«Sembra che il riconosciuto non è se stesso.»/«It seems that the acknowledged it’s not itself.»

Pascal Quignard

-Dammi la tua ricetta.
-Non è mia.
-Di chi è?
-Della mia bisavola.
-Ancora meglio! Dammela!
-Lavarsi bene bene i denti, doccia accuratissima, vestiti puliti e belli – anzi, i migliori che hai, silenzio lungo, almeno 24 ore, se puoi una settimana, non dimenticare in assoluto e…
-Non devo dimenticare?
-No. Chi non teme ricorda, dice il proverbio!
-E dopo la settimana di silenzio?
-Ricordati le risate.
-Sei sicura che funzioni sempre?
-Nel mio caso ha sempre funzionato.
-Si perdona.
-Sì, si perdona.

Parigi, mentre le ambulanze fanno presente quanto la vita sia breve, nel caso se ne abbia bisogno…
2016 – Maria A. Listur

 

«It seems that the acknowledged it’s not itself.»

Pascal Quignard

-Give me your recipe.
-It’s not mine.
-Whose is it?
-Of my great grandmother.
-Even better! Give it to me!
-Brush your teeth very very well, very thoroughgoing shower, clean and nice clothing – better yet, the best you have got, long silence, at least 24 hours, a week if you can, you should never forget and…
-I should never forget?
-No. Who is not afraid remembers, it is said!
-And after a week of silence?
-Remember the laughs.
-Are you sure that it works?
-In my case it always does.
-We forgive.
-Yes, we forgive.

Paris, while the ambulance states how life is short, in case it was necessary…
2016 – Maria A. Listur

“Qual è il canto che noi cerchiamo di cantare?”/“Which is the chant we are trying to sing?”

Pascal Quignard

Ci incontriamo – da quasi due mesi – tutti i giovedì. Stiamo supervisionando i nostri rispettivi lavori. Questo “guardare dall’alto e/o dal largo” che potrebbe essere una supervisione non aderisce perfettamente a quello che noi facciamo, sarebbe più descrittivo dire che noi “stiamo usando la scrittura e il teatro per conoscerci e confermare che ci fidiamo di noi stesse”, poiché dell’altra e dell’Altra, ci fidiamo. Passiamo dalle posizioni lavorative di “essere guardata” a quella di “guardare l’altra” con delicata plasticità.

Durante uno dei nostri incontri, nel pronunciare, in francese, la parola “soglia”, sbaglio. Chiedo a lei, madrelingua, di correggermi, lo fa ridendo. Cerco di pronunciare ancora la parola e risbaglio! Lei ridendo dice: “No no no! Meno zero!”. Io comincio a ridere senza potermi fermare e cerco tra le risate di pronunciare nuovamente SEUIL. Lei aggiunge: “No no no! Peggio! Meno quattro!” E in quel momento scoppio in un’altra risata che mi fa arrivare fino alle lacrime. Lei, che si è alzata nel dire “Peggio! Meno quattro!”, mi guarda sorpresa dall’alto della sua immensità e si lascia contagiare dal mio stato che, oramai mi fa stare a terra, piegata dalla risata. Mi auto-nutro dalla memoria di quel: “Pire! Moins quatre!”
Lei scrive su un foglio due parole e me le fa relazionare: i suoni delle parole foglia e soglia (feuille-seuil), finalmente pronuncio bene, lei mi applaude. Mentre applaude e ridiamo ancora, vado a preparare il tè che religiosamente prendiamo nella pausa di passaggio tra il suo lavoro e il mio. Attraverso il corridoio prima di arrivare in cucina, il tragitto risulta popolato da brevi e profonde immagini, stiletti mortali, soglie attraversate, rinascite: “La tua lingua ossea è il francese” disse Marco Mortillaro, maestro di Audiopsicofonologia alcune decadi fa; “Tu vuoi restare qui vero?” chiese – nella reciproca vocazione di rinuncia – Michele Truglio, amore e collega, durante un nostro viaggio a Parigi; “Mamma, torniamo a casa!” disse mio figlio nel suo primo viaggio di studio in Francia, “Buon ritorno a casa” ha detto mia amica Rossella Carocci il giorno in cui sono partita dall’Italia.

