GINNASTICANDO/GYMNASTICING

Come fa il grano prima d’esser il pane
accolgo il tempo che nutre, e lava.
Confido sul vero lievito, il mio!
Acqua? Di madre. Sale? Di padre;
il quieto cuocere mi è oramai di casa,
rifiuto limiti tra la terra, il fuoco, l’aria!
Croccante, fragrante, sempre invidiabili,
la mia santa messa, il mio santo pane,
e quel talento nel saper offrire,
senza equivocare sentite scuse
con del perdono, sentite lacrime…
Alloggio quindi, anche il suo contrario
quel anti-tempo che uccide e salva.
Non più letarghi per l’irrisolto!
Disfo le messe, spezzo il pane.
Poi, dentro le costole, un’aquila sazio,
le sue ali, senza sforzo, dispiego
e dal volo più ampio e più interno
mi catapulto verso il mio centro
per diventare ancora una volta, e mille,
di nuovo,
grano.

641-Isola-Film-Still-2005

ISOLA II film – Michele Truglio ph – 2005

Parigi, nel miracolo della totale ignoranza.
2016 – Maria A. Listur

 

GYMNASTICING

As the wheat does before being bread
I welcome the time that nourishes, and cleans.
I rely on real yeast, mine!
Water? Of mother. Salt? Of father;
The quiet cooking it is by now an habit,
I refuse the limits between earth, fire, air!
Crunchy, fragrant, always enviable,
my saint mess, my saint bread,
and that talent in being able to offer,
without misunderstanding heartfelt apologies
with forgiveness, heartfelt tears…
I therefore inhabit, its contrary as well
that anti-time that kills and saves.
No more lethargies for the unsolved!
I undo the messes, I break the bread.
Then, inside the ribs, I satiate an eagle,
its wings, with no effort, I spread
and from the broad and more inner flight
I throw myself toward my center
to become one more time, and thousand,
again,
wheat.

Paris, in the miracle of the total ignorance.
2016 – Maria A. Listur

NASCONDINO/HIDE AND SEEK

Sei l’aroma nella camera dei legnosi alberghi,
diventi ruga a mezzaluna sulla faccia dell’amico.
Appari ombra di quel quadro oggi visto, anche sempre,
nella voce dentro quel cuore ch’è la testa:
“Non ti affrettare non son venuto per riprenderti…”,
nelle geometrie dell’apparecchiare ogni tavola,
attraverso poesie che declamano le tue parole,
dietro il verde occhio interrogante dello specchio,
sotto la fina pelle memoria delle tue trasparenze,
nella dolce disciplina del continuare.
Sì. Appari, scompari. Sempre in tempo, a ricordare
che dalle profondità dei miei sconosciuti sensi
sei sempre mio padre: funzione, luce, salvezza,
arte.

ELL-636

Eduardo Lucio Listur, mio padre – 1925, Bs. As. Argentina

Roma, sopra i ponti che l’anima animano,
quelli che sembrano padre e sono madre e padre…

2016 – Maria A. Listur

 

HIDE AND SEEK

You are the aroma in the room of the wooden hotels,
you become wrinkle half moon sized on the face of the friend.
You appear shadow of that painting seen today, always as well,
in the voice inside that heart that is head:
“No need to rush I haven’t come to take you back…”,
in the geometry of setting each table,
through the poems that declaim your words,
behind the interrogating green eye of the mirror,
under the fine skin memory of your transparencies,
in the sweet discipline of the continuing.
Yes. You appear, disappear. Always on time, to remind
that from the deepness of my unknown senses
you are always my father: function, light, salvation,
art.

Rome, over the bridges that enliven the soul,
those who seems to be fathers are mothers and fathers…

2016 – Maria A. Listur

BUON NATALE/MERRY CHRISTMAS

Quante versioni di Gesù!
Quante del Cristo!
Tutte vere…
Tutte menzognere.
Io scelgo quella del mago,
dell’allievo della vergine,
dell’alunno del discernente,
tremolante alla volontà del padre.
Padre!
Del redento! Mai crocefisso.
Scelgo quella del figlio;
quello nuovo.
Nato.

Sebastian Laban ph

SEBASTIAN LABAN ph

Parigi, quando si fa luce – 2015 – Maria A. Listur

 

MERRY CHRISTMAS

So many versions of Jesus!
So many of Christ!
All real…
All fakes.
I choose the one of the wizard,
of the disciple of the virgin,
of the student of the one who discerns,
trembling at the father’s will.
Father!
Of the redeemed! Never crucified.
I choose the one of the son;
the new one.
Born.

Paris, when it becomes light – 2015 – Maria A. Listur

“Nelle storie d’amore, ci sono soltanto le storie, mai l’amore.”/“In love stories, there are only the stories, never the love.”

