MEMORABILE/MEMORABLE

Accetto l’invito di vederti

senza la pretesa d’incontrarti, ora.

In quegli occhi sconosciuti risiedi

e fai ridere, come sempre…

E ogni ricordo in disaccordo

si precipita alla vista di quel colore

marrone e indio. Tuo, madre.

Ora suo, irripetibile e memorabile.

R. C. web archives

Parigi… mentre si guarda attentamente.

2021 – Maria A. Listur

MEMORABLE

I accept the invitation to see you
without the pretension to encounter you, now.
In those unknown eyes you reside
and make me laugh, like always…
And every memory in discord
collapses at the glance of that color
brown and Indio. Yours, mother.
Now his, unrepeatable and memorable.

Paris… while attentively watching.
2021 – Maria A. Listur

A TRA POCO/SEE YOU SOON

Laddove non ero ancora
e tu già c’eri, là t’immagino
avvolta nel tuo blu preferito,
vergine dello sguardo di me
creatura ambulante e unica
inscritta e sospesa tra tuoi Sé
tra te e lui, tra te e il tempo
tra te e ogni addio.

“Hasta siempre” dunque,
ti rivedrò nelle curvature
delle palpebre riflesse allo specchio:
anteriori al mio sguardo
sciolte in generazioni, precise
mai sfaldate dall’abisso dell’eterno
indistruttibili come un colpo
amorevoli, accanite, nostre.

Montserrat Gudiol 1933 barcelona.jpg

Montserrat Gudiol, 1933
A mia madre/to my mother, 14 03 1933 – 01 04 2020

Parigi, quando aprile sa di nuovo.
2020 – Maria A. Listur

 

SEE YOU SOON

There where I wasn’t yet
and you were there, there I picture you
wrapped in your favorite blue,
virgin of the glance of me
unique and itinerant creature
inscribed and suspended in yourself
between you and him, between you and the time
between you and each farewell.

Therefore “Hasta siempre”,
I will see you in the arching
of the eyelids reflected in the mirror:
previous to my glance
diluted in generations, precise
never shattered from the abyss of the eternal
indestructible like a blow
loving, stubborn, ours.

Paris, when April tastes like new.
2020 – Maria A. Listur

ANCESTRI/ANCESTORS

Nessuna colpa;
tutta casualità esserti stata figlia,
sfavillante solco essere mia madre.

IMG_7194.jpg

ANCESTRI/ANCESTORS, 2019
James McNeill, Museo d’Orsay
Gabriele del Papa ph

Fiumicino, mentre il cielo si veste d’argento.
2019 – Maria A. Listur

 

ANCESTORS

No fault;
all fortuitous being your daughter,
sparkling mark being my mother.

Fiumicino, while the sky dresses in silver.
2019 – Maria A. Listur

UN SIGNORE/A GENTLEMAN

In un attempato signore ti sei evoluto,
Amore.
Solerte cuore, accogliente
quanto i palmi da madre
(abbastanza buona, la madre… )
Attraversi, traspiri, t’immergi,
Amore.
Esplodi in lacrime di gioia
in camelie a forma di bocca,
in istanti senza notte da sogno;
avvinghiato al celato mondo
ove l’impercettibile subodora
e senza contare decadi, passaggi,
addii, l’imperdonabile, perdona.
Amore,
ripeti il richiamo alla pace,
quella scommessa senza tempo,
e senza lotta, già vinta in gloria.

Fleur-V-643

Fleur V – 2016 – Maria A. Listur

Roma, tra stelle che hanno le braccia.

 

A GENTLEMAN

In an aged gentleman you have evolved,
Love.
Diligent heart, receiving
as the palms of mother
(good enough, the mother…)
Go across, transpire, plunge yourself,
Love.
You explode in tears of joy
in camellias mouth shaped,
in instants without the dream night;
clinging to the hidden world
where the imperceptible senses
and without counting decades, passages,
farewells, the unforgivable, forgives.
Love,
you repeat the call for peace,
that gamble without time,
and without fight, already won in glory.

Rome, among stars that have arms.

