RINGRAZIAMENTO

Grazie a te 

che sai del ritmato spazio.

A te che ti riconoscerai nei miei gesti :

senza sincretismi, 

senza emozioni usa e getta.

Un inchino a te

che hai riconosciuto 

nell’arrivare in tempo, l’eleganza, 

e nel battito della mia voce, 

la costanza. 

Tu

presenza silente e immanente

grazia venuta a confermare 

percorso e prospettiva,

capitolazione alla carezza,

a quella pertinente, 

senza brama.

Parigi. Buon 2022.

Maria A. Listur

DIEZ / DIECI / TEN

Pétalos negros para tu piel argentina

para el lado oblicuo de las cosas

para esa pena que se te caía en las puteadas

hacia la mano tierna que se regalaba al mundo

y un pétalo de agua que se deshace de risa

que se sabe potente come el agua lo sabe

y que no quiso ser como nosotros

y que es nosotros dondequiera que andamos.

Gracias entonces carne tierna de macho

gracias por darme una patria que es goleadora

allí y aquí, donde soy extranjera.


Wallpaper.com

Paris, lunar y brillante.

2020 – Maria A. Listur


Petali neri per la tua pelle argentina

per il lato obliquo delle cose

per quel dolore che cadeva dai tuoi vaffanculismi

verso la mano tenera che al mondo si regalava

e un petalo d’acqua che si disfà nella risata

che si sa potente quanto l’acqua lo sa

e che non voleva essere come noi

e che è noi ovunque noi ci rechiamo.

Grazie allora, tenera carne di maschio

grazie per avermi dato una patria che è vincitrice

là e qui, dove sono straniera.

Parigi, lunare e brillante.

Black petals for your Argentinean skin
for the oblique side of things
for that pain that would fall from your fuck-yous
towards the soft hand that gave itself to the world
and a water petal that crumbles in the laugh
that it knows to be powerful as much as the water knows
and that didn’t want to be like us
and that it is us everywhere we go.
Thank you then, tender flesh of male
thank you for giving me a homeland that is winner
there and here, where I am foreigner.

Paris, lunar and brilliant.
2020 – Maria A. Listur

TOCCARE/TO TOUCH

Quando il pensiero si fa tocco,
carne che vuole riparare,
di acqua sono gli interstizi
-quelli più ostici, quelli del tempo-
dissanguati dalle memorie
che attendono quella mano
che a ogni nodo regali oblio.

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Frequenze/Frequencies, 2019
Centre Tomatis, Paris

Maria A. Listur,
alle mani di Hiroe, Gratitudine in giapponese.

 

TO TOUCH

When the thought becomes touch,
flesh that wants to mend,
of water under the interstices
-those tough ones, those of the time-
drained of the memories
that wait for that hand
that gives to each crux oblivion.

Maria A. Listur,
to the hands of Hiroe, Gratitude in Japanese.

MANI/HANDS

Se alla parola “mani”
si sveglia un senso,
il mio primo, è una presa;
di quelle membrane
quasi unghie
dentro la pelle
del vergine capezzolo.
Annunciava allora,
perenni arrivi e in quella stretta
marcò già il passo, la grinta
e su ogni vita, la mia
tutta sua, in appartenenza.
Nessun’altra mano,
neanche quelle che m’istruirono
a recitare versi, potranno mai essere
tanta delicatezza,
tante parole in un solo gesto,
la promessa immane di andare via,
restare accanto,
e nella carne viva
essere presente.

Nuremberg, 16 Maggio 2018, con un inchino.
Maria A. Listur

 

HANDS

If to the word “hands”
a sense awakes,
my first, is a grip;
of those membranes
almost nails
in the skin
of the virgin nipple.
It announced then,
perennial arrival and in that grasp
it already marked the step, the grit
and on each life, mine
all his, in belonging.
No other hand,
not even those that taught me
to recite verses, could ever be
so much tenderness,
so many words in one gesture,
the enormous promise of going away,
stay close,
and in the live flesh
be present.

