Al margine/On the Margin

Nella periferia delle verità
incontro la mano riconoscente
di chi abbraccia gerarchie
senza pretese accomunanti di bontà.
E lì mi appoggio, senza buonismi
alloggiata nella altezza, in compagnia.
Esposta, estasiata, gaudente. Assente.
Assente dal basso e dall’uguaglianza.

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Galleria degli Uffizi, Firenze

Parigi, mentre la pioggia detta il nuovo tempo.
2019 – Maria A. Listur

 

On the Margin

In the outskirts of the truths
I encounter the grateful hand
of who embraces hierarchies
without any claim combined by goodness.
And there I rest, without do-goodism
housed in the height, in company.
Exposed, enraptured, pleasure seeking. Absent.
Absent from the low and from the sameness.

Paris, while the rains dictates the new time.
2019 – Maria A. Listur

GIANNA ALFIER, Se Sono Rose…/if they are roses…

Signora Gianna Alfier, rendo a Lei la pagina, con profonda gratitudine: 

TRAINING INTERNAZIONALE PER ATTORI – Verona 2019
Maria A. Listur, trainer

Pienamente riuscito il Training Internazionale per Attori condotto da Maria A. Listur sulla tematica gestuale. Non più monologhi con attori immobili davanti ad un microfono e davanti ad un pubblico spesso annoiato, ma attori in continuo movimento nell’esplicazione del proprio personaggio. Corpo, mani, piedi rigorosamente scalzi. Una prova aperta al pubblico al Teatro Satiro di Verona dove aleggia un’idea di libertà che sfocia nella creatività degli artisti trainati dalla Listur. I monologhi sono scelti tra autori sei-settecenteschi come Shakespeare, Molière, Goldoni, Calderón della Barca. Gli attori si muovono in modo autonomo incastrando i propri personaggi l’uno con l’altro in un intrecciarsi di battute senza perdere il filo della trama, interpretando, dando voce al proprio personaggio fuori da ogni schema precostituito. Le parti si miscelano mantenendo l’individualità del personaggio puntualizzata anche dai toni della voce a volte sommessi, a volte squillanti. Un uccellino cinguetta i suoi pensieri dando avvio a questa maxi-performance che trova le sue radici in un desiderio di rinnovamento. L’immagine è simbolo dei nostri tempi e sarà con Sigismondo sempre presente nello spettacolo-prova immortalando locandiere fiere dei loro corteggiatori, una Giulietta datata che rifiuta il suicidio, Benedetto che cerca la sua amata e sfoga le tensioni a suon di batteria, un Don Giovanni nauseato dalle troppe donne innamorate, Desdemona che cerca il suo Otello ma trova solo Iago perfido, sfuggente e saltellante folletto.
Pazzia interpretativa? No, meglio, un teatro dell’assurdo “listurizzato” che prende avvio dall’improvvisazione degli attori con cambi di sedie, movimenti di corpi fino a coinvolgere il pubblico in quel piccolo spazio scenico nero con sullo sfondo un tracciato geometrico classico luminoso. Alla fine nessun spettatore si decide ad uscire nonostante l’invito con segnali manuali di Giulietta.
Un ballo molto gradito al pubblico che partecipa con gli attori sulle note di “Smorza è light” di Renzo Arbore, suggella il lavoro di : Jessica Azzinnari, Alessia Bartolomucci, Anna Fiorina Garofalo, Giovanni Giacomelli, William Moreschi, Emanuela Morozzi, Gabriele del Papa, Laura Pazzaglia.
Un lavoro originale questo ideato e condotto da Maria A. Listur, piuttosto difficile data la classicità dei personaggi scelti che sono stereotipi ben radicati nell’immaginario di ognuno di noi.
E, come recita il titolo, Se Sono Rose….

