QUEL CHE SERVE

Tempo, per attendere 

la frase amica o contrariata

senza finirla nemmeno in testa.

Tempo, non più per piangere 

ma per seguire d’ogni lacrima 

la traiettoria o il deserto, nel suo intorno.

Tempo, per afferrare 

delle tristezze il radicamento non temporale 

ma sempre scritto, nella memoria.

Tempo, per rileggere ogni spasmo dell’emergenza 

nella sapienza di ogni respiro

se siamo in vita.

Jay Mark Johnson ph – L’écoulement du temps

Parigi, 08 2021

Maria A. Listur

GIOIELLI

Incarnati tra quelle volontà dette emozioni,
tra quei gesti volutamente involontari,
incastrati nella religione del consueto, del facile,
immediati alla maniera delle svendite,
sbarcano i diamanti di memorie
a riaffermare i paleolitici del qui e ora,
sconosciuta stirpe di lingue arcaiche
tutta mia e mai incontrata. Ora ti sveli?
A rimarcare tutti i preteriti, tutte le strade
d’allora percorse quando io ero nulla
o per dirlo in lingua madre, tra tutte la più vicina:
Nada.
E potrei pensare di poter annientarti
o almeno negarti, ma la brillantezza nera,
quasi carbone che mi fa specchio,
in una risata sorprende al pensiero. Fatta!

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Merci/Thank You T. R. ph – 2020 Teletravail/Webwork

Parigi, de-confiniamo? Non sembra mascherata.
2020, Covid-19 – Maria A. Listur

 

JEWELS

Embodied among those determinations known as emotions,
among those intentionally involuntary gestures,
stuck in the religion of the usual, of the easy,
immediate like the sales,
the diamonds of the memories disembark
to underline those Paleolithic of the here now,
unknown heritage of archaic languages
all mine and never encountered. You unveil now?
To remark upon all the preterits, all the roads
travelled then when I was nothing
or to say it in the mother tongue, among all the closest one:
Nada.
And I could thing about annihilating you
or at least deny you, but the black brilliance,
almost coal like that reflects me,
in a laugh surprises to the thought. Done!

Paris, shall we de-confine? It doesn’t seem masked.
2020, Covid-19 – Maria A. Listur

TOCCARE/TO TOUCH

Quando il pensiero si fa tocco,
carne che vuole riparare,
di acqua sono gli interstizi
-quelli più ostici, quelli del tempo-
dissanguati dalle memorie
che attendono quella mano
che a ogni nodo regali oblio.

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Frequenze/Frequencies, 2019
Centre Tomatis, Paris

Maria A. Listur,
alle mani di Hiroe, Gratitudine in giapponese.

 

TO TOUCH

When the thought becomes touch,
flesh that wants to mend,
of water under the interstices
-those tough ones, those of the time-
drained of the memories
that wait for that hand
that gives to each crux oblivion.

Maria A. Listur,
to the hands of Hiroe, Gratitude in Japanese.

PROFONDITÀ/DEPTH

Quel vino che è la nostra parola
e quella pietanza fatta d’incontro
cancellano il senso del tempo,
salvaguardano i ricordi che servono.
Si compiono tutti i Natali ed è Anno Nuovo
ogniqualvolta la tua mano carezza quelle serie facchine
che sono le mie ossa, giovani di secolari memorie
(alcune non mie) e di perenni soccorsi
camuffati da rimembranze infinite.

Mentre si vola, e ci si incontra. Sempre.
2018 – Maria A. Listur

 

DEPTH

That wine that is our word
and that delicacy made of encounter
they cancel the sense of time,
they preserve the memoirs that are necessary.
All the Christmases are achieved and it is New Year
whenever your hand caresses those serious porters
that my bones are, young of secular memories
(some not mine) and of perennial rescues
disguised as infinite remembrances.

While flying, and we meet. Always.
2018 – Maria A. Listur

IN VALIGIA/IN THE SUITCASE

Nessun ricordo, tante memorie, una sola stella:
Il sole pieno di una giornata bene argomentata,
Tante parole – talora scritte – sempre salmodiate
Quell’esercizio oppure intuito, vera abbondanza
Per impedire, disincagliare, pressoché dissolvere
L’appartenenza, tutta la ruggine, ogni adesione.

