In memoriam di Ana Maria Giunta/In Memory of Ana Maria Giunta

Lei ed io abitammo nella stessa città ai piedi de Los Andes. Poi, l’arte, la politica, il processo militare e il centralismo della capitale la portarono via. E un po’ più di un decennio dopo la sua partenza, l’arte, l’etica e lo stesso centralismo portarono via anche me.

Un giorno di umida estate ci incontrammo casualmente in un caffè, a Buenos Aires; lei era diventata una famosa attrice argentina, certa della inaffidabilità della fama, luminosa, appesantita, ed io ero una ragazza altissima, quasi forte. Lei mi guardò dal basso verso l’alto prima di salutarmi, poi disse che si ricordava di me piccolina. Io sorrisi silenziosa. Lei mi invitò a sedere al suo tavolo, dove era contornata da più persone che amavano ascoltarla, possedeva una sottile intelligenza e un fortissimo sarcasmo. “Vieni magretta!” disse, causando l’ilarità dei commensali. Rise anche lei con una risata sguaiata – che conquistò più di un regista e che resta nella memoria del cinema argentino grazie a un film molto bello “La pelicula del Rey” – poi, aggiunse: “Guardate questa bellezza, non vi sembra che è uguale a me?”, tutti risero ancora tranne me, che la interrogai con lo sguardo.
Non capivo la somiglianza: avevamo esattamente vent’anni di differenza, lei aveva già raggiunto quello che per la mia generazione d’arte era un successo ambito – il riconoscimento del talento, insieme alla brillantezza intellettuale e al prestigio etico – mentre io ero un’attrice giovane che tutti consideravano “troppo appariscente” per sembrare seria; lei pesava più di cento chili, per meno di un metro e sessanta di dolce rotondità ed io meno di sessanta, per più d’un metro e ottanta di ossa.
Queste osservazioni riaffioravano silenziosamente nel mio pensiero ogniqualvolta ripeteva la sua ipotesi di somiglianza.
Alle mie perplessità rispose un giorno – mentre dava riparo a più d’una attrice senza lavoro, tra cui io, nella sua casa de Avenida Córdoba, nel centro de Buenos Aires – mentre innaffiavo le piante del suo corridoio a vetro su una scala che lei sosteneva e da dove aveva una prospettiva che esasperava le mie dimensioni: “Siamo identiche tu ed io… E tu sai perché?”, non risposi, tuttavia lei prese il silenzio per invito all’auto-risposta: “Perché tu ed io siamo troppo! Occupiamo troppo spazio. Tu in alto ed io in largo… Siamo due grandi provocatrici!” Scesi dalla scala e la baciai. Lei preparò delle uova ripiene con gelatina di fragole perché non c’era nient’altro da mangiare. Ridemmo di quella miseria con quella sicurezza che hanno coloro che hanno già perso.
Le trovammo separatamente, le risorse.
Prendemmo strade e scale diverse. Non ci vedemmo più.

Ho saputo che è morta il giorno del compleanno di mia madre, 14 Marzo 2015, e la prima cosa che ho pensato è stata: “Ovunque sia, sicuramente, si sentirà più leggera…”
L’ho ricordata ai piedi della scala o mentre si divertiva a vedermi provare i suoi vestiti che cadevano a lenzuolo sulle mie spalle, e ho articolato una risposta a quella vecchia domanda che, anche se non posso più dirgliela, posso scriverla: “Ana, non siamo state uguali ma, grazie per esserti specchiata in me quando io sentivo di essere molto meno di un fantasma…”

Roma, tentando di intonare il canto che soltanto la morte sa cantare.
2015 – Maria A. Listur

 

In Memory of Ana Maria Giunta

She and I lived in the same city at the foot of Los Andes. Then, art, politics, the military process and the centralism of the capital took her away. And after more than a decennial after her leaving, art, ethics and the same centralism brought me away as well.

A day of humid summer we met casually in a café, in Buenos Aires; she had become a famous Argentinean actress, sure about the unreliability of fame, luminous, overweight, and I was a very tall young woman, almost strong. She looked at me from toe to tip before greeting me, than she said that she remembered of me little. I smiled quietly. She invited me to sit at her table, where people who loved to listen to her surrounded her, she had a subtle wit and a very strong sarcasm. “Come skinny girl!” she said, causing the hilarity of the commensals. She laughed as well with a vulgar laugh – that conquered more than one movie director and that remains in the memory of the Argentinean movie thanks to a very beautiful film “La pelicula del Rey” – then she added: “Look at this beauty, don’t you think she is same as me?”, All laughed again but me, I interrogate her with my glance.
I didn’t understand the likeness: we had exactly twenty years of difference, she had already reached what for my generation of art was a highly desired success – the acknowledgement of the talent, together with the intellectual brightness and the ethics prestige – while I was a young actress that everybody considered “too striking” to be serious; she weighted more than one hundred kilos, for a meter and sixty of sweet roundness and I was less than sixty, for more than a meter ant eighty of bones.
These observations would resurface quietly in my thought every time she repeated her hypothesis of likeness.
To my perplexities she answered one day – while she was giving shelter to more than one actress without job, among which me, in her home in Avenida Córdoba, in the center of Buenos Aires – while I was watering the plants of her glass hallway on a ladder that she was holding up and from where she had a perspective that exasperated my dimensions: “We are alike you and me… And do you know why?”, I didn’t reply, though she took the silence as an invitation to auto-replying: “Because you and me are too much! We take too much space. You in height and me in width… We are two big provokers!” I came down the ladder and kissed her. She prepared some stuffed eggs with strawberry jello because we had nothing else to eat. We laughed of that misery with that certainty that have those who have already lost.
We did find them separately, the resources.
We took different paths and ladders. We never saw each other again

I heard that she died the day of my mother’s birthday, 14th of March 2015, and the first thing that I thought was: “Anywhere she is, surely, she will feel much lighter…”
I remembered at the foot of the stairs while she enjoyed seeing me trying her dresses that fell on me like a sheet on my shoulder, and I have articulated a reply to that old question that, even if I can’t tell her anymore, I can write: “Ana, we have never been alike but, thanks for seeing yourself in me when I felt to be much less than a ghost…”

Rome, trying to start singing the chant that only death can sing.
2015 – Maria A. Listur