La grandezza del vuoto/The Vastness of Emptiness

Lei disse a mio cugino che qualsiasi cosa avesse ascoltato doveva rimanere rinchiuso a casa. Era preoccupata per lui. Volevano soltanto lei, avrebbero fatto un po’ di rumore ma non tanto perché lei non aveva armi, non era parte della lotta armata. Tutto quello di pericoloso che rappresentava si trovava nella sua mente: dubitava, rifletteva, invitava alla riflessione. Era incinta di tre mesi.

Ho dieci anni, mi piace uscire da casa e andare da sola a scuola. Me lo proibiscono. L’altro giorno, le monache mi hanno nascosta dicendomi che sarebbe venuta la mia mamma a prendermi dentro la scuola, non potevo uscire. La mamma ha paura di qualcosa. La sento piangere con le amiche e portare via da casa un sacco di libri. Viaggiamo molto, tutti i fine settimana andiamo a trovare papà che non vive nella stessa città nostra. Con la bicicletta posso passeggiare soltanto dentro il nostro parco. Quando non torno nei tempi che mi ha detto la mamma, lei si arrabbia e qualche volta me le suona.
La mia mamma ha paura e piange, crede che non la vedo ma io l’ho vista inginocchiata per ore di fronte al telefono e un giorno l’ho ascoltata dire “no no no non è possibile” e rimanere sdraiata per terra tutta la notte. Lei non lo sa ma io l’ho vista. Sì, la mia mamma non è più la stessa. Ma io ho capito, lei è così da quando Susana è partita e non si sa quando torna. Susana è la nostra cugina grande, quella bellissima che parla, discute e litiga con papà e gli zii. Quella che quando si mette a ballare con noi piccini, i grandi la guardano con ammirazione e ripetono “è brillante, è brillante ma… !”. Dicono che prima dell’anno prossimo avrò un cuginetto come lei.

-In questi giorni vengono a prendermi. Lo so. Ora non lo dire a nessuno. Quando non ci sarò potrai dirlo alla mamma. In ogni gesto che ho fatto sapevo a cosa andavo incontro. Disse a mia zia molti giorni prima di “desaparecer”.
La portarono via senza troppo rumore. Nel corridoio, che separava la sua casa da quella di mio cugino, rimase l’eco dei suoi passi andando via.
Dopo alcuni anni, mentre lui mi portava all’aeroporto dove mi veniva a prendere nell’infanzia, gli chiesi se c’erano notizie di nostra cugina o del bambino. Mi rispose semplicemente “no”. Cadde un silenzio che durò anni e stavamo già arrivando a un nuovo addio. Tutti e due siamo caduti nel corridoio dell’impotenza, sentivamo i nostri passi percorrerlo sapendo di non poter tornare indietro per abbracciarla ancora, obbligarla a nascondersi, a scappare, un’ultima danza. Mentre lo abbracciavo mi sentii di nuovo come allora, piccina, nelle mani d’un destino che ci lasciava perplessi. Lui mi augurò buon viaggio e mi disse all’orecchio:
-Ti ricordi di Antonio Porchia? Diceva che “La vita incomincia a morire da dove è più vita…”
Non smetterò mai di cercare.

Roma, Solstizio d’estate, 2010 – Maria A. Listur

The Vastness of Emptiness

She said to my cousin that whatever he would have listen he had to stay put in the house. She was worried about him. They only wanted her, they would have made some mess but not so much because she didn’t have any weapon in the house, she wasn’t in the armed fighting. The only dangerous thing that she had was in her mind: She doubted, thought, led to reflection. She was three months pregnant.

I am ten years old; I like to get out of the house and to go to school alone. They prohibit me from doing that. The other day the nuns have hidden me telling me that mom would have come inside the school to get me, I couldn’t go out. Mom is afraid of something I can hear her crying with her friends and taking a lot of books away from the house. We travel a lot, all weekends we go visit dad who doesn’t live in our same town. I can only go around with my bike in our garden. When I don’t come back on time that mom has told me, she gets very upset and sometimes hits me.
My mom is scared and she cries, she thinks that I don’t see her but I did, kneeled for hours on the phone and one day I heard her saying: “no no no it’s not possible! And remained lying on the floor for the whole night. She doesn’t know but I saw her. Yes, my mom is not the same. But I got it, she has been like that since Susana left and it’s not known when she will be back. Susana is our biggest cousin, the most beautiful one who talks, discuss and argues with dad and the uncles. The same one who when she danced with us little, the grownups look at her with admiration and repeat: “she is brilliant, very much so but…!” They have told me that before next year I will have a little cousin just like her.

-One of these days they’ll come to get me. I know. Don’t say it to anyone now. When I won’t be here you can tell it to mom. In every gesture that I made I knew what I was going to cause. She said to my aunt many days before “desaparecer”.
They took her away without making too much confusion. In the corridor, which separated her house from my cousin’s house, the echo of her footsteps going away remained.
Some years later, while he was taking me to the airport where he used to come to pick me up in my childhood, I asked him if there was any news about our cousin or about the child. He simply answered “no”. A silence dropped and lasted years and we were already getting to another farewell. Both of us fell on the corridor of impotence, we could hear our footsteps going through it knowing we couldn’t go back to hug her again, to force her to hide, to run, a last dance. While hugging him I felt again like then, a girl, in the hands of a destiny that was leaving us puzzled. He wished me to have a good trip and whispered in my hear:
-Do you remember Antonio Porchia? He used to say, “Life begins to die where it is mostly alive…”
I will never stop searching.