Poiesi-5-VII

Poiesis 5/VII – 2015 – Maria A. Listur

Roma, quando l’ombra si veste di luce.
2015 – Maria A. Listur

 

In the Suitcase

No recollection, many memories, one only star:
The full sun of a day well argued,
Many words – sometimes written – always turned in to psalmody
That exercise or intuition, real abundance
To impede, to refloat, nearly dissolve
The belonging, all rust, each bond.

Rome, when the shadow dresses of light.
2015 – Maria A. Listur

Tautologie/Tautologies

In quel nucleo senza oblio
Dove giace la memoria
Dimentica del dimenticare
Si è formato ogni gesto:
Amore potere bramosia
Adulazione paura disprezzo
Tenerezza salvaguardia affetto;
Piccolezze per l’Immenso!
Polvere di parole umane…
Incapaci di dire Eterno.

Glamour-I

Glamour I – 2014 – Maria A. Listur

Roma, in un baricentro possibile.
2014 – Maria A. Listur

 

Tautologies

In that nucleus without oblivion
Where the memory lies
Oblivious of the forget
Each gesture was formed:
Love power yearning
Adulation fear disgust
Tenderness safeguard affection;
Small things for the Immense!
Dust of human words…
Incapable of saying Eternal.

Rome, in a possible barycenter.
2014 – Maria A. Listur

Le piccole morti/The Small Deaths

Uno spazio netto si è demarcato
precisa anche la sua tinta:
da saper di mare anche se assente.
Da ripristinare ali anche nei sogni:
Una rotta ma mai la stessa.
Una memoria assai munifica.
Quella volta che dicesti “mia”.
Quando il tempo era tempesta.
Quando credevi e non sapevi.

Sì, un luogo ben delimitato
affrancato esatto e già concluso:
da ringraziare per benedire.
Da ricordare per non ripetere:
Un fortunato apprendimento.
Un fallimento che è la gloria.
Ciò che eri in questa vita.
Quel vero inganno cui tu credi.
Ciò che prometti e non ricordi.

Certo è nitido questo territorio
dove eravamo soltanto incontro.

Nouvelle-Vie-3

Nouvelle Vie III – 2014 – Maria A. Listur

Roma, quasi orfana.
2014. Maria A. Listur

 

The Small Deaths

A clean space has been demarcated
precise also its own color:
that it tastes like sea even if absent.
That restores wings even in the dreams:
A course but never the same.
A memory very unstinting.
That time you said “mine”.
When the time was storm.
When you believed and didn’t know.

Yes, a well delimited place
liberated exact and yet concluded:
that thanks in order to bless.
That remembers in order to not repeat:
A fortunate lesson.
A failure that is the glory.
What you were in this life.
That real deceit to which you believe.
What you promise and do not remember.

It is surely clear this territory
where we were only encounter.

Rome, almost orphan.
2014. Maria A. Listur

Memoria transattiva/Transactive Memory

“La memoriosa” sapeva domandare,
piccole leve, dettagli, chiavi
e “la dimenticosa” riusciva a ricordare.
Era il loro accordo.

Un giorno,
“La dimenticosa” dimenticò
di avere accordato l’accordo.
E “la memoriosa” comprese rapidamente
quanto fosse inutile essere memoria,
altrui.

“La memoriosa” conservò in se stessa tutte le memorie
– anche quelle che “la dimenticosa” voleva dimenticare –
fedele alla sua vocazione per la rimembranza,
conservò perfino – in segno di profondo rispetto –
quel dialogo che non avrebbe mai voluto ascoltare:

-“Hai riso ancora come quella volta durante la preghiera?”
-“Ho dimenticato ma… Come fai a ricordare tutto? A che cosa ti servirà mai ricordare?”
-“Non mi serve, mi piace… Mi fa collaudare le scelte!”
-“Per cambiare e meglio dimenticare…”
-“Io preferisco ricordare anche per cambiare…”
-“Io scelgo di non ricordare un cazzo!”
-Giovanni Pascoli diceva: “Il ricordo è poesia, e la poesia non è se non ricordo.”
-“Io non ricordo un cazzo!”

