QUASI MEDITARE/ALMOST MEDITATING

Osservazione nitida dentro quel fiore
che è mente
e mente.
Scorrere lentamente dentro quel fiume
che è vuoto
e svuota.

Giverny-618

Giverny – Il ruscello di Monet. 2015 – Personal Collection

Parigi, l’inverno conduce. 2016 – Maria A. Listur

 

ALMOST MEDITATING

Clear observation inside that flower
which is mind
and minds.
Slowly flowing inside that river
that is the emptiness
and empties.

Paris, winter leads. 2016 – Maria A. Listur

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MEDITAZIONE/MEDITATION

Quello sguardo dall’alto
che supporta e corrobora
che ripristina prospettive
quello
mi diede
educandomi
– per sempre –
alla semplicità
dell’inchino.

Gaburiela1

Gaburiela – 2015 – Maria A. Listur

Alba, quasi notte nel giorno.
2015 – Maria A. Listur

 

MEDITATION

That glance from above
that supports and corroborates
that restores perspectives
that one
gave me
educating me
– for ever –
to the simplicity
of the bow.

Dawn, almost night in the day.
2015 – Maria A. Listur

“Datemi un punto di appoggio e solleverò il mondo.”/“Give me a fulcrum and I shall move the world.”

Archimede

Lo scopro alla distanza abbagliata dalla bellezza, il garbo,
l’eleganza, la solitudine, la sobrietà, la forza,
la destrezza, la frescura.
Mi avvicino quando tutto il campo è libero.
Resto a una distanza di due metri,
lo voglio guardare con calma,
voglio essere dalla parte di chi osserva
giacché è sempre lui l’osservatore privilegiato.
Mi siedo a terra, quasi di fronte, accomodo il mio piccolo bagaglio:
uno zaino con un thermos, la frutta e un libro.
Decido di aprire il libro, mi distraggo da lui, assorta nella lettura.
Leggo per un’ora, alzo lo sguardo nella serenità di chi sa
di poter contare sul tempo.
Lo riguardo mentre lui si lascia attraversare dal sole,
imponente e sereno.
Respiro profondamente, organizzo nuovamente il bagaglio,
mi alzo lentamente, e mi volto;
decido di pararmi di fronte a lui, molto più vicina.
Lo sfioro.
Alzo il viso verso la sua grandezza e mi appoggio.
Sì! Mi appoggio!
Poi, con la schiena percorro la sua pelle fino ad arrivare a terra nuovamente seduta, sorretta da lui.
Chiudo gli occhi e lascio puntellare la mia schiena sotto il suo profumo, sento la luce del sole cadere a piombo su di me, attraverso lui.
Per la prima volta nella mia vita comprendo
che non potrò mai più vivere senza un albero.

Albero-Monet

Appoggiata

Su un pezzo d’anima che sembra terra,
a 300 mt dalla casa di Claude Monet.

Giverny, quando il cuore ha forma di foglia.

2015 – Maria A. Listur

 

“Give me a fulcrum and I shall move the world.”

Archimedes

I discover him from afar blinded by the beauty, the courtesy,
the elegance, the solitude, the sobriety, the strength,
the skill, the coolness.
I go closer when the area is clear.
I remain at a distance of two meters,
I want to look at him calmly,
I want to be on the side of who observes
since it’s always him the privileged observer.
I sit on the ground, almost in front, I place my little baggage:
A backpack with a thermos, fruits and a book.
I decide to open the book, I distract myself from him, absorbed in reading.
I read for an hour, I lift my glance in the serenity of who knows
that I can count on time.
I look at him again while he let himself being passed through the sun,
impressive and serene.
I breath profoundly, I organize my luggage again,
I stand slowly up, and I turn;
I decide to place myself in front of him, much closer.
I caress him
I raise my face towards his majesty and I lean on him!
Yes! I lean on!
Then, with my back I go down his skin all the way to the ground
again sitting, sustained by him.
I close my eyes and I let the sunlight fall straight down on me, through him.
For the first time in my life I understand
that I will never be able to live without a tree

On a piece of soul that seems like ground,
300mt from the house of Claude Monet

Giverny, when the heart as the shape of a leaf.
2015 – Maria A. Listur

“I limiti del mio linguaggio costituiscono i limiti del mio mondo.”/“The limits of my language constitute the limits of my world.”

Ludwig Wittgenstein

-Senti di avere tempo?
-Chissà…
-Come senti l’aria?
-Sempre quella, tu sai…
-E il bambino?
-Sempre lui, meditativo, lieve.
-E gli amici?
-Dolci, ci conosciamo tanto…
-E l’amore?
-In tutto, anche nelle lacrime.
-Ti diverti?
-Sai… So ridere da sola.
-Mi piacerebbe sapere che ridi accompagnata…
-Anche, soprattutto dentro il letto.
-Non volevo sapere tanto.
-Te lo dico perché non è da tutti avere con chi ridere di sé stessi!
-Touché!
-E tu?
-Qui. Ti ho sentito quando hai detto di voler raccontarmi di questo tempo…
-Sì.
-Dimmi.
-Molte grazie.
-Mi ringrazi sempre… Dimmi altro.
-Da un po’ di tempo sento che nella mia vita non ci sono più le frontiere delle tue prospettive. E qualche volta mi spavento… E faccio i conti con il falso tradimento…
-Veramente?
-Ti sorprende?
-Sì… Perché, per te, le frontiere di ogni cosa non sono mai state un limite…
-Lo credi seriamente?
-Hija mía, estás hablando con un muerto… (Figlia mia, stai parlando con un morto)

Parigi, dove un desiderio diventa sogno, realtà. 2015 – Maria A. Listur

 

“The limits of my language constitute the limits of my world.”

