“Perché parlare di relazione quando ancora gli incontri sono nient’altro che un’opposizione a qualcos’altro? Perché parliamo di relazione quando ancora non siamo usciti dal meccanismo “sono d’accordo con mamma/sono d’accordo con papà”?”

M° V.N. 

Mia grazia,

non appesantirti coi bambini 

quelli che alla porta della vita rimangono

sospesi nei secoli, o nelle ore del prima

o nel breviario di comodissime emozioni

che sembrano vere 

che la guerra apparecchiano

quella di casa, imparata a tavola

da coloro che da oltre il metro d’altezza 

determinano l’esser famiglia 

oltre natura, oltre qualcosa 

che si permette di essere. 

Cosa?

La famille blanche des Vincent et la noire des Christie.

Parigi, mentre si studia. Grazie M° V.N. 

2020 – Maria A. Listur

 

“Why talking about the relation when the encounters are nothing but an opposition to something else? Why do we talk about relation when we still haven’t come out of the mechanism “I agree with mom/I agree with dad?”
M° V.N.

Dear grace,
don’t get strained with the children
those that remain at the door of life
suspended in the centuries, or in the hours of the before
or in the handbook of very comfortable emotions
that appear to be real
that set for war
the one of home, learned at the table
from those who beyond the meter of height
determinate being a family
beyond nature, beyond something
that allows itself to be.
What?

Paris, while studying. Thank you M° V.N.
2020 – Maria A. Listur

“Se, in famiglia, continuiamo a perdere la fiducia, avremo sempre più bisogno di affidare l’intimità ad altri…”/“If, in the family, we keep on losing faith, we will have more and more need to entrust others with our intimacy…”

Dott. L. S. Roma 1994

Arrivo in una casa piena di scatole impilate, al cospetto di una madre/nonna e di un compagno, alla stregua del primo parto di chi sono venuta a trovare.
Trovo la madre del bebè prona sul letto, trasversale e gemente di dolore. Chiedo se mi posso sdraiare accanto a lei, la conosco da tanti anni, l’ho accompagnata -per sua richiesta- nell’apertura di sentieri di creatività, attraverso diversi linguaggi corporei. Lei mi fa un cenno con la mano per indicarmi dove sdraiarmi. Mi sdraio e appoggio la mia testa parallelamente alla sua. Lacrime di dolore le solcano le guance e stanno creando un laghetto sulla coperta. Le chiedo cosa hanno detto i medici, lei m’indica i medicinali, con un filo di voce dice che il dolore non passa. Chiedo cosa ha fatto sua madre per aiutarla, lei risponde: “Niente, cerca di aiutarmi ma, che vuoi che faccia? È già tanto se non mi critica…” Piange ancora, il dolore le impedisce di soffiarsi il naso. Appoggio una mano sulle sue lombari, lei dice “Grazie…” Chiedo se vuole che chiami il compagno, lei dice: “No ti prego! Che vuoi che faccia? Lascialo stare! Piuttosto mettimi la mano più in basso…” Vado con la mano sull’osso sacro. Lei sospira. Le racconto, cercando di distrarla, delle mie di emorroidi quando è nato il mio enorme e roseo figlio, che attraversò il mio corpo in soltanto una spinta! Lei cerca di ridere ma il dolore la blocca. Le chiedo se ha provato a usare qualcosa di fresco o se le hanno ricettato qualche olio per la zona, lei mi segnala una crema sul tavolino da notte. Mi richiede la mano sull’osso sacro, torno con la mano e poi le chiedo se qualcuno in casa può aiutarla a rinfrescarsi o darle dell’olio, o della crema sulla parte infiammata, lei risponde: “Ma chi vuoi che lo faccia… Figurati! Piccini… Non capiscono niente!”. Mentre vedo scorrere altre lacrime verso il laghetto sulla coperta, la saliva le scivola dalla bocca senza consapevolezza, il dolore le sta regalando dieci anni di vecchiaia sul viso; faccio scendere la mia mano sulla linea divisoria dei glutei, volto le dita verso il perineo, lei sospira nel sollievo. Ora mi rendo conto che l’imbarazzo non le permetterà di chiedermi ciò che serve quindi, sono io a chiedere: “Vuoi che ti rinfreschi e ti passi dell’olio?” Volge tutto il viso verso il letto e con la voce sommersa nelle coperte risponde: “Sì. Ti prego, aiutami.”
Lavare, rinfrescare, oliare infine, dormire… Quante cose imparate dalle vecchie signore di una cittadina ai piedi della Cordigliera delle Ande! Mentre lo faccio, penso a quanti gesti amorosi si potrebbero manifestare in quelle azioni che non si compiono –spesso- per gli altri, neanche per i nostri familiari adulti, come se fossero “il proibito” o meno dei baci. Più dei baci?
Quando si addormenta, vado via. Mi lascio abitare dalla gratitudine che ogni tipo d’intimità dà alla nostra storia, a quel che resta quando le persone non ci sono più.