In quel momento,
ancora prima che “la dimenticosa”
dimenticasse l’accordo,
il futuro fatto d’oblio
incominciò ad essere ricordo
nella memoria de “la memoriosa”.

Roma, divenuta blu, sotto il freddo… 2013 – Maria A. Listur

 

Transactive Memory

“The reminderess” knew how to ask,
small lever, details, keys
and “the forgeteress” managed to remember.
It was their agreement.

One day,
“The forgeteress” forgot
of having agreed the agreement.
And “the reminderess” understood rapidly
how it was useless to be memory,
of others.

“The reminderess” preserved in her all the memories
– even those that “the forgeteress” wanted to forget –
faithful to her vocation for remembering,
preserved even – as a sign of profound respect –
that conversation that she would have never wanted to hear:

-“Have you laughed like that time during the prayer?”
-“I forgot but… How can you remember everything? What could this ever be good for?”
-“It’s good for nothing, I just like it… It makes me put the choices to the test!”
-“In order to change is better to forget…”
-“I prefer to remember even to change…”
-“I choose not to remember shit!”
-Giovanni Pascoli said: “The memory is a poem, and the poem is nothing but a no memory”
-“I don’t remember shit!”

In that moment,
even before that “the forgeteress”
forgot the agreement,
the future made of oblivion
started to be memory
in the memory of “the reminderess”.

Rome, become blue, under the coldness… 2013 – Maria A. Listur

“L’anima è la memoria che lasciamo.”/“The soul is the memory that we leave.”

Ambrogio Bazzero

Quando esco dalla stazione dei treni, le nuvole sono talmente perlacee da colpire i miei occhi obbligandomi a chinare il capo. Cerco di fare fuoco guardando per terra quando, nel mio quadrante, appaiono dei piedi marmorei dentro un infradito grigio antracite accompagnato da piedini rotondetti infilati in sandalini verde pastello. Punto lo sguardo in prospettiva di una persona piccola che devolve lo sguardo sorridendomi come se mi conoscesse. Dico “Buongiorno” e ottengo come risposta “Bogiono”. Mi srotolo verso l’alto per salutare il portatore dei sandali grigi. Ripeto “Buongiorno” e ottengo come risposta “Buongiorno Maria, le presento mia nipote Grazia, figlia di Gioia, la mia primogenita.” Sono invitata a salire su una macchina enorme, che come sempre, non so cosa sia né come si chiami, la trovo semplicemente enorme e la giudico un po’ inutile se non si ha una famiglia numerosa quanto una squadra di calcio… “Non capisco e perciò giudico”, penso mentre attraverso la zona che più amo della campagna senese. Guardo i rossi, i gialli, i dorati, i verdi: tutti irriproducibili dalla tavolozza pittorica… La mia immersione nel colore è interrotta da una vocina capace di sottrarre il mio sguardo dalla vorace bellezza del paesaggio “Nono, peché simo venuti pendede lei?” Il nonno mi guarda lateralmente, poi, dallo specchietto, si dirige verso la bambina: “Perché l’abbiamo invitata a vedere se può disegnare delle cose a casa” La vocina richiede ancora “E peché no venuto Chicco?” Io, m’infilo nel dialogo veloce e quasi sussurrando, verso il nonno dico “Chi è Chicco?” “L’autista, l’angelo di casa. Sta a nostro servizio da quando avevo vent’anni” La vocina dice “Nonno, peché?” “Perché cosa, tesoro?” Ridomanda il nonno. “Peché no venuto Chicco?” “Perché doveva portare tuo papà a prendere l’aereo, lo ricordi?” “Ti” Chiude soddisfatta il seme di fata.
Dopo un po’, mentre sfioriamo il giardino di Vico d’Elsa, la bambina emette un intenso segno sonoro, verso il lato vuoto del sedile posteriore, invitando al silenzio: “SHHHSSSSSS”. Lo ripete e poi dice “Tanchila nona… Tanchila…” Il nonno chiede “Tornata?” “Ti” risponde la bambina mentre si porta il dito indice della mano sinistra sulle sue labbra e con la testina voltata verso il vuoto invita “quel vuoto” a mantenere il silenzio.
Immagino. Qualcosa mi tiene ferma quasi immobile. Il nonno mi rassicura:
“La bambina sta più di là che di qua…”
“In quale senso?” domando.
“Sta in contatto con l’aldilà, con mia moglie morta qualche tempo fa…”
“E perché la fa tacere?”
“Non lo so… Glielo può chiedere.”
“Grazia, la nonna è preoccupata?”
“Ti.”
“Di cosa?”
“Della tintuta del nonno…” Lo dice e noto che il nonno non utilizza la cintura di sicurezza per guidare.
“Scusi, si può mettere la cintura?”
“Anche lei crede che questo mi salverà la vita?”
Non rispondo mentre lui si mette la cintura.
Mi volto verso la bambina per farglielo notare ma la bambina dorme. Il nonno dice:
“Ogni volta che mi comunica qualcosa si addormenta… Si rende conto la fatica che fa? Poverina… Che orrore essere così sensibile…”

