“È nel ricordo che le cose prendono il loro vero posto.”/“It’s in the memory that things take their real place.”

Jean Anouilh

“Bello il fiore?”, dice luccicante nel suo sorriso. Ha un fiore bianco tra le dita piccole e nodose, tutta vestita di nero, di spalle alla vigna. Carezzo il suo fiore, dico: “Bellissimo”.
Mi allontano per cercare di stare al ritmo di chi mi ospita; senza molto successo. Mangio tutto quello che mi offrono, tutto è fatto per essere offerto. Tutto viaggia, va verso gli altri. Anche i gatti stanno lì a fare macchia di bellezza in movimento.
“Bello il fiore?”, dice ancora, col fiore bianco in lentissima apertura, composta nella sua sedia sotto il pergolato, incorniciata dalla sua vigna. Carezzo il suo fiore bianco e dico: “Bella lei”.
Affiancata dall’amica/guida passeggio tra alberi da frutto, cicoria selvatica, pomodori che la temperatura regala ancora, file di cavoli, diversi tipi di rosmarino, e calpesto ignorantemente quello che è un tappetto d’origano! Cadono le mele e i kiwi a terra in un paradiso senza tentazioni.
“Bello il fiore?”, ripete col fiore bianco tra quelle manine scolpite nella terra, pronta per il viaggio verso la casa dell’altra figlia, di spalle al suo passato. Carezzo il suo fiore bianco, dico: “Sì, bellissimo”.
Tutto sta crescendo, anche quello che dovrebbe seccare. Confessione di chi cura la vigna, l’orto e la cucina. L’autunno si sta presentando dolcemente e la sofferenza delle olive è l’unico evento doloroso di questo momento. “L’olio quest’anno sarà poco!”, confidano mentre mi fanno assaggiare altri venuti dal sud. Raccolgo maldestramente fagiolini, osservo come si sviluppa un carciofo, assaggio torte, castagne, vino nuovo, mele ancora intiepidite dal crepuscolo.
“Bello il fiore… Io non ti conosco…” Dice guardandomi dolcemente.
“Infatti, non sono mai venuta… Mi ha portato sua figlia.”
“Ah, io vengo da sempre… Bello vero? E ritorna con gli occhi sul fiore.
“Bellissimo!”
Mentre mi allontano per odorare altri alberi, lei svanisce verso casa di un’altra figlia.
Quando il sole cade tra le colline, vedo l’ombra della sua sedia vuota, mi siedo, cerco dentro di me la sua voce, la forza delle radici al posto delle ossa, la sua grazia che nel silenzio di novantuno anni grida il richiamo al centro di tutte le cose.
Improvvisamente, la differenza tra avere memoria è servare ricordo, si fa corpo, il mio.

Crepuscolo

Prenestina, nell’orto di Virginia, dove ispira le sue figlie.
2014 – Maria A. Listur

“It’s in the memory that things take their real place.”

Jean Anouilh

“Beautiful flower?”, she says sparkling in her smile. She has a white flower between her small and nubby fingers, all dressed in black, with the vineyard behind. I caress the flower, I say: “Very beautiful”.
I step back in order to keep up with the rhythm of is my host; without any luck.
I eat everything they offer me, everything is made to be offered. Everything goes, travels towards the others. Even these cats they are here as a spot of beauty in movement. .
“Beautiful flower?”, she ask again, with that white flower in a very slow blossom, tranquil in her chair under the arbor, framed in her vineyard. I caress her white flower and say: “You are beautiful”.
Along sided by the friend/host I walk among the fruit trees, the wild chicory, the tomatoes that the temperature still donates, lines of cabbages, different types of rosemary, and I step over unawarely what it is a carpet of oregano! Apples and kiwis fall on the ground in a heaven of temptations.
“Beautiful flower?”, she repeats with the white flower between those little hands chiseled by the dirt, ready for the trip towards the house of the other daughter, behind her past. I caress her white flower: “Yes, beautiful”.
Everything is growing, even what it is supposed to be withering. Confessions of who takes care of the vineyard, the vegetable garden and the cooking. The autumn is presenting itself delicately and the suffering of the olives is the only painful event of this moment. “The oil is going to be modest!”, they confess while they make me taste others coming from the south. I inexpertly harvest the green beans, I observe how the artichoke forms. I try cakes, chestnuts, new wine, apples still warmed by the twilight..
“Beautiful flower… I don’t know you…” She says looking at me lovingly.
“Indeed, I have never been here… Your daughter brought me here.”
“Ah, I always come here… Beautiful, isn’t it?” And she goes back with her eyes to the flower.
“Very beautiful!”
While I distance myself to smell other trees, she vanishes towards the house of another daughter.
When the sun sets between the hills. I see the shadow of her empty chair, I sit, look inside me for her voice, the strength of the roots in place of the bones, her grace that in the silence of her ninety one years screams the call to the center of all things.
Suddenly, the difference between having a memory and nurture the remembrance, becomes body, mine.