Ludwig Wittgenstein

-You feel that you have time?
-Who knows…
-How do you feel the air?
-Always the same, you know…
-And the child?
-Always him, meditative, light.
-And friends?
-Sweet, we know each other well…
-And love?
-In everything, even in the tears.
-Are you enjoying?
-You know… I can laugh by myself.
-I’d like to know that you laugh with someone…
-As well, above all in bed.
-I didn’t want to know that much.
-I am telling you because not everyone has someone to laugh with about ourselves!
-Touché!
-And you?
-Here. I heard you when you said you wanted to tell me about this time…
-Yes.
-Tell me.
-Many thanks.
-You always thank me… Tell me more.
-Since a while back I feel that in my life there are no boundaries of your perspectives. And sometime I get scared… And I have to deal with the false betrayal…
-Really?
-Does it surprise you?
-Yes… Because, to you, the boundaries of anything have never been a limit…
-You really believe so?
-Hija mía, estás hablando con un muerto… (My baby, you are talking to a dead man)

Paris, where a desire becomes dream, reality. 2015 – Maria A. Listur

“La vita di ogni uomo è una via verso sé stesso, il tentativo di una via, l’accenno di un sentiero.”/ “Each man’s life represents the road toward himself, an attempt at such a road, the intimation of a path.”

Hermann Hesse

-“Che meraviglia!”
-“Non l’avevo mai visto in questo periodo.”
-“Come mai?”
-“Non si passa mai da questa parte; come vedi, non ci sono tracce.”
-“C’è anche il laghetto! Sembra uno spazio giapponese di meditazione.”
-“Meditiamo?”
-“Seduti, in piedi, come?”
-“Come vuoi… Posso fare la mia pratica?”
-“Certo. Io faccio la mia.”

Lui si allontana sfiorando appena
il letto di foglie arancione sotto i suoi piedi,
incomincia il suo esercizio meditativo.
Il sole in discesa ha appena inumidito
la nuvola colorata che a stento calpesto,
scalza mi lascio tonificare dal freddo eugubino.
Chiudo gli occhi, attendo la trasformazione interiore
del lago e del dono dell’albero.
Dietro le orbite, nel centro del cranio,
quell’immagine esteriore diventa acqua tiepida,
profumi della mia Kyoto, luce che scende lungo la mia schiena,
percorre il petto, il ventre, ogni vertebra,
avvolge le gambe e le braccia,
scalda le mani e i piedi, mi rende radice.
Sento il supporto delle foglie color fuoco, mi ricompongo.
Sembra lui abbia terminato la sua pratica, io non finirò mai…
Continuiamo in macchina,
cancelliamo con gli pneumatici le tracce dei nostri piedi.
Il suono di quella musica di foglie spezzate mi è casa, mi è cuore.
Il cuore di latta* si scalda.

-“Molte grazie.” Dico.
-“Prego. Volevo farti percorrere una strada diversa.” Dice.

Lago-PSM

Gubbio, nel cammino della Santa Pasta.
2014 – Maria A. Listur

* da “Maria de Buenos Aires” di Horacio Ferrer

 
“Each man’s life represents the road toward himself, an attempt at such a road, the intimation of a path.”

Hermann Hesse

-“How wonderful!”
-“I’ve never seen it in this time.”
-“How come?”
-“I never come this way; as you can see, there are no traces
-“There is also the small lake! It seems a Japanese space for meditation.”
-“Shall we meditate?”
-“Sitting, standing, how?”
-“As you wish… Can I practice my way?”
-“Sure. I’ll do mine.”

He distance himself almost touching lightly
the bed of orange leaves at his feet,
he starts his meditative exercise.
The sun setting has just moistened
the colored cloud that I with difficulty step on,
bare footed I let myself being tone up by Gubbio’s cold.
I close my eyes, waiting for the internal transformation
of the lake and of the present of the tree.
Behind the eyeball, in the center of the cranium,
that exterior image becomes lukewarm water,
scents of my Kyoto, light that descent along the spine,
goes through the chest, the belly, each vertebrae,
wraps the legs and the arms,
warms up the hands and the feet, it turns me in to root.
I feel the support of the fire colored leaves, I pull myself together.
It seems that he has finished his practice, I never will…
We continue by car,
we cancel with the tires the traces of our feet.
The sound of that music of broken leaves is home to me, is heart to me.
The tin heart* warms up.

-“Many thanks.” I say.
-“You are welcome. I wanted you to walk through a different path.” He says.

Gubbio, in the path of the Santa Pasta.
2014 – Maria A. Listur

* from “Maria de Buenos Aires” by Horacio Ferrer