Parigi, nel ricordo di una Roma che sembrava una scenografia. 2016 – Maria A. Listur

 

“If, in the family, we keep on losing faith, we will have more and more need to entrust others with our intimacy…”

M.D. L. S. Rome 1994

I enter in a house full of stocked boxes at the presence of a mother/grandmother and of a companion, involved in the first childbirth of whom I came to visit.
I find the mother of the baby laid prone on the bed, diagonal and suffering from pain. I ask if I can lay down next to her, I have known her for many years, I have been with her – for her request – in the opening of paths of creativity, through many corporeal languages. She shows me where to lay. I lay down and place my head parallel to hers. Tears of pain are groove her cheeks and are creating a little pond on the blanket. I ask her what have the doctors said, she points at the medicines, and with a feeble voice tells me that the pain doesn’t go away. I ask her what has her mother done to help her, she replies: “Nothing, she is trying to help but, what can she do? It’s just enough that she doesn’t criticize me…” Cries more, pain impedes her to blow her nose. I place my hand on her lumbar region, she says “Thank you…” I ask her if she wants me to call her companion, she says: “No I beg you! What can he do? Let him be! Rather, why don’t you put your hand lower…” I put my hand on her sacrum. She sighs. I tell her, trying to distract her, about my hemorrhoids when my enormous and pink son was born, he came through my body with only one push! She tries to laugh but pain blocks her. I ask her if she has tried to use something fresh or if they have prescribed her some oil for the area, she shows me a cream on the night table. She asks me again the hand on the sacrum, I put back the hand and then I ask if someone in the house can help her in refreshing herself or pass some oil, or the cream on the inflamed part, she replies: “Who do you think can do that… Come on! Poor guys… They don’t have a clue!” While I see other tears running down towards the pond on the blanket, saliva slips out her mouth unconsciously, pain is giving her ten years of oldness on her face; I let my hand slip down towards the dividing line of the buttocks, I turn the fingers toward the perineum, she sighs of relief. Now I realize that the embarrassment won’t let her ask me what it is necessary therefore, it’s me asking: “ Do you want me to refresh you and pass you some oil?” She turns her whole face toward the bed and with the voice submerged in the blankets she replies: “ Yes. I beg you, help me.”
Washing, refreshing, oiling and finally, sleeping… So many things learned from old ladies of a citadel at the foot of the Cordillera of the Andes! While I am doing that, I think about how many love gestures could be manifested in those actions that are not carried out – often – for the others, not even for our adult family, as if they were “the forbidden thing” or less then kisses. More than kisses?
When she falls asleep, I leave. I let myself be inhabited by gratitude that each type of intimacy gives us to our story, by what remains when people aren’t there anymore.

Paris, in the memory of a Rome that seemed a scenography. 2016 – Maria A. Listur

“Non tutti possono essere orfani.”/“Not all can be orphans.”