“Quella che chiamiamo verità è soltanto un’eliminazione di errori.”/“What we call truth is just an elimination of mistakes.”

Georges Clemenceau

-Signora… Buongiorno.
-Buongiorno.
-Vorrei sapere se mi può prestare la macchina…
Riaccomodo la mia schiena sul tronco del melo che mi fa da spalliera sul prato del giardino della Rue de Babylone e guardo il mio interlocutore un po’ assopita, ancora nel mondo del libro che ho tra le mani, rispondo:
-Quale macchina?
-La sua, quella lì…
-Ah… (Il sorriso dal cuore mi porta al mondo…) Va bene. Prendila.
-Per quanto tempo?
-La puoi tenere fino a quando dovrò tornare a casa.
-E quando deve tornare?
-Oggi non ho problemi di orario… Diciamo che se comincia a piovere me la devi ridare e se non piove torno dopo pranzo. Ti va bene?
-Se vuole, poi facciamo un giro insieme
-No grazie, la macchina è troppo piccola perché porti entrambi.
-Ma io prendo la mia e lo facciamo insieme!
-Ah! Tu hai già una macchina… E come mai chiedi la mia?
-La mia è più piccola… Gliela chiedo per provarla…
-Ah… Vai! Provala!
-Le posso lasciare la mia in custodia? Quella là, rossa. (Segnala un punto dove vedo soltanto rose multicolori.)
-Certo ma avvicinala perché da qui non la vedo…
-Quanto la ringrazio! Grazie! Grazie! Molte grazie signora!!
Mi avvicina la sua “macchina”, si mette in ginocchio sull’erba molto vicino al mio minuto pic-nic, guarda la mela e il thermos, gli domando:
-Vuoi una mela?
Si guarda intorno, si avvicina e mi dà un bacio veloce sulla guancia. Si allontana un po’, sempre in ginocchio con le mani appoggiate sulle cosce dice:
-Se vede una signora alta e mora, molto bella, che guarda la mia macchina da vicino, quella è mia madre. Non le dica che sono in giro con la sua macchina perché si spaventa.
-E cosa faccio?
-Non si preoccupi, io vi tengo d’occhio. Arriverò pianino e le chiederò: “Signora, questa qui è la sua macchina?” E lei mi deve rispondere: “Ah bravo! Sono felice che qualcuno l’abbia trovata!”
-Va bene. Farò proprio così, ora vai perché si sta rannuvolando.
-Lei sembra così piccina… Quasi quasi dovremo scambiare le macchine…
-Le stiamo scambiando… Per un po’.
-Certo… Non me la può regalare! Mia mamma si accorgerebbe che sto mentendo…
-Infatti. Ora vai o no?
Lui guarda l’entrata del giardino, le strade che dividono le aiuole piene di rose, e dice:
-No signora non vado… Riprendo la mia macchina… Non posso mentire alla mia mamma…
-Dunque, diciamole la verità: che volevi farti un giro con un monopattino per adulti.
-Glielo dice lei?
-Glielo spiego io e se non viene ti scrivo un biglietto dove dico che avrò piacere di prestartelo ogniqualvolta saremo in giardino.
-Faccio un giretto e glielo riporto!
Lascio il libro, prendo la mela, guardo all’orizzonte un futuro uomo sopra un monopattino gigante.

Parigi, sotto un melo che fa miracoli.

 

“What we call truth is just an elimination of mistakes.”