Rome, Summer Solstice, 2010 – Maria A. Listur

Il cielo in terra/Heaven On Earth

per Diego C.

-Vieni qua, siediti qui. Mi disse guardandomi fisso negli occhi, sorridendo e segnalandomi la sedia accanto a lui.
-Sicuro? Chiesi.
-Sì. Vieni
Arrivata accanto a lui mi prese la mano e mi disse:
-Maria ti voglio tanto bene.
Mi commosse per l’intensità dello sguardo, per la mano soave che faceva fatica a prendere la mia.

Suo padre non ha mai avuto una grande vocazione per gli abbracci.
Suo padre aveva un’eleganza naturale di quelle che non si perdono mai, neanche nei momenti più delicati della giornata o in quelli più vulnerabili della vita. Prima di morire, ebbe una piccola paresi che bloccò la sua glottide dando alla sua voce un suono rauco che la rendeva ancora più affascinante e seducente, dovette usare il bastone per camminare e questo lo rese ancora più signorile aumentando la sua grazia, soprattutto se veniva guardato da una prospettiva posteriore. La difficoltà, il dolore, l’insensibilità lo resero ancora più elegante. Cambiò anche la sua distanza dal mondo. Con gli occhi riuscì ad abbracciare, a chiedere, a scusare.
Lei aveva diciassette anni, era incinta del primo figlio, leggeva per lui Checov nel giardino di quella che fu la loro ultima casa. Sentì il respiro del padre diventare lento, alzò lo sguardo e lo vide addormentato. Lo risvegliò carezzandogli la mano stanca, lui prima di aprire gli occhi sfiorò la sua con fatica, senza forza, poi, aprì gli occhi per guardarla sotto il “panama”; lei capì tutto prima che lui chiarisse:
-Ti ringrazio figlia mia, mi devi perdonare… Credo che sia ora d’andare. Si alzò e se ne andò.
Un mese dopo la loro lettura in giardino, quando le dissero che suo padre era morto in un incidente, lei alzò la testa verso il cielo pensando: “… non è vero, mio padre è morto mentre ascoltava Checov…”

L’ultima volta che mi avevano detto “ti voglio tanto bene” senza fretta, guardandomi profondamente negli occhi, senza far diventare quella dichiarazione un abbraccio o un bacio o un avvicinamento veloce, si trattava di mio figlio, prima di partire per l’Argentina, nel suo primo viaggio in Italia all’età di ventuno anni.
Questa volta, “Maria ti voglio tanto bene” me l’aveva detto una bocca di due anni, un cuore di cento, uno sguardo di mille. Io risposi timidamente: “… anche io…”, gli baciai la manina che teneva la mia e guardandolo negli occhi ricordai l’inizio del libro sull’effetto Isaia: “siamo venuti al mondo per amare e per trovare un amore perfino più grande di quello conosciuto dagli angeli del paradiso…”

Roma, inizio dell’estate nel freddo, 2010 – Maria A. Listur

Heaven On Earth
To Diego C.

-Come here, sit here. He said looking me straight in the eyes, smiling and showing me the chair next to him.
-Are you sure? I Asked.
-Yes. Come.
When I sat next to him he took my hand and said:
-Maria I really love you.
He moved me for the intensity of the glance, for the soft hand that was making a great effort to grab mine.

Her father wasn’t really been keen on hugs.
Her father had that natural elegance of those that never gets lost, not even in the most delicate time of the day or in the most vulnerable moments of life. Before dying, he had a very slight paresis that blocked his glottis giving to his voice an husky sound, which would make him more fascinating and seducing, he had to use a cane to walk and this made him even more gentlemanly increasing his grace, especially if he was seen from a back perspective. The difficulty, the pain, the insensibility made him even more elegant. Even his distance to the world changed. With his eyes he could embrace, ask, forgive.
She was seventeen, was pregnant of her first child and would read Chekov for him in the garden of what it was going to be their last home. She heard the breathing of her father becoming slow, raised her eyes and saw him asleep. She woke him caressing his tired hand, he caressed hers struggling before opening his eyes, with no strength, then, opened his eyes to look at her from below his “panama”; She understood everything before he clarified:
-I thank you my child, you have to forgive me… I think it’s time to go. He stood up and left.
A month later of that reading in the garden, after they told her that her father died in an accident, she raised her head towards the sky thinking: “…it’s not true, he died while he was listening to Chekov…”

The last time somebody had told me “I love you a lot” without rushing, looking me deeply in the eyes, without turning that statement in to a hug or a kiss or a fast approach, it had been with my son, before leaving for Argentina, in his first trip to Italy when he was twenty-one.
This time, “Maria I love you a lot” has been told to me by a two years old mouth, a heart of hundred, a glance of a thousand. I answered timidly: “ …I do too…”, I kissed his little hand that was holding mine and looking at him in his eyes I remembered the beginning of the book on the Isaiah effect: “we came in this world to love and to find a kind of love even more bigger than the one known by the angels in heaven…”

Rome, beginning of summer in coldness, 2010 – Maria A. Listur