Porto il tè in salone, racconto a Jessie Delage dei ricordi arrivati dalla correzione; la ringrazio. La prego di continuare a correggermi, le dico che questa lingua è la lingua della metà dei miei antenati, che sono perplessa davanti alla vita, non so, non conosco, ignoro dal profondo, cerco di reperire nel buio delle memorie quello che è bagaglio, o trama imposta, tento di rimembrare ciò che serve, dissolvere ciò che pesa, silenziare il velo di suono che impedisce di Ascoltare l’Universo, come diceva e intitolava un suo libro Alfred Tomatis. Voglio imparare di nuovo a parlare.
Lei dice: “Incredibile! Tu non hai orgoglio! E mi piace.”
Rispondo: “Grazie.” E penso: “Lei ascolta!”

Michele Truglio

Michele Truglio, ph – 2004 – Parigi

Parigi, sotto zero, quando il freddo scalda l’anima, e anima. 2016 – Maria A. Listur

 

“Which is the chant we are trying to sing?”

Pascal Quignard

We meet – for almost two months – every Thursday. We are supervising our respective works. This “looking form above and/or from far” that could be a supervision doesn’t adhere perfectly to what we do, it would be more descriptive to say that we “are using writing and the theater to know each other and to confirm that we trust each other” because of the other and of the Other, we trust. We go from the work position of “being watched” to that of “watching the other” with delicate plasticity.

During one of our meeting, in pronouncing, in French, the word “doorstep”, I make a mistake. I ask her, mother tongue, to correct me, she does it laughing. I try to pronounce it again and I say it wrong again! She says while laughing: “No no no! Minus zero!”. I start laughing without being able to stop and I try among the laughs to pronounce again SEUIL (doorstep). She adds: “No no no! Worse! Minus four!” And in that moment I burst in to laugher that makes me cries. She, who stood up in saying “Worse! Minus four!”, looks at me surprised from above of her immensity and she let herself being affected by my state that, by now brought me to the ground, bended by laugher. I auto feed myself by the memory of that: “Pire! Moins quatre!”
She writes on a paper two words and makes me relate them: the sounds of the words doorstep and leaf (feuille-seuil), finally I pronounce them well, she applauds me.
While applauding we laugh again, I go to make some tea that we religiously have in the pause of passage from her work to mine. Down the corridor before reaching the kitchen, the path seems to be populated by short and deep images, mortal daggers, crossed doorsteps, rebirths: “Your bone idiom is French” Marco Mortillaro said, teacher of Audio psycho phonology some decades ago; “You want to stay here right?” he asked – in our mutual vocation of sacrifice – Michele Truglio, lover and colleague, during one visit to Paris; “Mom, let’s go back home” my son said in his first study travel to France, “Safe trip home” my friend Rossella Carocci said the day in which I left Italy.

I bring the tea and tell Jessie Delage of the memories that have reached me from the correction; I thank her. I beg her to keep on correcting me, I tell her that this language is the language of my ancestors, that I am perplexed in front of life, I don’t know, I don’t understand, I ignore from the deep, I try to trace in the darkness of the memories what it is baggage, or imposed plot, I try to remember what is necessary, to dissolve what is heavy, to silence the veil of sound that obstruct the Ecouter l’Universe (Listening to the Universe)*, how Alfred Tomatis used to say and called his book. I want to learn to talk again
She says: “Incredible! You have no pride! And I like it.”
I reply: “Thanks.” And think: “She listens!”

Paris, below zero, when the cold warms the soul, and enlivens. 2016 – Maria A. Listur

*The title in English for this book is “The Ear and the Voice”.

“Là où la pensée a peur, la musique pense.”

Laddove il pensiero ha paura, la musica pensa.
Pascal Quignard

-I suoi maestri sono degli sconosciuti…
-Per chi?
-In generale.
-Cosa significa per lei essere “conosciuti”.
-“Conosciuto” è sinonimo di “successo”.
-Posso proporle un altro sinonimo?
-Intimo.

Gutai-fiac-15

Shiraga-2005-1

Shiraga-2005-2

FIAC 2015 – Shiraga, 2003-2005 – Archivio Personale/Personal Archive

In viaggio, nella pratica dell’inchino verso il vuoto.
2015 – Maria A. Listur

 

“Là où la pensée a peur, la musique pense.”