Jules Renard

-“Mi vergogno di te… “
Io alzo lo sguardo dal mio libro in direzione della voce maschile che ha pronunciato la frase, nella traiettoria del mio sguardo incontro quello di una donna che, come me, ha cercato l’origine del suono e la cacofonia dell’idea. Sembra che stiamo ad aspettare una risposta della donna che si trova accanto a lui ma lei, guarda dritto, davanti a se, svuotata, leggera come se stesse per prendere il volo, assente, quindi, abbassiamo lo sguardo e torniamo alla lettura dentro l’autobus che ci porta in aeroporto.
Lui, insiste:
-“Sì… Io non saprei come presentarti ai miei amici… Alla mia famiglia… Cosa potrei dire? Mi vergogno, sì… Mi vergogno.”
-“Capisco.” Risponde la donna, talmente leggera da sembrare trasparente.
La mia complice ed io ci guardiamo ancora, lei mi raggiunge sul mio posto a sedere, s’avvicina e, con quel fare di chi è abituato a comunicare con chiunque a prescindere dalla lingua, dice:
-“Ora vado da quel ciccione e gli do una sberla!”
Io rido abbassando la testa, come faccio quando sento che potrei gridare o provo imbarazzo. Ascoltiamo ancora:
-“Gli anni contano e contano tanto! T’immagini mia madre? E gli amici? No… Non si può!”
-“Io non ti ho chiesto niente…” Tenta di dire lei, delicata senza fragilità.
-“E mio padre?”
La mia complice dice:
-“Si rende conto? Ma lei si rende conto? Un disgraziatissimo ciccione che ha avuto la possibilità d’incontrare una dea, cosa fa? Cosa fa? La deve umiliare con l’unica cosa che secondo lui è un difetto! L’età! Capito?”
-“Capito”, rispondo senza ridere.
-“E se quella ragazza fosse nostra figlia? Altro che sberla!”
-“E se invece fosse lui nostro figlio?”
-“Sarei ancora più dura!”
-“No sarei tanto sicura…”
-“Non mi dica che ascoltare un uomo, figlio o no, dire una cosa del genere, in questo tempo, non sia disgustoso!”
-“Sono moltissime le cose disgustose… Io lo trovo piuttosto puerile, sempliciotto, inelegante… Soprattutto perché lo stiamo vedendo… Se non fosse accanto a quella donna, così raffinata… Chissà cosa avremmo pensato…”
-“In definitiva, lei non è disturbata! L’umiliazione della donna non la tocca!”
-“Non mi tocca mai quello che non esiste. Non credo che la donna sia umiliata… Non la vede? Non è umiliata… Troppo squisita… Non vede che non batte ciglio? Poi… Io non vedo tutta questa differenza!”
-“È sotto shock!”
-“Secondo me è soltanto stanca…”
-“Stanca? Scusi… Non prova compassione?”
-“Certo ma non per quella donna. Qualche volta il prezzo del dare fiducia è la violenza. Non credo che il ragazzo l’abbia portata con la forza. ”
Guardiamo ancora avanti, perplesse. Anche la donna guarda sempre avanti. Il ragazzo muove la testa come un bamboccio da destra a sinistra, l’autobus è quasi vuoto e rispecchia la durezza del freddo. Lui guarda la donna, dice:
-“Ma io ti amo… Lo sai.”
La donna lo guarda e risponde:
-“Non ti preoccupare.”
La mia complice mi domanda:
-“E lei non prova compassione? Eh?”
-“Per lui, io provo profonda compassione per il malessere di lui. La donna è dove vuole, ora… Può cambiare, velocemente.”

Prima del terminal F1… Un mondo che mostra le crepe. 2016 – Maria A. Listur

 

“Not all can be orphans.”

