DA QUALCHE PARTE/SOMEWHERE

Cadono frontiere sotto i morti allineati,
al confine finiti, anche oltre, o quasi.
Non soli, scortati dal riflesso stordente
di salvare la pelle. E qui si palesa, purtroppo,
la casalinga frontiera,
la difesa della propria opulenza,
nuda o vestita,
al servizio del tarlo d’una vita non scelta;
da qualche parte ad altre morti allineata,
in guerra perenne,
sorda allo sgretolarsi del tempo,
moribonda, salda e corrosa,
nell’orgoglio d’avere ancora un pochino di vita.

-_mexico-inmigracion_31392322_0.jpg

dt.common.streams.StreamServer.cls.jpeg

1540089544_441663_1540089942_noticia_normal.jpg

Parigi, a Oscar e la sua bambina. A chi dà rifugio.
2019 – Maria A. Listur

 

SOMEWHERE

Frontiers fall under aligned bodies,
arrived at the borders, even across, or almost.
Not alone, escorted by the stunning reflex
of saving their own skin. And here, unfortunately, it reveals itself
the homeland frontier,
the defense of their own opulence,
naked or dressed,
at the service of the gnawing of a life not chosen;
somewhere aligned to other deaths,
in continuous war,
deaf to the crumbling of time,
moribund, sturdy and corroded,
in the pride of still having a little bit of life.

Paris, to Oscar and his daughter. To whom gives shelter.
2019 – Maria A. Listur

Pubblicità

FRUSCIO/RUSTLE

E fui chiamata dietro la nebbia
– senza sesso ancora, e senza ponti –
alla nascita semplice dei mortali.
E traversai: frontiere pensieri aria
maiuscole travi di desiderio
sangue organi melma condotti,
per riuscire ad essere
– per un po’ del tempo –
qualcosa simile
a un canto sacro
a questa vita che sembra mia,
mai ingannata dal molle fruscio
delle sconfitte, quasi mortali.

Velo-1VII 620

Velo 1/VII – 2016, Parigi

Roma, insieme a quelli con cui la serietà è risata!

 

RUSTLE

And I was called from behind the mist
– still without gender, and without bridges –
to the simple birth of the mortals.
And I traversed: boundaries thoughts air
enormous pillars of desire
blood organs mud conducts,
to be able to be
– for sometime –
something similar
to a sacred chant
to this life that seems mine,
never deceived by the soft rustle
of the defeats, almost mortal.

Rome, together with those which seriousness is laugh!

Tegumenti/Integuments

-Che bella camicia!
-Bianca.

Vedo spesso lei. Pulita, impeccabile. Anche quando si nasconde dietro diversi indumenti riesco a rintracciarla sempre, specialmente durante le albe oscure e secche. Il suo rigore mi prende il gusto e non so quanto mi permetta di scegliere liberamente. La scelta somiglia sempre a lei, travestita da speranza di differenza. Lei, perfetta ogni mattina, in attesa di me, del mio involucro sottile, quella delicata frontiera che non riesce a separarmi dagli altri. Lei non mi ha mai fatto pensare, sempre pronta, mi ha insegnato a somigliare agli altri, a sembrare semplice e anche intoccabile; tranne che per la suora travestita da maestra argentina della mia quarta elementare…
Il pinguino umano urlò, dopo una lezione d’igiene:
-Listur, si metta in piedi!
Mi alzai sicura di aver commesso qualche orribile peccato ma, senza abbassare la testa, percorsi il corridoio tra le fila di banchi giusto fino alla lavagna, luogo dove la suora mi fece segno di voltarmi verso le mie compagne. Mi voltai accompagnata dalle sue parole:
-Mostri alle sue compagne cosa significa essere pulita! Guardate bene!
Mentre lei mi usò come esempio, io guardai le trentacinque bambine davanti a me, tutte vestite uguali. Notai che la differenza tra loro si trovava nella testa ma, non era data dal colore dei capelli coperti da una fascia bianca e legati a coda di cavallo, bensì dalla stanchezza.
A otto anni, tutte sembravano stanche.
C’erano stanchezze tristi, stanchezze nervose, stanchezze impaurite, stanchezze innamorate, stanchezze strafottenti, stanchezze gioiose.
Tutte rinchiuse in quella seconda pelle che ci uguagliava senza farci somigliare, avvicinare, relazionare: la divisa.
Scamiciata e calze blu notte, scarpe nere, cravatta azzurra e… camicina bianca!
La divisa era una camicia di forza! Ancora traspare sotto le nostre perfezioni e soprattutto sotto le nostre finte libertà.