Christian Bobin

La pelle di entrambi è trasparente, identica. La prospettiva posteriore permette di vedere chiaramente, il sole colpisce le loro vene, celesti e viola. Si sostengo a vicenda, si tengono dal punto vita; camminano come se ballassero, dopo ogni interruzione – data da qualche passante – ripartono con lo stesso piede, si guardano, sorridono, e continuano. Sembrano nati insieme, sembrano l’immagine che manca quando non si sa cosa dire della pratica dei sentimenti. Hanno poco tempo. Hanno vissuto quasi tutto il tempo. Ci si perde nella loro visione, fresca, delicata, leggermente piegata, sostenuta.
Mentre mi lascio prendere dal loro ritmo, una voce conosciuta mi parla all’altezza delle mie orecchie, e non è cosa facile raggiungere le mie orecchie, spesso piegate verso chi parla o canta, troppo in alto per non doversi chinare.

-Cosa guardi?
-La pelle di due anziani.
-Quali?
-Non ci sono più.
-Mi sei sembrata assorta.
-Vero.
-Anche commossa.
-Anche.
-Ti sono sempre piaciuti i vecchi o è cosa della maturità?
-Ho avuto un padre vecchio. Per me era l’essere più giovane della terra finché mi dissero che sembrava mio nonno.
-Che tristezza!
-No… Non mi sentii triste… Pensai immediatamente che il suo opposto, essere giovani, fosse cosa brutta… Proprio così! In spagnolo si dice “que cosa fea es ser joven!”
-Quanti anni avevi?
-Nove.
-E d’allora sei attratta dalla vecchiaia?
-Non sono attratta… So leggere la bellezza nella materia che cambia! Essere mio nonno o essere mio padre non cambiò la sua bellezza o la sua freschezza…
-Non hai paura della vecchiaia?
-La domanda implica che ti senti giovane…
-No… Voglio dire l’anzianità…
-Non so di cosa parli… Io provo il senso di anzianità da sempre…
-Mi riferisco al corpo, al corpo che cambia.
-Te lo dirò se mi sarà dato di arrivare.
-Speri di non arrivarci, vero?
-Spero di diventare fresca, anzi leggera.
-Non lo sei?
-È facile quando la carne non è ancora trasparente.

Parigi, sulle strade di un sole svelatore. 2015 – Maria A. Listur

 

“In love stories, there are only the stories, never the love.”

Christian Bobin

The skin of both is transparent, identical. The posterior perspective allows to clearly see, the sun hits their veins, sky blue and purple. They support each other, holding themselves from the waist line; They walk as they were dancing, after each interruption – made by some pedestrian – they begin again with the same foot, they look at each other, smile, and continue. They seemed being born together, they seem like the image that lacks when nothing can be said about the practice of feelings. They have little time left. They have lived almost all the time they had. You can feel lost by their vision, fresh, delicate, lightly crooked, sustained.
While I let myself being taken by their rhythm, a known voice talks to me from the height of my ears, and is not easy to reach my ears, often bent towards the person that is talking or singing, too high for not bending.

-What are you looking at?
-The skin of two elderlies.
-Which ones?
-They are gone.
-You seemed absorbed in something.
-True.
-And moved.
-As well.
-You have always liked the elderlies or is something concerning maturity?
-I had an old father. To me he was the youngest human being on earth until they told me that he looked like my grandfather.
-How sad!
-No… I didn’t feel sad… I immediately thought the opposite, being young, was a bad thing… Exactly! In Spanish we say “que cosa fea es ser joven!” (what a nasty thing to be old)
-How old were you?
-Nine.
-And since then you have been attracted by old age?
-No I am not attracted… I can read the beauty of the matter that changes! Being my grand father or my father didn’t change his beauty and his freshness…
-Aren’t you afraid of old age?
-The question implies that you feel young…
-No… I meant oldness…
-I don’t know what you are talking about… I feel the sense of oldness since ever…
-I am referring to the body, the body that changes.
-I will tell you if I will be allowed to get there.
-You hope you don’t get there, do you?
-I hope to become fresh, or I better say light.
-Aren’t you?
-It’s easy when the flesh is not transparent yet.

Paris, on the streets of an unveiling sun. 2015 – Maria A. Listur

Anima di valigia/Soul of a Suitcase

A Buenos Aires abitava tutta la famiglia di mio padre.
Arrivai per la prima volta quando avevo soltanto un mese di vita e poi tornai ogni anno. I miei genitori mi hanno fatto viaggiare in aereo, con l’accompagnatore, da quando avevo cinque anni.
Buenos Aires mi ha dato la speranza di poter vivere in qualsiasi parte del mondo.
Buenos Aires guarda fuori e ti spinge a partire lasciando le braccia aperte augurandoti ritorni magici, luminosi e senza tempo. Me ne andai che ero una ragazza. M’accompagnò al taxi che mi portava in aeroporto il mio amico della vita a cui ritorno e a cui ritorna mio figlio ogni volta che passiamo per Buenos Aires. Mi disse:
-Parti e non ti voltare. Ti prego.
Io salii sul taxi e mentre l’automobile si allontanava mi voltai verso di lui che correva dietro di noi velocemente. Senza raggiungerci.