There where the thought is afraid, music thinks.
Pascal Quignard

-Your teachers are strangers…
-To who?
-In general.
-What does it mean to you to be “known”.
-“Known” it is synonym of “success”.
-Can I propose to you another synonym?
-Intimate.

Traveling, in the practice of the bow towards the emptiness.
2015 – Maria A. Listur

“Tutte le parole cercano di raggiungere qualcosa che fugge.”/“All the words try to reach something that runs away.”

Pascal Quignard

-Glieli dettano?
-Che cosa?
-I testi.
-Non stavamo parlando della pittura?
-Sì ma… Lei si mette a prendere appunti!
-Perché non vorrei dimenticare qualche cosa che mi è venuta in mente mentre lei sta pensando e…
-E mi distrae!
-Mi scuso. Stavo tentando il contrario, non volevo interromperla con il suono…
-Invece mi ha portato da un’altra parte!
-Continuiamo con la pittura?
-No. Mi è venuta in mente la scrittura e preferisco seguire l’istinto.
-Va bene. Mi dica.
-Quello che scrive sente che glielo dettano?
-Penso che ogni cosa sia un dettato ma non nel senso che dicono alcuni…
-Vuole dire, ascoltare delle voci?
-Sì.
-E cosa intende per dettato allora?
-Qualcosa di musicale, di corporeo… Un movimento che poi si traduce in scritto o dipinto o…
-E tutto è lo stesso?
-Il risultato è differente ma la fonte è la stessa.
-Qualcosa d’animico?
-Qualcosa non lo è?
-Mm… Corpo e mente, anima e corpo…
-No. Non riesco a scindere e non sono tifosa di queste definizioni.
-Linguaggio calcistico?
-Linguaggio riduzionistico.
-Non sembra la stessa persona che scrive, neanche quella che dipinge o quella che…
-La prego di non definirmi secondo la somma di quello che di me conosce.
-Tento di farmi un’idea precisa del suo lavoro, come lei ha tentato di non interrompermi…
-Siamo verso una strada di profonda frustrazione.
-Non esiste un’idea precisa o lei è brava a interrompere?
-Sta confrontando ed io non ho uno spirito competitivo.
-Abbandonerà il gioco?
-Cambierò gioco.
-Vediamo. E cosa propone?
-Un piatto di lenticchie con curry di verdura, Malbec argentino e pane azzimo fatto da me. Accetta?
-Ha vinto.
-Abbiamo vinto.

Roma, dove si può conquistare il vuoto. 2015 – Maria A. Listur

“All the words try to reach something that runs away.”

Pascal Quignard

-Does anybody dictate them to you?
-What?
-The texts.
-Weren’t we talking about painting?
-Yes but… You started taking notes!
-Because I wouldn’t want to forget something that came to my mind while you were thinking and…
-And you distract me!
-I apologize. I was trying the opposite, I didn’t want to interrupt you with the sound…
-As a matter of fact you brought me to another place!
-Shall we continue with the painting?
-No. Writing came to my mind and I’d rather follow my instinct.
-All right. Tell me.
-What you write do you feel that somebody dictates it to you?
-I think that everything is a dictation but not in the sense that someone says…
-You mean, listening to voices?
-Yes.
-And what do you mean by dictation then?
-Something musical, corporeal… A movement that afterwards translates in writing or painting or…
-And is it all the same?
-The result is different but the source is the same.
-Something of the soul?
-Is there something that isn’t?
-Mm… Body and soul, soul and body…
-No. I can’t differentiate and I am not a fan of those definitions.
-Soccer language?
-Reductionistic language.
-You don’t seem the same person that writes, neither the one that paints nor the one that…
-I beg you not to define me according to the sum of what you know about me.
-I am trying to get a precise idea of your work, as you tried not to interrupt me…
-We are heading towards a road of profound frustration.
-Doesn’t it exist a precise idea or you are just good interrupting?
-You are confronting and I don’t have a competitive spirit.
-Will you abandon the game?
-I’ll change the game.
-Let’s see. What do you propose?
-A meal with lentils with curry and vegetables, Argentinean Malbec and leavened bread made by me. Do you accept?
-You won.
-We won.

Rome, where emptiness can be conquered. 2015 – Maria A. Listur