Georges Clemenceau

-Madam… Good day.
-Good day.
-I would like to know if you can lend me your car.
I re accommodate my back on the trunk of an apple tree that I am using as headboard on the lawn of the garden of Rue de Babylone and I look at my interlocutor a bit sleepy, still in the world of the book that I hold in my hands, I reply:
-What car?
-Yours, that one…
-Ah… (the smile from the heart brings me to the world…) Al right. Take it.
-For how long?
-You can have it until I will have to return home.
-And when do you have to return?
-Today I have no time issues… Let’s say that if it rains you will give it back to me and if it doesn’t rain I will come back after lunch. Does it suit you?
-If you want, afterwards we can take a ride together.
-No thanks, the car is too small to carry both of us.
-But I’ll take mine and we’ll go together!
-Ah! You already have one car…And how come you are asking me mine?
-Mine is smaller…I am asking you to try it…
-Ah… Go ahead! Try it!
-Can I leave mine in custody? That one, red. (Is pointing a direction where I see only multicolor roses.)
-Sure but bring it closer because I can’t see it from here…
-I thank you so much! Thanks! Thanks! Thank you very much!
He brings his “car” closer, kneels on the lawn very close to my minute picnic, looks at the apple and the thermos, I ask him:
-Do you want an apple?
He looks around, comes closer and gives me a quick kiss on the cheek. Goes away a little, still kneeling down with his hand on his smooth thighs says:
-If you see a tall and dark woman, very beautiful, who looks at my car very closely, that’s my mother. Don’t tell her that I am with your car because she gets scared.
-And what do I do?
-Don’t worry, I’ll keep an eye on you. I will come slowly and ask you: “Madam, is this one your car?” And you will have to reply: “Oh good! I am happy that someone has found it!”
-Alright. I’ll do exactly like that, now go it’s clouding over
-You look so little… We should almost exchange cars…
-We are exchanging them… For a while.
-Sure… You can’t give it to me! My mother would realize that I am lying…
-Exactly. Now go or not?
He looks at the entrance of the garden, the streets that divide the flower beds full of roses, and says:
-No madam I won’t go… I’ll take back my car… I can’t lie to my mom…
-Therefore, let’s tell her the truth: that you wanted to try a scooter for adults.
-Will you tell her?
-I will explain it to her and if she doesn’t come I will write a note where I will say that I will have the pleasure to lend it to you every time we will be in the garden.
-I am taking it for a spin and I will bring it back to you!
I let the book off, take the apple, look at the horizon a future man over a gigantic scooter.

Paris, under an apple tree that makes miracles.

GINNASTICANDO/GYMNASTICING

Come fa il grano prima d’esser il pane
accolgo il tempo che nutre, e lava.
Confido sul vero lievito, il mio!
Acqua? Di madre. Sale? Di padre;
il quieto cuocere mi è oramai di casa,
rifiuto limiti tra la terra, il fuoco, l’aria!
Croccante, fragrante, sempre invidiabili,
la mia santa messa, il mio santo pane,
e quel talento nel saper offrire,
senza equivocare sentite scuse
con del perdono, sentite lacrime…
Alloggio quindi, anche il suo contrario
quel anti-tempo che uccide e salva.
Non più letarghi per l’irrisolto!
Disfo le messe, spezzo il pane.
Poi, dentro le costole, un’aquila sazio,
le sue ali, senza sforzo, dispiego
e dal volo più ampio e più interno
mi catapulto verso il mio centro
per diventare ancora una volta, e mille,
di nuovo,
grano.

641-Isola-Film-Still-2005

ISOLA II film – Michele Truglio ph – 2005

Parigi, nel miracolo della totale ignoranza.
2016 – Maria A. Listur

 

GYMNASTICING

As the wheat does before being bread
I welcome the time that nourishes, and cleans.
I rely on real yeast, mine!
Water? Of mother. Salt? Of father;
The quiet cooking it is by now an habit,
I refuse the limits between earth, fire, air!
Crunchy, fragrant, always enviable,
my saint mess, my saint bread,
and that talent in being able to offer,
without misunderstanding heartfelt apologies
with forgiveness, heartfelt tears…
I therefore inhabit, its contrary as well
that anti-time that kills and saves.
No more lethargies for the unsolved!
I undo the messes, I break the bread.
Then, inside the ribs, I satiate an eagle,
its wings, with no effort, I spread
and from the broad and more inner flight
I throw myself toward my center
to become one more time, and thousand,
again,
wheat.