Jules Renard

-“I am ashamed of you… “
I raise my glance from the book towards the male voice that has pronounced the sentence, in the trajectory of my glance I meet the one of a woman that, like me, has searched the origin of the sound and the cacophony of the idea. It seems we are waiting for an answer of the woman who is next to him but she, is looking in front of her, emptied, light as she was about to fly away, absent, so, we lower our glance and go back to the reading inside the bus that is taking us to the airport.
He, insists:
-“Yes… I wouldn’t know how to introduce you to my friends… To my family… What could I say? I am ashamed, yes… I am ashamed.”
-“I understand.” Replies the woman so light to seem transparent.
My accomplice and I look at each other again, she reaches me to my seat, gets closer to me and, with that way of those who are used to communicate with everyone regardless the language, says:
-“I am going to that fatty and slap him on the face!”
I laugh lowering my head, as I do when I feel that I could scream or feel embarrassed. We keep on listening:
-“Years do count and they count a lot! Can you imagine my mother? And my friends? No… It can be!”
-“I haven’t ask you anything…” She attempts to say delicate with no fragility.
-“And my father?”
My accomplice says:
-“Do you realize? Do you really realize? A disgraced fat man who has had the chance of meeting a goddess, and what does he do? What does he do? He has to humiliate her with the only thing that it is a flaw for him! Age! You get it?”
-“I get it”, I reply not laughing.
-“And if that woman was our daughter? A slap wouldn’t be enough!”
-“And if he was our son?”
-“I would have been even harder!”
-“I wouldn’t be so sure…”
-“Don’t you tell me that listening to a man, son or not, saying something like this, in this time, is not disgusting!”
-“Many things are disgusting… I find him rather childish, ninny, inelegant… Mostly because we are seeing him… If he wouldn’t be next to that woman so refined… Who knows what we would have thought…”
-“In the end, you are not disturbed! The humiliation of the woman doesn’t bother you!”
-“It never bothers me what doesn’t exist. I don’t think that she is being humiliated… Can’t you see her? She is not… Too exquisite… Can’t you see she is not even flinching an eye. After all… I don’t see all that difference!”
-“She is in shock!”
-“She seems to me just tired…”
-“Tired? Excuse me… Don’t you feel compassion?”
-“Of course but not for that woman. Sometime the price for trusting somebody is violence. I don’t think the guy forced her to be here.”
We keep on looking forward, perplexed. The woman is also looking forward. The guy moves his head like a doll from right to left, the bus is almost empty and reflects the hardness of the cold. He looks at the woman, says:
-“But I love you… You know that.”
The woman looks at him and replies:
-“Don’t worry.”
My accomplice asks me:
-“And you don’t fell compassion? Uh?”
-“For him, I feel deep compassion for his discomfort. The woman is where she wants to be, now… She can change, quickly.”

Before terminal F1… A world that shows its cracks. 2016 – Maria A. Listur

RISPARMIATORI DI ANIMA/SOUL SAVERS

Guardano le eclissi perché novità.
Risparmiano baci in attesa del meglio,
pensano: Verrà…
Alzano lo sguardo senza ringraziare,
la pioggia, il sole,
dimenticano l’aria,
che sa.
Riempiono il frigo d’impacchettati gusti,
infedeli alla fame,
fedeli all’ansia,
che fa.
Amano soltanto quel che innamora
per non rinunciare all’odio,
che verrà.
Custodiscono la propria famiglia
che credono propria,
quanto la prole,
il gatto
e del giardino,
la rosa…
E anche essa,
partirà.

Nocturno-2

Nocturno 2 – 2015 – Maria A. Listur

Parigi, quando l’eclisse sa illuminare quel che c’è.
2015 – Maria A. Listur

 

SOUL SAVERS

They observe the eclipses because novelty
They save kisses waiting for better,
they think: It will come…
They raise their glance without thanking
the rain, the sun,
they forget the air,
that knows.
They stuff the fridge with packed flavors
unfaithful to appetite
faithful to anxiety,
that makes.
They love only what enchants
for the purpose of not renouncing to hate
that will happen.
They preserve their own family
which they believe own,
as well as the children
the cat
and
of the garden, the rose…
And that too,
will part.