Nuremberg, 16 May 2018, with a bow.
Maria A. Listur

“Se, in famiglia, continuiamo a perdere la fiducia, avremo sempre più bisogno di affidare l’intimità ad altri…”/“If, in the family, we keep on losing faith, we will have more and more need to entrust others with our intimacy…”

Dott. L. S. Roma 1994

Arrivo in una casa piena di scatole impilate, al cospetto di una madre/nonna e di un compagno, alla stregua del primo parto di chi sono venuta a trovare.
Trovo la madre del bebè prona sul letto, trasversale e gemente di dolore. Chiedo se mi posso sdraiare accanto a lei, la conosco da tanti anni, l’ho accompagnata -per sua richiesta- nell’apertura di sentieri di creatività, attraverso diversi linguaggi corporei. Lei mi fa un cenno con la mano per indicarmi dove sdraiarmi. Mi sdraio e appoggio la mia testa parallelamente alla sua. Lacrime di dolore le solcano le guance e stanno creando un laghetto sulla coperta. Le chiedo cosa hanno detto i medici, lei m’indica i medicinali, con un filo di voce dice che il dolore non passa. Chiedo cosa ha fatto sua madre per aiutarla, lei risponde: “Niente, cerca di aiutarmi ma, che vuoi che faccia? È già tanto se non mi critica…” Piange ancora, il dolore le impedisce di soffiarsi il naso. Appoggio una mano sulle sue lombari, lei dice “Grazie…” Chiedo se vuole che chiami il compagno, lei dice: “No ti prego! Che vuoi che faccia? Lascialo stare! Piuttosto mettimi la mano più in basso…” Vado con la mano sull’osso sacro. Lei sospira. Le racconto, cercando di distrarla, delle mie di emorroidi quando è nato il mio enorme e roseo figlio, che attraversò il mio corpo in soltanto una spinta! Lei cerca di ridere ma il dolore la blocca. Le chiedo se ha provato a usare qualcosa di fresco o se le hanno ricettato qualche olio per la zona, lei mi segnala una crema sul tavolino da notte. Mi richiede la mano sull’osso sacro, torno con la mano e poi le chiedo se qualcuno in casa può aiutarla a rinfrescarsi o darle dell’olio, o della crema sulla parte infiammata, lei risponde: “Ma chi vuoi che lo faccia… Figurati! Piccini… Non capiscono niente!”. Mentre vedo scorrere altre lacrime verso il laghetto sulla coperta, la saliva le scivola dalla bocca senza consapevolezza, il dolore le sta regalando dieci anni di vecchiaia sul viso; faccio scendere la mia mano sulla linea divisoria dei glutei, volto le dita verso il perineo, lei sospira nel sollievo. Ora mi rendo conto che l’imbarazzo non le permetterà di chiedermi ciò che serve quindi, sono io a chiedere: “Vuoi che ti rinfreschi e ti passi dell’olio?” Volge tutto il viso verso il letto e con la voce sommersa nelle coperte risponde: “Sì. Ti prego, aiutami.”
Lavare, rinfrescare, oliare infine, dormire… Quante cose imparate dalle vecchie signore di una cittadina ai piedi della Cordigliera delle Ande! Mentre lo faccio, penso a quanti gesti amorosi si potrebbero manifestare in quelle azioni che non si compiono –spesso- per gli altri, neanche per i nostri familiari adulti, come se fossero “il proibito” o meno dei baci. Più dei baci?
Quando si addormenta, vado via. Mi lascio abitare dalla gratitudine che ogni tipo d’intimità dà alla nostra storia, a quel che resta quando le persone non ci sono più.

Parigi, nel ricordo di una Roma che sembrava una scenografia. 2016 – Maria A. Listur

 

“If, in the family, we keep on losing faith, we will have more and more need to entrust others with our intimacy…”

