reaches me and hugs me with that familiarity, tenderness and simplicity of that time that we were family. He says:
-I knew I would have found you here!
-Thanks.
-It’s not a compliment!
-Thanks a lot.
-How do you find me?
-Beautiful and…
-Really?
-Yes. Very beautiful and… old. That’s what we are, right?
-We can’t participate at this class so, what do you think about going to eat something?
-Thanks, I can’t.
-Come on! Let’s talk about us! I am leaving tomorrow and I really came thinking that I would have met you… I could careless about the class! Don’t tell me you don’t already know the things that this guys are talking about?
-To understand if I know I should participate… wasn’t it easier to contact me through mail?
-The magic would have been lost. You know…
-Safe trip home. I want to go.
-Have I disturbed you?
-When?
-Now.
-No, it was a nice surprise…
-I am happy to see you! I have never forgot! You are always with me! Do you believe it?
-I do. Thanks a lot.
-For what?
-For the moment.
-No lunch?
-You know I fast… I’d rather thank for all the lunches we have already had …

Paris, when past underestimates the changing. 2016 – Maria A. Listur

Finire in bellezza/Finishing at Best

Lei ascoltava Krishnamurti a Saaden; per riposarsi attaccava le amache tra le canne fumarie dei crematori, passava la notte sotto l’organo d’una vecchia chiesa e insegnava musica ai bambini. Gli anni migliorano sempre di più i suoi magnifici riccioli neri, la bocca che canta mentre bacia e il suo andare avanti in dietro per colmare il vuoto che crea l’assenza di riconoscimento.
Camminavamo in una notte rituale di primavera quando mi disse:
-Tu allontani gli uomini perché cerchi di fargli vedere che sono molto di più di quello che pensano di essere…

Quando mio fratello era piccolo, aveva i capelli come quelli che immagino siano degli angeli: biondi, ricci, morbidi. Mi portava dell’acqua in camera ogniqualvolta mi rinchiudevo a piangere perché mia madre m’aveva chiuso la bocca “denunciatrice” con uno schiaffo. Chiudermi in camera era una protesta silenziosa alla violenza, mio fratello partecipava come mio sostenitore esterno:
-Ora basta! …esci dalla camera e vieni a mangiare… Lei non capisce quello che le dici… perché devi sempre parlare di diritti…?!! Diceva lui cercando di evitare la mia caduta nello sciopero della fame.
Non lo vedo da tanti anni, so della sua vita senza esserne parte ma, ovunque vado, penso di poter contare su quella mano che apriva la porta della camera, appoggiava per terra il bicchiere d’acqua o di latte insieme a un piccolo piatto con delle “tortitas”.
Negli anni, ho sentito che nessuna tata, nessun parente, nessun amore, nemmeno i miei genitori avessero pensato alla mia fame e anche se non ho mai patito la fame davvero, immaginavo che se uno di loro avesse aperto la porta della camera per nutrirmi, mi avrebbe generato un calore allo stomaco capace di sostenermi davanti alla prepotenza.
Tornai a trovare mio fratello qualche anno fa, gli raccontai che portavo con me le sue accortezze che da piccola mi avevano riscaldata, quei gesti che lo rendevano unico. Lo ringraziai commossa. Lui mi disse:
-Veramente era la mamma che preparava tutto dicendomi sempre la stessa frase: “Vai a portare un po’ di latte alla rivoluzionaria!”. Io rimasi sorpresa per lo svelamento e davanti al mio sgomento mio fratello aggiunse: -Ma… se lei non me l’avesse chiesto io t’avrei portato ugualmente il latte con le “tortitas”, in capo al mondo! Lo sai vero?

Ha ragione la mia amica quando dice che guardo una proiezione -per me bella- di chi ho davanti. Senza la prospettiva della bellezza mi risulta un po’ difficile relazionare. Credo che lei faccia la stessa cosa che faccio io ma, da tanto tempo, che non riesce a riconoscere il suo sguardo illuminante. Lei lo fa con il suo sposo. Attende ancora quella costruzione dell’uomo che soltanto lei sa che lui è ma che lui ancora non riflette sul proprio specchio. Guardandoli ridere nel loro giardino, vicini e sconosciuti, liberi e distanti, pensai ad una frase del libro di Emmanuel: “L’amore non è limitato alla personalità fisica, all’esperienza umana. E’ qualcosa di più grande. Le persone si uniscono per esplorare l’amore molto al di là dei concetti della loro mente o di ciò che potrebbero scoprire a livello fisico. Alcuni possono unirsi per scoprire qual è la natura dell’amore quando esso deve andarsene.”

Roma, caldo e luce, 2010 – Maria A. Listur

Finishing at Best

She would listen to Krishnamurti at Saaden; to rest, she would hang hammocks between the chimneys of the crematoriums, she would spend the night under the pipe organ of an old church and she used to teach music to children. Years are making better her magnificent black curls, her mouth that kisses while singing and her going back and forth to fill the emptiness that comes from the absence of recognition.
I was walking in a ritual night of spring when she said to me:
-You push away men because you try to make them see that they are much more than what they think they are…

When my brother was a child, he had hairs like what we imagine to be those of angels: blond, curly and soft.
He used to bring me water in my room every time I would lock my self in to cry because my mother had shut my “denouncing” mouth with a slap. To close myself in my room was a silent protest against violence; my brother would participate as an external supporter:
-Now stop it! …get out of the room and come to eat… She doesn’t understand what you are telling her… why do you always have to talk about rights?!! He would say trying to avoid my calling out a hunger strike. I haven’t seen him since long ago, I know about his life without being part of it, but everywhere I go I think I can always count on his hand, which, opening the door of the room, would leave on the floor a glass of water or milk with a small plate with some “tortitas”.
In years have always felt that no nanny, no relative, not even my parents had ever thought about my hunger when I locked myself in my room and even if I wasn’t really hungry, I imagine that if one of them could have opened the door of my room to nourish me, could had create a warm feeling in my belly capable of making me stand in front of every type of abuse.
I went to visit my brother few years ago, I told him that I still had in me his kindness which when I was little had warmed me up, those gestures had made him unique. I thanked him moved. He said:
-To be honest it was mom who would fix everything always saying the same sentence: “Go bring some milk to the revolutionary!” I was shocked for the revelation and seeing my dismay my brother added:
-But… even if she wouldn’t ask me I still would have brought you milk and “tortitas”, anywhere in the world! You know that, right?

My friend is right when she says that I look at a projection – beautiful to me – of whoever is in front of me. It is quite difficult to me to connect without the perspective of beauty. I think that she does the same thing that I do, but it’s been so long that she doesn’t recognize her enlighting glance anymore. She does it with her spouse. She still waits for that construction of man that she knows he is but that he doesn’t reflect it on the mirror yet. Watching them laughing in their garden, so close and unknown, free and distant, I thought about a phrase of the book of Emmanuel: “Love is not limited to the physical personality, to the human experience. It is something much bigger. People get together to explore love much further than the concepts of their mind or of what they could discover at a physical level. Some may get together to discover which is the nature of love when it has to end.”

Rome, heat and light, 2010 – Maria A. Listur