Paris, in the miracle of the total ignorance.
2016 – Maria A. Listur

NASCONDINO/HIDE AND SEEK

Sei l’aroma nella camera dei legnosi alberghi,
diventi ruga a mezzaluna sulla faccia dell’amico.
Appari ombra di quel quadro oggi visto, anche sempre,
nella voce dentro quel cuore ch’è la testa:
“Non ti affrettare non son venuto per riprenderti…”,
nelle geometrie dell’apparecchiare ogni tavola,
attraverso poesie che declamano le tue parole,
dietro il verde occhio interrogante dello specchio,
sotto la fina pelle memoria delle tue trasparenze,
nella dolce disciplina del continuare.
Sì. Appari, scompari. Sempre in tempo, a ricordare
che dalle profondità dei miei sconosciuti sensi
sei sempre mio padre: funzione, luce, salvezza,
arte.

ELL-636

Eduardo Lucio Listur, mio padre – 1925, Bs. As. Argentina

Roma, sopra i ponti che l’anima animano,
quelli che sembrano padre e sono madre e padre…

2016 – Maria A. Listur

 

HIDE AND SEEK

You are the aroma in the room of the wooden hotels,
you become wrinkle half moon sized on the face of the friend.
You appear shadow of that painting seen today, always as well,
in the voice inside that heart that is head:
“No need to rush I haven’t come to take you back…”,
in the geometry of setting each table,
through the poems that declaim your words,
behind the interrogating green eye of the mirror,
under the fine skin memory of your transparencies,
in the sweet discipline of the continuing.
Yes. You appear, disappear. Always on time, to remind
that from the deepness of my unknown senses
you are always my father: function, light, salvation,
art.

Rome, over the bridges that enliven the soul,
those who seems to be fathers are mothers and fathers…

2016 – Maria A. Listur

BUON NATALE/MERRY CHRISTMAS

Quante versioni di Gesù!
Quante del Cristo!
Tutte vere…
Tutte menzognere.
Io scelgo quella del mago,
dell’allievo della vergine,
dell’alunno del discernente,
tremolante alla volontà del padre.
Padre!
Del redento! Mai crocefisso.
Scelgo quella del figlio;
quello nuovo.
Nato.

Sebastian Laban ph

SEBASTIAN LABAN ph

Parigi, quando si fa luce – 2015 – Maria A. Listur

 

MERRY CHRISTMAS

So many versions of Jesus!
So many of Christ!
All real…
All fakes.
I choose the one of the wizard,
of the disciple of the virgin,
of the student of the one who discerns,
trembling at the father’s will.
Father!
Of the redeemed! Never crucified.
I choose the one of the son;
the new one.
Born.

Paris, when it becomes light – 2015 – Maria A. Listur

“Non sarò più quel che ero. La pioggia trasforma l’acqua.”/“I will never be what I was. The rain transforms the water.”

Crista Wolf

C’era una grande collezione di bambole di tutte le dimensioni, di ogni tipo: piccole, parlanti, mezzane, cantatrici, di altezza naturale, gigantesse vestite da pagliaccio, babbi natale illuminati. Facevano terrore ma, poiché non si dava a vedere, continuavano ad arrivare a mo’ di dono; regalo ideale per una persona che aveva l’età di una bambina, senza la naturale freschezza del cuore.
Un giorno, sparirono due: una rossa e una bionda.
La bambina chiese alla madre:

-“Dove sono le bambole?”
-“Le ho regalate.”
-“Perché?”
-“Perché non c’è più spazio. E stanno arrivando altre…”
-“Ah…”
-“Ti dispiace?”
-“No…”
-“Non ti dispiace? Come che non ti dispiace!”
-“Volevo dire sì…”

A sei anni si può incominciare ad avere vergogna di non amare molte delle cose che
corrispondono all’età, ai gusti, alla proprietà, alle imposizioni.

C’erano ventuno anni di vita sintetizzati in quarantuno scatole da trasportare dall’Italia verso la Francia: libri, alcune opere d’arte, cristalleria, piatteria, biancheria, indumenti invernali, un computer. Arrivarono bagnati dalla pioggia e dalle lacrime di un tempo incredibile che si ripete senza sosta, che nutre l’oscuro privilegio di condividere tante piazze terrorizzate, templi aperti dove chiedere pace. Dentro alcune delle quarantuno scatole c’erano: purè di cristallo, salsa di ceramiche, polvere di porcellana; bestie sacrificali di un continuo movimento vestito da trasloco.
Un amico di quella che fu la bambina che non amava le bambole disse:

-“Mi dispiace.”
-“Anche a me ma passa.”
-“Soprattutto mi dispiace per questa qui…” Disse lui segnalando una scultura di fango.
-“Anche a me.”
-“Non possiamo salvarla?”