M.D. L. S. Rome 1994

I enter in a house full of stocked boxes at the presence of a mother/grandmother and of a companion, involved in the first childbirth of whom I came to visit.
I find the mother of the baby laid prone on the bed, diagonal and suffering from pain. I ask if I can lay down next to her, I have known her for many years, I have been with her – for her request – in the opening of paths of creativity, through many corporeal languages. She shows me where to lay. I lay down and place my head parallel to hers. Tears of pain are groove her cheeks and are creating a little pond on the blanket. I ask her what have the doctors said, she points at the medicines, and with a feeble voice tells me that the pain doesn’t go away. I ask her what has her mother done to help her, she replies: “Nothing, she is trying to help but, what can she do? It’s just enough that she doesn’t criticize me…” Cries more, pain impedes her to blow her nose. I place my hand on her lumbar region, she says “Thank you…” I ask her if she wants me to call her companion, she says: “No I beg you! What can he do? Let him be! Rather, why don’t you put your hand lower…” I put my hand on her sacrum. She sighs. I tell her, trying to distract her, about my hemorrhoids when my enormous and pink son was born, he came through my body with only one push! She tries to laugh but pain blocks her. I ask her if she has tried to use something fresh or if they have prescribed her some oil for the area, she shows me a cream on the night table. She asks me again the hand on the sacrum, I put back the hand and then I ask if someone in the house can help her in refreshing herself or pass some oil, or the cream on the inflamed part, she replies: “Who do you think can do that… Come on! Poor guys… They don’t have a clue!” While I see other tears running down towards the pond on the blanket, saliva slips out her mouth unconsciously, pain is giving her ten years of oldness on her face; I let my hand slip down towards the dividing line of the buttocks, I turn the fingers toward the perineum, she sighs of relief. Now I realize that the embarrassment won’t let her ask me what it is necessary therefore, it’s me asking: “ Do you want me to refresh you and pass you some oil?” She turns her whole face toward the bed and with the voice submerged in the blankets she replies: “ Yes. I beg you, help me.”
Washing, refreshing, oiling and finally, sleeping… So many things learned from old ladies of a citadel at the foot of the Cordillera of the Andes! While I am doing that, I think about how many love gestures could be manifested in those actions that are not carried out – often – for the others, not even for our adult family, as if they were “the forbidden thing” or less then kisses. More than kisses?
When she falls asleep, I leave. I let myself be inhabited by gratitude that each type of intimacy gives us to our story, by what remains when people aren’t there anymore.

Paris, in the memory of a Rome that seemed a scenography. 2016 – Maria A. Listur

COMMIATO I/FAREWELL I

Se non è rogo,
Che cosa è la preghiera?
Nella richiesta, venduta.
Nella mancanza, negata.
Tutta povertà proiettata?
Litanie di superfluo tempo,
Inutili bagliori per l’anima?
Se non è devozione,
Che cosa è invocare?
Rammentare la piccolezza
Degli isolotti che siamo?
Fusi e ricongiunti
Da un fosforico mare,
Di abili scintille in attesa
Pronto ad ardere,
Quindi,
Pregare?

Esempio-1

Esempio I – 2015 – Maria A. Listur

Roma, nella gratitudine che prega.
2015 – Maria A. Listur

 

Farewell I

If it is not stake,
What is the prayer?
In the request, corrupt.
In the scarcity, denied.
All projected poverty?
Litanies of superfluous time,
Useless glazes for the soul?
If it is not devotion,
What is invoking?
Reminding the smallness
Of the little island that we are?
Fused and rejoined
By a phosphorous sea,
Of expert sparks in await
Ready to burn,
Therefore,
Pray?

Rome, in the gratitude that prays.
2015 – Maria A. Listur

“La vita è questo, una scheggia di luce che finisce nella notte.”/“Life is that, a glare of light that ends in the night.”

Louis-Ferdinand Céline

Ci s’incammina sotto un sole arrendevole, verso il luogo, dove abita la fortuna. Intricate e bianche strade, verde e fresca l’aria, viva.

Si dilata il tempo accanto al camino, nel gusto dei grani antichi, nella visione ricca dei vigneti spogli, nell’aroma dell’inverno che non vuole essere inverno.

Intorno ad un tavolo di polenta, olio e vino, si ride, si dice di quando non eravamo quelli che siamo, quando neanche sapevamo di esistere; abitanti di quella distanza che tracciano gli oceani.

La pioggia vince sul sole ma, non sconfigge il desiderio di attraversare i luoghi solitari della fortuna:
Un palazzo, illuminato appena, alberga alcuni reperti del tempo in cui la Dea Fortuna meritava un luogo e non era soltanto quello della speranza, del desiderio o del gioco. Lei era fatta di luce, del bianco onirico del marmo; estendeva il suo tempio fino ai piedi di chi l’aveva inventata. Ora, resta soltanto uno squarcio del suo vestito, nell’angolo profondo di una stanza anonima…

La luce ci abbandona sempre di più e ciò che resta del tempio della dea non è illuminato abbastanza da permettere altri percorsi, tuttavia, abbracciare una delle colonne rimaste, ora pilastro di un ascensore, è per uno spirito infantile come il mio una commozione pari al primo bacio.
Si esce con la sensazione di abbandonare qualcuno che non può fare niente per inseguirti, neanche urlare per dire: “Dai! Finiscimi definitivamente!”
Una morte costante che non finirà di morire.