-Volevo dirle che ammiro la cura con cui si veste…
-Grazie.
-Sono stata invadente?
-No, no, grazie. Devo andare.
-Credo che lei non gradisca i complimenti…
-Crede male.
-Non gradisce essere osservata, vero?
-Gradisco. Buona giornata.
-Molta fretta?
-Sì.
Mentre scendo le scale, sorrido stanca e penso di aver voluto rispondere con un testo di Giorgio Manganelli; mi ha salvato dall’incubo della giovinezza:
“Oggi non è il mio primo giorno di scuola. Non indosso grembiuli che mal si accorderebbero con la mia mole, la mia dignità generica, i miei occhiali pensosi, che sono la mia parte più squisitamente intellettuale. Sono esentato dalla marmellata, dai quaderni, dalle campanelle, e nessun bidello, nell’intera penisola, ha alcun potere su di me. Dal punto di vista della scuola, e di questo, fatale, iniziatico primo giorno, io sono un uomo libero. Non è un risultato da poco, e qualcuno vorrà sapere come mai io, che sono, tutto considerato, un inetto, sia riuscito a tanto. Il metodo è semplice: invecchiando.”

Roma! Grazie al mio Dio non mi hai conosciuta, da piccola! 2013 – Maria A. Listur

 

Integuments

-What a nice shirt!
-White.

I often see her. Clean, flawless. Even she hides behind several garments I am always able to track her down, especially after the obscure and dry dawns. Her rigor catches me the taste and I don’t know how it allows me to choose freely. The choice always seems like her, disguised in hope of difference. She, perfect every morning, waits for me, for my thin shell, that delicate frontier that doesn’t manage to separate me from the others. She never made me think, always ready, she taught me to be like the others, to look simple and untouchable; beside the nun disguised in a Argentinean teacher of my fourth grade time…
The human penguin yelled, after a lesson on hygiene:
-Listur, stand up!
I stood up sure of having committed some horrible sin but, without lowering my head, I walked the corridor between the rows of the school desks right up to the blackboard, the place where the nun made me sign to turn towards my classmates. I turned accompanied by her words:
-Show to your classmates what it means to be clean! Look well!
While she used me as an example, I looked at the thirty-five girls in front of me, all dressed the same. I noticed that the difference among them was in the head, it wasn’t given by the color of the hair covered by a white band and tied in a pony tail, but rather the tiredness.
At eight years old they all seemed tired.
There were sad tiredness, nervous tiredness, fearful tiredness, in love tiredness, impertinent tiredness, joyful tiredness.
All wrapped in that second skin that equalized us without making us look similar, get closer, relate: the uniform.
Pinafore and blue night stockings, black shoes, azure necktie and… white shirt!
The uniform was a straightjacket! And still shines through under our perfections and above all under our fake freedoms.

-I wanted to tell you that I admire the care with which you dress…
-Thanks.
-Have I been too invasive?
-No, no, thanks. I’ve got to go.
-I believe that you don’t appreciate compliments…
-You are wrong.
-You don’t like to be looked at?
-I do like it. Have a good day.
-In a hurry?
-Yes.
While coming down the stairs, I tiredly smile and think that I would have wanted to reply with a quote by Giorgio Manganelli; he saved me from the nightmare of my youth:
“Today it is not my first day of school I am not wearing school uniform that would not harmonize with my mass, my generic dignity, my thoughtful glasses, which is my most exquisitely intellectual part. I am exonerated from jam, from notebooks, from school bells, and no janitor, in the entire peninsula, has no power on me. From the school point of view, and of this, fatal, initiating first day, I am a free man. It is not a small result, and somebody will want to know how it is, that I, all things considered, an incompetent, could manage to do so much. The method is simple: by getting older.”

Rome! Thanks to my personal God you didn’t meet me, when I was little! 2013 – Maria A. Listur

A me rivelato/To Me Revealed

E di metallo sembravi
Indurito nel fuoco
Temprato nel ghiaccio
D’insulti, lodato.

E di cristallo apparivi
Pulito col fango
Coronato di esilio
D’oltraggi, osannato.

E nella carne sorgevi
Barocco novissimo
Intagliato col gelo
Di passione, anelato.

E nell’aria riprendi
Cuore a me sottomesso
Casa nome ala gaudio
Ancora una volta, nato.

Fiorire A 2009-13
Fiorire Appassendo – XIII – 2009 – Maria A. Listur

Roma, senza frontiere, ti porto ovunque. Imponente.
2013 – Maria A. Listur

 

To Me Revealed

And you seemed of metal
Hardened by fire
Toughened in ice
By insults, praised.

And you appeared of crystal
Cleaned with mud
Crowned of exile
By outrages, acclaimed.

And in the flesh you regain
New Baroque
Carved in the ice
By passion, craved.

And in the air you retake
Heart to me submitted
Home name wing bliss
Once again, born.

Rome, with no boundaries, I bring you everywhere. Majestic.
2013 – Maria A. Listur