Gianna Alfier

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Gianna Alfier ph

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GIANNA ALFIER, if they are roses…

 

Madam Gianna Alfier, the page is yours, with profound gratitude:

INTERNATIONAL TRAINING FOR ACTORS – Verona 2019
Maria A. Listur, trainer

Absolutely successful the International Training for Actors coordinated by Maria A. Listur on the theme of the gesture. No more monologues of actors standing motionless in front of a microphone and in front of a often bored audience, but actors continuously moving in the explication of their own character. Bodies, hands, feet rigorously bare. An open rehearsal for the audience at the Satiro Theatre of Verona where it flutters an idea of freedom that debouches in the creativity of the artists trained by Listur. The monologues chosen among authors of the sixteen-seventeen hundred like Shakespeare, Molière, Goldoni, Calderón de la Barca. Actors move autonomously interlocking their own characters with the others in a interweave of their lines without ever losing the thread of the plot, interpreting, giving voice to their own character out of any pre-established scheme. The parts do blend very well keeping the individuality of the character pinpointed also by the tone of the voice, sometimes soft, sometimes shrilling. A little bird chirps its own thoughts giving way to this mega performance that finds its own roots in the desire of renewal. The image is the symbol of our time and it will be with Sigismund always present in the show-rehearsal immortalizing innkeepers proud of their admirers, a dated Juliet who refuses the suicide, Benedetto who is looking for his lover and lets his steam off playing the drums, a Don Juan nauseated by the too many women in love, Desdemona who is searches her Othello but finds only Iago deceitful, elusive and hopping goblin.
Interpreted madness? No, better, a Theatre of the absurd “listurized” which starts from the improvisation of the actors shifting their chairs, movements of the body until the audience is involved in that small black scenic space with a classic luminous geometric trace in the background. In the end no person of the audience decides to leave despite Juliet’ hands gestures invitations.
A dance very appreciated by the audience that participates with the actors on the notes of “Smorza ‘e lights” by Renzo Arbore, sets the seal on the work of : Jessica Azzinnari, Alessia Bartolomucci, Anna Fiorina Garofalo, Giovanni Giacomelli, William Moreschi, Emanuela Morozzi, Gabriele del Papa, Laura Pazzaglia.
An original work authored and directed by Maria A. Listur, quite difficult considering the classicality of the chosen characters which are stereotypes well rooted in the imaginary of each one of us.
And, as the title says, If they are Roses….

Gianna Alfier

“ […] nell’amore come nell’arte la costanza è tutto. Non so se esistano il colpo di fulmine, o l’intuizione soprannaturale. So che esistono la tenuta, la coerenza, la serietà, la durata.”/“ […] in love like in art perseverance is everything. I don’t know if love at first sight, or the supernatural intuition exist. I know that endurance, coherence, reliability, duration do.”

Ennio Morricone

-Ti rendi conto che se dici a una persona che non stai usando l’intuizione ma che ogni cosa che fai è il prodotto dello studio costante la stai spostando dal potere dell’immaginario?
-Sì.
-L’arte è immaginario!
-Ah sì?
-Sì! L’intuizione è fondamentale!
-Non sono una fondamentalista! So che uno strumento allenato alla sua disciplina avrà un’intuizione nata dalla conoscenza invece che dalla disperazione per mancanza di mezzi consapevoli.
-Sembri un chirurgo!
-E cosa pensi che facciamo con le parole quando cantiamo o dobbiamo recitare? L’intuizione è al servizio non può essere una risorsa!

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Yin Yang, PROVA APERTA/OPEN REHERSAL – Artes Produzioni. ML ph
Teatro Satiro – Verona, Italia

Parigi, mentre si discute sui metodi di educazione.

 

“ […] in love like in art perseverance is everything. I don’t know if love at first sight, or the supernatural intuition exist. I know that endurance, coherence, reliability, duration do.”

Ennio Morricone

 

-Do you realize that if you tell a person that you are not using intuition but that everything you do is the result of constant study; you are moving him/her from the power of imaginary?
-Yes.
-The art of the imaginary!
-Ah yes?
-Yes! Intuition is fundamental!
-I am not a fundamentalist! I know that an instrument trained to its discipline will have an intuition born from knowledge instead of desperation for lack of conscious tools.
-You sound like a surgeon!
-And what do you think we do with words when we sing or we have to act? Intuition is to the service it can not be a resource!

Paris, while discussing over methods of education.

Il cielo in terra/Heaven On Earth

per Diego C.

-Vieni qua, siediti qui. Mi disse guardandomi fisso negli occhi, sorridendo e segnalandomi la sedia accanto a lui.
-Sicuro? Chiesi.
-Sì. Vieni
Arrivata accanto a lui mi prese la mano e mi disse:
-Maria ti voglio tanto bene.
Mi commosse per l’intensità dello sguardo, per la mano soave che faceva fatica a prendere la mia.

