“Pretendo di vivere pienamente la contraddizione del mio tempo, che di un sarcasmo può fare la condizione della verità.”/“I demand to fully live the contradiction of my time, that of a sarcasm can make the condition of the truth.”

Roland Barthes

-Aspetto nordico, accento latino, vorrei indovinare ma…
-Nata in Argentina.
-Non riconosco l’accento…
-Ho vissuto molti anni in Italia.
-E a chi appartiene?
-A una tazza di riso.
Lui esplode in una risata. Io no. Lui cerca di controllarsi, dice:
-Scusi… Scusi ma lo trovo molto comico!
-Mmmm.
Domanda:
-E come mai appartiene a una tazza di riso?
-È sempre stato lo spazio dove tornare, dove concentrarmi, dove osservare ed evocare. L’unico nutrimento, per anni. Lo spazio dove mio figlio ritorna quando vuole trovare leggerezza. Il mio quotidiano. La misura della mia attenzione. I miei diamanti. Acqua, terra, aria e fuoco concentrati in uno spazio.
La risata ha lasciato spazio a un sorriso teso. Non riesce a rimanere in silenzio, commenta:
-Piccolo spazio…
-Lei non conosce l’impotenza, né la costrizione?
Il suo viso si tende completamente come fosse un arco pronto a sparare una freccia:
-A prescindere dalle mie esperienze posso giudicare che una tazza di riso non può essere considerata in quanto luogo di appartenenza, tranne se si sta parlando per metafore.
-Se nella sua percezione della realtà sto alludendo ad altro, cosa sarebbe quest’altro?
Mentre si guarda intorno, muove tutto il corpo, mima disinteresse verso la conversazione ma rimane inchiodato al pavimento per dire:
-Non lo so… Non la conosco… Potrebbe essere un paese.
-No.
Si avvicina un po’, sorride come fosse pronto a confidarmi un segreto, domanda:
-Non la Cina?
-No, neanche il Giappone.
Si allontana per riavvicinarsi velocemente, mi ridomanda con grottesca simpatia:
-E quanto riso contiene il suo paese?
-Quel che possono trattenere le mie mani unite, una scodellina.
-Non le piacerebbe cambiare paese?
-No… Mi piace far ridere la gente.

Parigi, quando il circo della vita mi vuole scimpanzé.
2017 – Maria A. Listur

 

“I demand to fully live the contradiction of my time, that of a sarcasm can make the condition of the truth.”

Roland Barthes

-Nordic appearance, Latin accent, I’d like to guess but…
-Born in Argentina.
-I don’t recognize the accent…
-I have lived many years in Italy.
-And who do you belong to?
-To a bowl of rice.
He bursts into laughter. I don’t. He tries to control himself, he says:
-Sorry… Sorry but I find it very funny!
-Ummm.
He Asks:
-And how it is that you belong to a bowl of rice?
-It has always been a space where to go back, where to concentrate, where to observe and evoke.
The only nourishment, for years. The space where my son returns when he wants to find lightness. My every day. The measure of my attention. My diamonds. Water, dirt, air and fire concentrated in a space
The laughter has left room for a tense smile. He cannot keep silent, he comments:
-Small place…
-You don’t know the impotence, neither the constriction?
His face gets completely tense as he was a bow ready to shoot an arrow:
-Despite my experiences, I can see that a bowl of rice can’t be considered as a place to belong to, except if we are talking in metaphors.
-If in your perception of the reality I am suggesting something else, what would this else be?
While looking all around, he moves his entire body, mimicking disinterest towards the conversation but remaining nailed to the ground to say:
-I don’t know… I don’t know you… It could be a country.
-No.
He gets closer, smiles as if he was ready to reveal a secret, he asks:
-Not China?
-No, Japan neither.
He moves away to quickly get closer again, he asks me with grotesque congeniality:
-And how much rice does your country holds?
-As much as I can hold with my hands closed together, a little bowl.
-Wouldn’t you like to change country?
-No… I like to make people laugh.

Paris, when the life circus wants me as the chimpanzee.
2017 – Maria A. Listur

“Qual è il canto che noi cerchiamo di cantare?”/“Which is the chant we are trying to sing?”

Pascal Quignard

Ci incontriamo – da quasi due mesi – tutti i giovedì. Stiamo supervisionando i nostri rispettivi lavori. Questo “guardare dall’alto e/o dal largo” che potrebbe essere una supervisione non aderisce perfettamente a quello che noi facciamo, sarebbe più descrittivo dire che noi “stiamo usando la scrittura e il teatro per conoscerci e confermare che ci fidiamo di noi stesse”, poiché dell’altra e dell’Altra, ci fidiamo. Passiamo dalle posizioni lavorative di “essere guardata” a quella di “guardare l’altra” con delicata plasticità.