Lo chiese mentre il suono dei vetri che cadevano nel secchio della spazzatura si confondeva con le campane della chiesa vicina insieme alle sirene delle ambulanze e della polizia.

-“Possiamo… Pensa che l’ho portata a spalla da un continente all’altro.”
-“Dobbiamo salvarla.”
-“Salverò anche un piatto.”
-“Quale?”
-“Un regalo di mio figlio.”
-“Potresti salvare altro?”
-“Guarda dentro il secchio… Non c’è più nulla.”
-“Posso prendere questo pezzettino di ceramica? Sarebbe come salvare il cuore di un piatto.”

Lui prese un cerchio di ceramica bianca mentre le sirene delle ambulanze sospesero ogni senso di perdita. Poi, si guardarono agli occhi, quelli di lui erano pieni di lacrime. La donna che fu una bambina che non amava le bambole non sopportò la visione quindi, parlò:

-Da quando sono nata che cerco di salvare il mio di cuore! Rosso o Champagne? Qualche bicchiere è rimasto vivo… Sì?

Bambola-1

MUJER – Museo del Barro, Paraguay 2005

Nel ciclo del vivere. A Parigi, 2015 – Maria A. Listur

 

“I will never be what I was. The rain transforms the water.”

Crista Wolf

There was a great collection of dolls of all sizes, of every type: small, talking, medium size, singers, natural height, gigantic ones dressed as clowns, illuminating Santa Clauses. They were terrifying but, since it wasn’t shown, they kept on arriving as presents; ideal present for a person who had the age of a child, without the natural freshness of the heart.
One day, two disappeared: a redheaded one and a blond.
The girl asked her mother:

-“Where are the dolls?”
-“I gave them away as presents.”
-“Why?”
-“Because there is no more room. And more are coming…”
-“Ah…”
-“Do you mind?”
-“No…”
-“You don’t mind? How is it that you don’t mind!”
-“I meant I do…”

When I was six years old we can begin to be ashamed of not loving many of the things
that correspond to the age, the tastes, the properties, the impositions.

There were twenty-one years of life gathered in forty-one boxes to be moved from Italy to France: books, some pieces of arts, crystals, dishes, linens, winter clothing, a computer.
They arrived wet by the rain and the tears of an unbelievable weather that repeats endlessly, that nourishes the obscure privilege of sharing many terrorized squares, open temples where to ask for peace. Inside some of the forty-one boxes there were: puree of crystals, sauce of ceramics, porcelain dust; sacrificial beasts of a continuous movement dressed as a move.
A friend of that person that was the child who didn’t love the dolls said:

-“I am sorry.”
-“Me too but it will go away.”
-“Above all I am sorry for this one…” He said signaling a sculpture made of mud
-“Me too.”
-“Can’t we save it?”

He asked while the sound of the glasses that were falling in the trash bin was being confused with the bells of the nearby church together with the sirens of the ambulance and of the police.

-“We can… Consider that I brought it on my shoulder from a continent to the other.”
-“We have to save it.”
-“I will also save a dish.”
-“Which one?”
-“My son’s present.”
-“Could you save more?”
-“Look in the trash… There is no more.”
-“Can I take this piece of ceramic? It would be like saving the heart of a dish.”

He took a circle of white ceramic while the sirens of the ambulance suspended every sense of loss. Then, looking at each others eyes, his were full of tears. The woman who was the child who didn’t love the dolls didn’t bare the vision therefore, she spoke:

-Since when I was born I am trying to save my heart! Red or Champagne? Some glass is still alive… Yes?