Ci si saluta, ci si abbraccia, ci si ringrazia. Le strade si dividono e si torna a quella che oggi è casa.

“… tutto bello nonostante il brutto tempo…” È parte di un messaggio – durante i reciproci ringraziamenti – di chi ci ha ospitato, condotto, illuminato.

Ci vuole tutta la notte, il sonno e il sogno per ricordare che sono intagliata dal piacere che alcuni chiamano il brutto tempo, il grigiore. Sono commossa da quell’assenza di luce che impedisce agli occhi viziati di elettricità di trovare l’impossibile, di non trovarlo, di perdere un’occasione e non sapere quando la si riavrà, se la si riavrà… Ugualmente progettare. Costruire, andare.
Andare verso la prossima volta in cui il sole sarà più vigoroso e la luce svelerà altri luoghi.
Andare è già una fortuna.
Vorrei rispondere “… il bel tempo è tra le nostre mani…”
Altra notte a far diventare segno l’imprevedibilità della bellezza.
Altra notte a rendere alla fertilità nuovi contorni. E alla fortuna tutta la luce.
Altra notte per articolare l’amarezza e la gioia, nella gratitudine.

Fortuna-I

Fortuna-II

 

Palestrina – Palazzo Barberini – 2015 – Maria A. Listur

 

“Life is that, a glare of light that ends in the night.”

Louis-Ferdinand Céline

We are walking under a submissive sun, towards the place, where fortune lives. Intricate and white streets, green and fresh the air, alive

Time expands near the fireplace, in the taste of ancient grains, in the rich vision of the bare vineyards, in the aroma of the winter that doesn’t want to be winter.

Around a table of corn mush, wine and oil, we laugh, we talk of when we weren’t what we are, when we didn’t even know we existed; citizens of that distance that the oceans trace.

The rain wins over the sun, but doesn’t defeat the desire of going through the solitary places of fortune:
A palace, barely illuminated, hosts some artifacts of the time in which the Goddess Fortune deserved a place and it wasn’t just that of the hope, the desire or the game. She was made of light, of the oneiric white of the marble; she extended her temple up to the feet of those who invented her. Now, only a gash of her dress remains, in the deep corner of an anonymous room…

Light abandons us more and more and what it remains of the goddess’ temple it’s not enough illuminated to allow other paths, however, hugging one of the remained columns, now a pillar of the elevator, it is for a childish spirit like mine an emotion equal to the first kiss.
We leave with a sensation of abandoning someone who can’t do anything to chase you, not even scream to say: “Come on! Finish me definitively!”
A constant death that will never finish dying.

We salute, we hug, we thank each other. The streets part and we go back to where today is home.

“… everything beautiful except the bad weather…” It’s part of a message – during the mutual thanks – of who has hosted, conducted, illuminated us.

It’s necessary the whole night, the sleep and the dream to remember that I am chiseled to the pleasure that some call bad weather, the greyness. I am moved by the absence of light that prevent the eyes made lazy by the electricity to find the impossible, to not finding it, to lose a chance and to not know when we will have another one, if we will have it… Nevertheless planning. Building, going.
Going toward the next time in which the sun will be more vigorous and the light will reveal other places
Going is already bliss.
I would like to reply “… good weather is in our hands…”
Another night to make the sign become the unpredictability of beauty.
Another night to render to fertility new outlines. And to fortune all the light.
Another night to articulate the bitterness and the joy, in the gratitude.

Palestrina – Palazzo Barberini – 2015 – Maria A. Listur

Soluzioni/Solutions

… Premura generosa
Compassione franca
Vasta gratitudine
Dolcezze inusitate
Grazia quotidiana
Nonché quelle cognizioni
Del tempo in riduzione
Della futilità di ogni alibi
Del bisogno di costanza!

Rete-II

Rete II – 2014 – Maria A. Listur

Roma, angelo e strega, mai opposti.
2014 – Maria A. Listur

 

Solutions

… Generous thoughtfulness
Frank compassion
Vast gratitude
Unusual sweetness
Daily grace
As well as those perceptions
Of the time in reduction
Of the futility of every alibi
Of the need of constancy.

Rome, angel and which, never opposed.
2014 – Maria A. Listur