Poggibonsi, tra foglie che non sanno di avere un tempo infinito, per cadere. 2013 – Maria A. Listur

 

“The soul is the memory that we leave.”

Ambrogio Bazzero

When I get out from the train station, the clouds are so pearly that they hit my eyes forcing me to bow my head. I try to focus watching the ground when, in my quadrant, marble like feet appear inside charcoal thong sandals accompanied by two rounded shape little feet inside little pastel green sandals. I focus my glance in perspective of a little person that devolves the glance smiling at me as she knew me. I say “Good morning” and I receive as a reply “Goo Moning”. I unfold towards the carrier of the grey sandals. I repeat “Good morning” and I get as a reply “Good morning Maria, this is my granddaughter Grazia, daughter of Gioia, my eldest.” I am invited to get in a huge car, that as usual, I neither know what it is nor the name, I just find it enormous and I judge a little useless if you don’t have a large family as much as a soccer team… “I don’t understand therefore I am judging”, I am thinking while passing through the area that I love the most in the Siena countryside. I look at the reds, the yellows, the golden, the greens: all irreproducible from the pictorial palette… My immersion in the color is interrupted by a little voice capable of taking my glance away from the voracious beauty of the landscape “Granpa, why we come pick up her?” The grandfather looks at me from the side, then, from the mirror, he goes towards the child: “Because we have invited her to see if she can draw some things in the house” The little voice asks more “And why Chicco not come?” I, quickly squeeze into the dialogue and almost whispering, towards the grandfather I say “Who is Chicco?” “The driver, the angel of the house. He has been at our service since I was twenty” The little voice says “Granpa, why?” “Why what, honey? The grandfather asks again. “Why Chicco not come?” “Because I had to bring your daddy to catch the plane, do you remember?” “Yep” The little fairy replies satisfied.
After a while, while we brush through the Vico d’Elsa garden, the girl makes a strong sonorous sign, towards the empty side in the back seat, inviting to be silent: “SHHHSSSSSS”. She repeats it and then says “No worry grandma… No worry…” The grand father says, “Is she back?” “Yep” the girl replies while she brings the index finger of her left hand on her lips and with her head turned towards the emptiness invites “that emptiness” to keep quiet.
I imagine. Something holds me steady almost immobilized. The grandfather reassures me:
“The girl is more there than here…”
“In what way?” I ask.
“She in contact with the afterworld, with my wife who died some time ago…”
“And why is she telling her to be quiet?”
“I don’t know… You can ask her.”
“Grazia, is grandma worried?”
“Yep.”
“About what?”
“About granpa belt…” She says it and I realize that her grandfather is not using the seatbelt to drive.
“Excuse me, could you fasten your seatbelt?”
“You also think that this will save my life?”
I don’t reply while he fastens the belt.
I turn towards the girl to show it to her but she is asleep. The grandfather says:
“Every time she communicates something she falls asleep… Do you realize how tiring it is? Poor child… How horrible it is to be so sensible…”

Poggibonsi, among the leaves that don’t know they have an infinite time, to fall. 2013 – Maria A. Listur