Erano le quattro del mattino quando percorsi i Fori Imperiali per arrivare al Colosseo. Arrivavo da Perugia. Desideravo questo viaggio anche se ovunque andavo si parlava tanto male di Roma e ancor peggio dei romani. Mi chiedevo come mai tanti italiani guardassero Roma con tanto disprezzo. Me lo chiesi ancora nel momento in cui prendendo i Fori Imperiali da Via Cavour si gira verso sinistra e s’incominciano a vedere i primi archi del Colosseo attraversati dalla luna e poi quella luce espansa che lo bagna dandoti il desiderio di abbracciarlo come fosse qualcosa che ti appartiene anche se non l’hai mai visto. Pensavo tutto ciò quando un uomo, con un accento che non capivo allora e che oggi so che è romano mi chiese se avevo bisogno di qualcosa. Io dissi di no con il mio italiano nettamente argentino e lui mi disse “Buenos Aires?” e senza attendere la risposta aggiunse che la sua famiglia per parte del padre viveva a “Caballito”, un quartiere tipico della capitale Argentina. Camminò accanto a me fino alla metropolitana poi si congedò dicendo: Se lei ama il caos e nel caos lei trova ordine, Roma è sua.
Dopo tre ore, nel prato della piazza di San Giovanni in Laterano, decisi che sarei rimasta. Senza tempo.
Roma ha un ordine che nutre il mio caos.

Lui correva verso il taxi ed io lo guardavo correre. Non dissi al tassista “Si fermi o aspetti…” Continuai a guardare fino a che lui sparì nell’orizzonte alzando la mano per salutarmi. Io abbassai lo sguardo e girai il corpo per guardare avanti.
Dopo alcuni anni, quando lo rividi, gli chiesi il perché della corsa. Lui disse:
-Sapevo che ti saresti voltata e ho voluto correre per capire quanto eri convinta. Chiunque avrebbe fermato il taxi. Tu no. Quella notte confermai che la ragazza che amavo era come l’avevo immaginata: fedele a ciò che mi aveva fatto amarla.
Mi commosse lasciandomi senza parole mentre un pensiero di Antonio Porchia mi attraversò il cuore: “Se vuoi che i fiori del tuo giardino non muoiano, apri il tuo giardino.”

Roma, dopo un brindisi per la vita, 2010 – Maria A. Listur

Soul of a Suitcase

In Buenos Aired used to live all my father’s family.
I arrived the first time when I was only a month old and then I went every year. My parents made me travel by airplane, with a chaperon, since I was five.
Buenos Aires has given me the trust of being able to live in every part of the world.
Buenos Aires looks outside and pushes you to leave, leaving the arms open wishing you magical returns, bright and timeless. I left when I was a girl. A friend of a life, somebody who I return to and to whom my son returns every time we pass by Buenos Aires, accompanied me to the cab that was going to take me to the airport. He said:
-Leave and don’t turn back. I beg you.
I got on the taxi and while the car was going away I turned towards him who was running fast behind us. Without catching up.

It was four in the morning when I was going down Fori Imperiali to reach the Coliseum. I had just arrived from Perugia. I had been looking forward to this trip even if everywhere I went everybody would criticize Rome and even more the Romans. I was wondering why so many Italians would look at Rome in such a discredit. I was still puzzled about this fact turning on Fori Imperiali from Via Cavour when turning right the first arches of the Coliseum came to sight, brightened by the moon and then that moonlight, which lighted it, gave me the desire of hugging it as it was something that belonged to me even if I had never seen it before. I was thinking about all this when a man, speaking with an accent that I didn’t understand then but now I know it’s Roman, asked me if I needed anything. I replied that I didn’t with my strong Argentinean Italian and he said “Buenos Aires?” and without waiting for my answer he added that his family on his father side lived in “Caballito”, a typical district of Argentina. He walked with me all the way to the underground and then parted saying: If you love chaos and in chaos you find order, Rome is yours.
After three hours, in the lawn of the San Giovanni in Laterano square, I decided to stay. With no limit of time.
Rome has an order that nourishes my chaos.

He was running towards the taxi and I was watching him run. I didn’t say to the driver “Stop the car or wait…” I kept looking until he disappeared in the horizon lifting his hand to wave at me. I lowered my eyes and turned my body to look forward.
Few years later, when I met him again, I asked him why he ran. He said:
-I knew that you would turn and I wanted to run to see how determined you were. Anybody would have stopped the taxi. You didn’t. That night I understood that the girl I loved was as I had always imagined: committed to what made me love her.
He affected me leaving me speechless while a thought of Antonio Porchia crossed my heart: “If you don’t want the flowers of your garden to die, open your garden.”

Rome, after a toast for life, 2010 – Maria A. Listur