Suo padre non ha mai avuto una grande vocazione per gli abbracci.
Suo padre aveva un’eleganza naturale di quelle che non si perdono mai, neanche nei momenti più delicati della giornata o in quelli più vulnerabili della vita. Prima di morire, ebbe una piccola paresi che bloccò la sua glottide dando alla sua voce un suono rauco che la rendeva ancora più affascinante e seducente, dovette usare il bastone per camminare e questo lo rese ancora più signorile aumentando la sua grazia, soprattutto se veniva guardato da una prospettiva posteriore. La difficoltà, il dolore, l’insensibilità lo resero ancora più elegante. Cambiò anche la sua distanza dal mondo. Con gli occhi riuscì ad abbracciare, a chiedere, a scusare.
Lei aveva diciassette anni, era incinta del primo figlio, leggeva per lui Checov nel giardino di quella che fu la loro ultima casa. Sentì il respiro del padre diventare lento, alzò lo sguardo e lo vide addormentato. Lo risvegliò carezzandogli la mano stanca, lui prima di aprire gli occhi sfiorò la sua con fatica, senza forza, poi, aprì gli occhi per guardarla sotto il “panama”; lei capì tutto prima che lui chiarisse:
-Ti ringrazio figlia mia, mi devi perdonare… Credo che sia ora d’andare. Si alzò e se ne andò.
Un mese dopo la loro lettura in giardino, quando le dissero che suo padre era morto in un incidente, lei alzò la testa verso il cielo pensando: “… non è vero, mio padre è morto mentre ascoltava Checov…”

L’ultima volta che mi avevano detto “ti voglio tanto bene” senza fretta, guardandomi profondamente negli occhi, senza far diventare quella dichiarazione un abbraccio o un bacio o un avvicinamento veloce, si trattava di mio figlio, prima di partire per l’Argentina, nel suo primo viaggio in Italia all’età di ventuno anni.
Questa volta, “Maria ti voglio tanto bene” me l’aveva detto una bocca di due anni, un cuore di cento, uno sguardo di mille. Io risposi timidamente: “… anche io…”, gli baciai la manina che teneva la mia e guardandolo negli occhi ricordai l’inizio del libro sull’effetto Isaia: “siamo venuti al mondo per amare e per trovare un amore perfino più grande di quello conosciuto dagli angeli del paradiso…”

Roma, inizio dell’estate nel freddo, 2010 – Maria A. Listur

Heaven On Earth
To Diego C.

-Come here, sit here. He said looking me straight in the eyes, smiling and showing me the chair next to him.
-Are you sure? I Asked.
-Yes. Come.
When I sat next to him he took my hand and said:
-Maria I really love you.
He moved me for the intensity of the glance, for the soft hand that was making a great effort to grab mine.

Her father wasn’t really been keen on hugs.
Her father had that natural elegance of those that never gets lost, not even in the most delicate time of the day or in the most vulnerable moments of life. Before dying, he had a very slight paresis that blocked his glottis giving to his voice an husky sound, which would make him more fascinating and seducing, he had to use a cane to walk and this made him even more gentlemanly increasing his grace, especially if he was seen from a back perspective. The difficulty, the pain, the insensibility made him even more elegant. Even his distance to the world changed. With his eyes he could embrace, ask, forgive.
She was seventeen, was pregnant of her first child and would read Chekov for him in the garden of what it was going to be their last home. She heard the breathing of her father becoming slow, raised her eyes and saw him asleep. She woke him caressing his tired hand, he caressed hers struggling before opening his eyes, with no strength, then, opened his eyes to look at her from below his “panama”; She understood everything before he clarified:
-I thank you my child, you have to forgive me… I think it’s time to go. He stood up and left.
A month later of that reading in the garden, after they told her that her father died in an accident, she raised her head towards the sky thinking: “…it’s not true, he died while he was listening to Chekov…”

The last time somebody had told me “I love you a lot” without rushing, looking me deeply in the eyes, without turning that statement in to a hug or a kiss or a fast approach, it had been with my son, before leaving for Argentina, in his first trip to Italy when he was twenty-one.
This time, “Maria I love you a lot” has been told to me by a two years old mouth, a heart of hundred, a glance of a thousand. I answered timidly: “ …I do too…”, I kissed his little hand that was holding mine and looking at him in his eyes I remembered the beginning of the book on the Isaiah effect: “we came in this world to love and to find a kind of love even more bigger than the one known by the angels in heaven…”

Rome, beginning of summer in coldness, 2010 – Maria A. Listur