In the cycle of living. In Paris, 2015 – Maria A. Listur

“La fine del mondo è quando si cessa di aver fiducia.”/“The end of the world is when we stop having faith.”

Madeleine Ouellette-Michalska

In mezzo a un piccolo villaggio nel centro di una città, appena passata l’alba, leggo sotto un albero che minaccia un precoce autunno.
Una donna e una bambina ridono con contagiosa allegria, non evito l’osservazione.
Vanno oltre a me e di scatto la madre si volta e mi parla:
-“Scusi, ho lasciato delle cose a casa, mi può tenere la bambina?”
-“Certo”, rispondo.
La donna dice alla bambina, che sembra avere intorno ai quattro anni:
-“Rimani un attimo con la signora, ho dimenticato il copriletto. Arrivo.”
La bambina la guarda e annuisce con la testa poi guarda me e sorride.
La donna scompare dietro uno degli archi del villaggio.
Io sorrido già da prima quindi, mi trova preparata per la sua imperterrita fiducia.
Ci guardiamo, lei guarda il mio libro, io il piccolo passeggino che afferra a destra con dentro un neonato di gomma asessuato e abbigliato con una mutanda da maschietto in testa.
Io rido mentre lo guardo e lei ride nel vedermi ridere. Le chiedo:
-“Come si chiama?”
-“Non si chiama.”
-“Come mai?”
-“Non si chiama.”
-“Vogliamo chiamarlo?”
-“Non vuole.”
-“Il bebè è una bambina?”
-“No!”
-“Ah… È un bambino!”
-“No!”
Io rido e lei mi segue nella risata, cerco di farle un’altra domanda ma, la sua risata mi contagia ancora tuttavia, ci riesco:
-“Cosa è questo bebè con la mutanda in testa?”
-“Un signore!”
-“Ah! Non è un bebè!”
-“No… Lui è un signore che fa la cacca dalla testa!”
Arriva la madre che si ferma a gustarsi le nostre risate. Poi dice:
-“La ringrazio.”
-“Sono io che ringrazio lei.”
-“Saluta la signora!”
-“Ciao mia amica!” Risponde la bambina che mi ha regalato l’amicizia più breve della mia vita insieme a una sintesi di qualcosa che non saprei “de-scrivere”.

Parigi, quando le mattine sembrano miracoli.
2015 – Maria A. Listur

 

“The end of the world is when we stop having faith.”

Madeleine Ouellette-Michalska

In the middle of a small village in the center of a city, just after dawn, I am reading under a tree that is threatening an early autumn.
A woman and a girl laugh of a contagious happiness, I don’t avoid observing.
They go pass me and suddenly the mother turns and talks to me:
-“Excuse me I have left some things at home could you watch my baby girl?”
-“Sure”, I reply.
The woman says the girl, who seems to be around four years old:
-“Just stay for a moment with the woman, I have forgotten the bed cover. I’ll be back.”
The girl looks at her and nods with the head then she looks at me and smiles.
The woman disappears behind one of the arches of the village.
I smile since before so, she finds me ready for her undismayed faith.
We look at each other, she looks at my book, I at the little carrier that she holds on the right
with inside a plastic sexless newborn and dressed with a male underwear on his head.
I laugh while I am looking at it and she laughs seeing me laughing. I ask her:
-“What’s his name?”
-“He has no name.”
-“How come?”
-“He has no name.”
-“Shall we name him?”
-“He doesn’t want to.”
-“The newborn is a girl?”
-“No!”
-“Ah… Is a boy!”
-“No!”
I laugh and she follows me in the laugh, I try to ask her another question but, her laugh affects me again however, I manage:
-“What is this baby with an underwear on his head?”
-“A mister!”
-“Ah! He is not a baby!”
-“No… He is a mister who poops from his head!”
The mother arrives and she pauses to enjoy our laughs. The she says:
-“I thank you.”
-“I am the one who thanks you.”
-“Say goodbye to the lady!”
-“Ciao my friend!” The girl replies giving me the shortest friendship of my life together with a synthesis that I wouldn’t know how to “de-scribe”.

Paris, when mornings seems miracles.
2015 – Maria A. Listur