Paris, when the eclipse knows how to illuminate what it is necessary
2015 – Maria A. Listur

“Yo tengo tantos hermanos, que no los puedo contar…”/“I have so many brothers that I can’t count them…”

“Io ho tanti fratelli, che non riesco a contarli…”

Atahualpa Yupanqui

Cammino lentamente sulle spiagge di quella parte dell’oceano che porta il nome degli angeli, la sabbia è fresca, l’aria umida, le nuvole lasciano filtrare delle fasce di luce argentea, poi, dorata.

I visitatori sono pochi e tra i pochi una famiglia che mi somiglia: i piccoli sono lenti e distratti, seguono i grandi, dei quali mi è impossibile riconoscere i generi.

Il silenzio e il vuoto facilitano la percezione dell’assolutezza dell’acqua, la fedeltà, il battere ritmico del suo oceano, la potenza, la piega a mo’ di seta nel punto in cui incontra il cielo, la compassione, il gusto di lambire i piedi in libera scelta, la compattezza, il richiamo limpido in ogni contatto, Thanatos finalmente tra le braccia di Eros.
Sorrido al pensiero di queste immagini, saltello e ballo nella gioia di questo nuovo incontro “geografico”, inspiro il vento e il freddo, guardo la mia amica e il mio amico che mi accompagnano nell’allegria dei gusti condivisi. Mi lascio tentare dalla fantasia di fissare il tempo in un’immagine, selezione dal telefono la funzione “camera fotografica” e miro avanti; mentre punto l’obiettivo, un uomo da lontano prende la rincorsa e corre muovendo le braccia dal basso verso l’alto, non capisco finché non vedo volare i genitori della famiglia che mi somiglia.
Scatto.
L’uomo della rincorsa entra in campo, sorride verso di me, cerca approvazione. Io ringrazio.

Il volo mi ha spiegato la sensazione di somiglianza, la grazia comune dell’origine, la differenza che afferma ogni similitudine e viceversa, i referenti naturali, la nobiltà dell’animalità, l’ascendente della bestialità…
La sicurezza del poter elevarsi, levandosi.

IMG_2908

IMG_2909

Santa Monica, Los Angeles – 2015 – Maria A. Listur

In volo, 2015 – Maria A. Listur

 
“I have so many brothers that I can’t count them…”

Atahualpa Yupanqui

I slowly walk on the beaches of the ocean that carries the name of the angels, the sand is fresh, the air is moistened, the clouds let filter in some beams of silver, than golden, light.

The visitors are few and among them a family that resembles me: The little ones are slow and distracted, they follow the grown ups, of which I can distinguish the genres.

The silence and the emptiness facilitate the perception of the universality of the water, the faith, the rhythmical beating of the ocean, the power, the curve silk-like in the point in which it encounters the sky, the compassion, the pleasure of skimming the feet in free choice, the firmness, the clear recall in each contact, Thanatos finally in the arms of Eros.
I smile in the thought of this images, I jump and dance in the joy of this new “geographical” encounter, I inhale the wind and the chill, look at my woman friend and male friend that are accompanying me in the joy of the shared tastes. I let myself being tempted by the fantasy of fixing the time in a image, select from the phone the “camera” function and look ahead; while locking on the target, a man from afar takes a run up and running moves the arms from below to up, I don’t understand until I see the parents of the family that resemble me fly.
I shoot.
The man of the run up enters the field, smiles towards me, looking for approval.
I thank him.

The fly has explained to me the resembling sensation, the common grace of the origin, the difference that affirms each similitude and vice versa, the natural references, the nobility of the animality, the ascending bestiality…
The certainty of being able to elevate, rising.

In flight, 2015 – Maria A. Listur