Prenestina, in the vegetable garden of Virginia, where she inspires her daughters.
2014 – Maria A. Listur

“È nel ricordo che le cose prendono il loro vero posto.” /“It’s in the memory that things take their real place.”

Jean Anouilh

Il mio ospite ama il pane fresco. Troppo tardi per farlo a casa e troppo presto per uscire a comprarlo. Esco ugualmente, cammino quando il buio dell’inverno risparmia luce. Percorro Rue Saint Paul fino al fiume, attraverso il Ponte di Marie, davanti a me e in direzione opposta, un uomo attraversa la nebbia.
L’uomo sembra non avere fine, i limiti della sua sagoma si sfumano nell’umidità che scolpisce Parigi.
Ci guardiamo agli occhi. Lui mi sorpassa dalla parte della ringhiera. Percepisco il tremore del ponte. Ascolto i passi e il suono del suo impermeabile ammorbidito dall’umido. Dopo dieci passi ascolto anche la voce:

-Maria! Marilyn!

Mi giro di scatto prima d’arrivare all’isola di Saint Louis. Ricordo la voce. Non riesco ad associarla alla figura sfumata nell’alba. Corre verso di me e mi prende dalle braccia. Mi scuote delicatamente e ripete ai miei occhi attoniti:

-Non ti ricordi di me? Guardami.

Lo guardo e riesco a vedere il blu profondo degli occhi, diventati grigi dal riflesso del cielo. Non riesco a parlare. Insiste:

-Sono io.

Lo abbraccio e lo sento tremare nel petto, lui sembra fatto di vapore, io mi congelo. Gli sussurro all’orecchio:

-Ho freddo.
-Ma che fai a quest’ora per strada?

Non rispondo perché, ricordo. Lui insiste:

-Cosa fai?
-Una passeggiata fino all’apertura delle panetterie.
-Non sai che allegria mi dai!
-Vedo.
-Facciamo colazione insieme?
-No… Preferisco camminare.
-Ti accompagno?
-Grazie, preferisco continuare da sola.
-Sono a Parigi per due giorni, poi vado a Roma per altri due e alla fine del mese torno a casa. Ti va se ci sentiamo?
-Preferisco di no.
-Non sembri te…
-Allora come hai potuto riconoscermi?
-Dico per la mancanza di calore, non per il fisico.
-Ah…
-Pensi che ci sia qualcosa di cui dovremo chiarirci dopo…
-No.
-Mi ha fatto piacere vederti ma sento qualcosa che…
-La nebbia fa queste cose, ti fa incontrare gente che in realtà non esiste… Proviamo ad arrivare all’altra sponda.

Mi sommergo nello spirito di quella che fu l’isola dei Pazzi, mai sentita così a casa.

Parigi, mentre il fiume borbotta e il cielo accoglie… 2014 – Maria A. Listur

 

“It’s in the memory that things take their real place.”

Jean Anouilh

My guest loves fresh bread. Too late to make it in the house and too early to go out to buy it. I go out anyway, I walk when the darkness of winter saves light. I walk through Rue Saint Paul up to the river, I cross Marie Bridge, in front of me in the opposite direction, a man passes through the mist.
The man seems not having an end, the outlines of his silhouette are blurred in the humidity that engraves Paris.
We look at each other eyes. He passes me from the railing side. I sense the trembling of the bridge. I hear the steps and the sound of his raincoat-softened by the humidity. After ten steps I hear the voice as well:

-Maria! Marilyn!

I turn around before reaching the island of Saint Louis. I remember the voice. I cannot associate it to the blurred figure of the dawn. He runs towards me and take my arms. He shakes me delicately and repeats to my dumbfounded eyes:

-Don’t you remember me? Look at me.

I look at him I can see the profound blue of his eyes, that have become grey by the reflex of the sky, I cannot speak. He insists:

-It’s me.

I hug him and I can feel him shaking in the chest, he seems to me made of steam, I am frozen. I whisper in his ear:

-I am cold.
-What are you doing at this time in the street?

I don’t reply because, I remember. He insists:
-What are you doing?
-A stroll until the bakeries open.
-You don’t know how happy you make me!
-I see.
-Shall we have breakfast?
-No… I’d rather walk.
-Can I walk you?
-Thanks, I’d rather continue alone.
-I am in Paris for two days, then I am going to Rome for two more and at the end of the month I am going back home. Do you mind if we talk?
-I’d rather not.
-You don’t seem yourself…
-So how could you recognize me?
-I am saying it for the lack of warmness, not for the body.
-Ah…
-You think there is something we should clear later on…
-No.
-It made me happy to see you but I feel something that…
-Mist does this things, it makes you meet people that do not exist in reality… Let’s try to reach the other bank.

I submerge in the spirit of what it was the island of the Crazies, never felt so at home before.

Paris, while the river rumbles and the sky greets… 2014 – Maria A. Listur