Durante uno dei nostri incontri, nel pronunciare, in francese, la parola “soglia”, sbaglio. Chiedo a lei, madrelingua, di correggermi, lo fa ridendo. Cerco di pronunciare ancora la parola e risbaglio! Lei ridendo dice: “No no no! Meno zero!”. Io comincio a ridere senza potermi fermare e cerco tra le risate di pronunciare nuovamente SEUIL. Lei aggiunge: “No no no! Peggio! Meno quattro!” E in quel momento scoppio in un’altra risata che mi fa arrivare fino alle lacrime. Lei, che si è alzata nel dire “Peggio! Meno quattro!”, mi guarda sorpresa dall’alto della sua immensità e si lascia contagiare dal mio stato che, oramai mi fa stare a terra, piegata dalla risata. Mi auto-nutro dalla memoria di quel: “Pire! Moins quatre!”
Lei scrive su un foglio due parole e me le fa relazionare: i suoni delle parole foglia e soglia (feuille-seuil), finalmente pronuncio bene, lei mi applaude. Mentre applaude e ridiamo ancora, vado a preparare il tè che religiosamente prendiamo nella pausa di passaggio tra il suo lavoro e il mio. Attraverso il corridoio prima di arrivare in cucina, il tragitto risulta popolato da brevi e profonde immagini, stiletti mortali, soglie attraversate, rinascite: “La tua lingua ossea è il francese” disse Marco Mortillaro, maestro di Audiopsicofonologia alcune decadi fa; “Tu vuoi restare qui vero?” chiese – nella reciproca vocazione di rinuncia – Michele Truglio, amore e collega, durante un nostro viaggio a Parigi; “Mamma, torniamo a casa!” disse mio figlio nel suo primo viaggio di studio in Francia, “Buon ritorno a casa” ha detto mia amica Rossella Carocci il giorno in cui sono partita dall’Italia.

Porto il tè in salone, racconto a Jessie Delage dei ricordi arrivati dalla correzione; la ringrazio. La prego di continuare a correggermi, le dico che questa lingua è la lingua della metà dei miei antenati, che sono perplessa davanti alla vita, non so, non conosco, ignoro dal profondo, cerco di reperire nel buio delle memorie quello che è bagaglio, o trama imposta, tento di rimembrare ciò che serve, dissolvere ciò che pesa, silenziare il velo di suono che impedisce di Ascoltare l’Universo, come diceva e intitolava un suo libro Alfred Tomatis. Voglio imparare di nuovo a parlare.
Lei dice: “Incredibile! Tu non hai orgoglio! E mi piace.”
Rispondo: “Grazie.” E penso: “Lei ascolta!”

Michele Truglio

Michele Truglio, ph – 2004 – Parigi

Parigi, sotto zero, quando il freddo scalda l’anima, e anima. 2016 – Maria A. Listur

 

“Which is the chant we are trying to sing?”

Pascal Quignard

We meet – for almost two months – every Thursday. We are supervising our respective works. This “looking form above and/or from far” that could be a supervision doesn’t adhere perfectly to what we do, it would be more descriptive to say that we “are using writing and the theater to know each other and to confirm that we trust each other” because of the other and of the Other, we trust. We go from the work position of “being watched” to that of “watching the other” with delicate plasticity.

During one of our meeting, in pronouncing, in French, the word “doorstep”, I make a mistake. I ask her, mother tongue, to correct me, she does it laughing. I try to pronounce it again and I say it wrong again! She says while laughing: “No no no! Minus zero!”. I start laughing without being able to stop and I try among the laughs to pronounce again SEUIL (doorstep). She adds: “No no no! Worse! Minus four!” And in that moment I burst in to laugher that makes me cries. She, who stood up in saying “Worse! Minus four!”, looks at me surprised from above of her immensity and she let herself being affected by my state that, by now brought me to the ground, bended by laugher. I auto feed myself by the memory of that: “Pire! Moins quatre!”
She writes on a paper two words and makes me relate them: the sounds of the words doorstep and leaf (feuille-seuil), finally I pronounce them well, she applauds me.
While applauding we laugh again, I go to make some tea that we religiously have in the pause of passage from her work to mine. Down the corridor before reaching the kitchen, the path seems to be populated by short and deep images, mortal daggers, crossed doorsteps, rebirths: “Your bone idiom is French” Marco Mortillaro said, teacher of Audio psycho phonology some decades ago; “You want to stay here right?” he asked – in our mutual vocation of sacrifice – Michele Truglio, lover and colleague, during one visit to Paris; “Mom, let’s go back home” my son said in his first study travel to France, “Safe trip home” my friend Rossella Carocci said the day in which I left Italy.

I bring the tea and tell Jessie Delage of the memories that have reached me from the correction; I thank her. I beg her to keep on correcting me, I tell her that this language is the language of my ancestors, that I am perplexed in front of life, I don’t know, I don’t understand, I ignore from the deep, I try to trace in the darkness of the memories what it is baggage, or imposed plot, I try to remember what is necessary, to dissolve what is heavy, to silence the veil of sound that obstruct the Ecouter l’Universe (Listening to the Universe)*, how Alfred Tomatis used to say and called his book. I want to learn to talk again
She says: “Incredible! You have no pride! And I like it.”
I reply: “Thanks.” And think: “She listens!”

Paris, below zero, when the cold warms the soul, and enlivens. 2016 – Maria A. Listur

*The title in English for this book is “The Ear and the Voice”.