NOTTE/NIGHT

Ad ognuno la sua notte,
la portata delle proprie stelle
la gravidanza della sua via lattea
l’esclusivo blu quasi nero,
e in me,
l’imperiosità di renderla un segno
d’apporre,
tra le tue mani.

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Notte I/1 – Gres et Blanc mat- Maria A. Listur, 2016

Roma, quando gli alberi diventano d’oro.
Maria A. Listur 2016

 

NIGHT

To everyone their own night,
the range of their own stars
the pregnancy of their own milky way
the exclusive blue almost black,
and in me,
the imperiousity of making it sign
to place,
between your hands.

Rome, when the trees become golden.
2016 – Maria A. Listur

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PUNTI FOCALI/FOCAL POINTS

Dei miei sogni ho cambiato la luce;
anche la qualità del nero di ogni incubo
e mentre sogno sollevo dal corpo
tutto il tempo che cerca ogni senso,
la fantasia di stare da soli.

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http://www.bouddhismeaufeminin.org

Roma, nutrendosi di luce.
2016 – Maria A. Listur

 

FOCAL POINTS

I have changed the light of my dreams;
and also the quality of the black of each nightmare
and while dreaming I lift up from my body
all the time that searches for each sense,
the fantasy of being alone.

Rome, feeding off the light.
2016 – Maria A. Listur

“L’uomo erra finché aspira.”/“Man wonders until he aspires.”

Johann Wolfgang Goethe

-“Non mi saluti?” Irrompe la domanda alle mie spalle. Siamo nella stazione ferroviaria che porta dal centro di Ginevra all’aeroporto. Mi volto di scatto nel morire della notte e stento a riconoscere la persona che ho davanti: lo guardo, lui sorride e apre le braccia, io sono impietrita. Improvvisamente, sono attraversata da un raggio di memoria: riconosco il maturo sorriso, i denti simpaticamente storti da eterno bambino, le dita lunghe delle mani; anche se i capelli sono diventati bianchissimi, lo vedo. Mi sorprendo della sua presenza come fosse risorto dalla morte.
-“Non ti ho riconosciuto!”
-“Io sì! Sei la stessa! Vieni qua! Ti voglio abbracciare!”
Mi stringe delicatamente. Ricordo il profumo. Odoro il collo, lui appoggia il palmo della mano destra nell’incavo lombare della mia schiena, altro segno di riconoscimento, il corpo che ricorda. Arriva il treno. Ci stacchiamo, saliamo, cerchiamo un vagone vuoto, ci sediamo.
-“Dove stai andando?”
-“Roma.”
-“E tu?”
-“Roma.”
-“Vivi a Ginevra?”
-“No, sono venuta per una conferenza.”
-“Sono felice di averti incontrato.”
-“Grazie.”
-“Che formalità! Ho pensato di scriverti, ti ho visto tramite la pagina Facebook di mio nipote, non volevo morire senza dirti alcune cose… E oggi, la vita ci mette uno davanti all’altra.”
-“Sì, ma io non ti avevo visto.”
-“Vedi? La vita mi fa capire che non dovevo scriverti!”
-“Non ti ho nemmeno riconosciuto.”
-“In un punto sperduto della notte io ti rincontro!”
-“Di schiena.”
-“E che importanza ha? Si è realizzato un miracolo della mia vita!”
-“Ti è cambiata la voce…”
-“Ho desiderato per decadi questo momento, dirti che…”
-“No! Ti prego!”
-“Cosa?”
-“Qualsiasi cosa essa sia, non me la dire! Sia bella o brutta, non me la dire! Ti prego!”
-“Te lo devo!”
-“Non sai quanta gente mi deve qualcosa!”
-“È qualcosa che avrei dovuto dirti.”
-“Lascia stare. Il viaggio è breve e…”
-“Lo so, lo so, stiamo quasi arrivando all’aeroporto!”
-“Mi riferivo all’altro viaggio…”
-“Altro?”

Verso il Grande Aeroporto, come tutti. E a Ginevra. 2015 – Maria A. Listur

 

“Man wonders until he aspires.”

Johann Wolfgang Goethe

-“Don’t you say see me?” The question irrupts behind my back. We are at the train station that goes from the center of Genève to the airport. I quickly turn around in the dying of the night and I barely recognize the person that is in front of me: I look at him, he smiles and opens his arms, I am petrified. Suddenly I am traversed by a ray of memory: I recognize the mature smile, the lovably uneven teeth of the eternal child, the long fingers in the hands; even though the hairs have turned completely white, I see him. I am surprised by his presence as if he resuscitated from death.
-“I didn’t recognize you!”
-“I did! You are the same! Come here! I want to hug you!”
I holds me delicately, I remember the perfume. I smell his neck, he places the palm of his right hand in the lumbar curve of my backbone, another sign of acknowledgement, the body remembers. The train arrives. We part, get on, look for an empty car, sit down.
-“Where a re you going?”
-“Rome.”
-“And you?”
-“Rome.”
-“You live in Genève?”
-“No, I came for a conference.”
-“I am happy to have met you.”
-“Thanks.”
-“How formal! I thought of writing, I saw you through the Facebook page of my nephew, I didn’t want to die without saying some things… And today, life puts us one in front of the other.”
-“Yes, but I didn’t see you.”
-“See? My life makes me understand that I didn’t have to write to you!”
-“I didn’t even recognize you.”
-“In an indefinite point of the night I meet you again!”
-“Facing the opposite side.”
-“And what is the importance? A miracle in my life has come true!”
-“Your voice has changed…”
-“I have desired for decades this moment, tell you that…”
-“No! I beg you!”
-“What?”
-“Whatever it is, don’t tell me! Good or bad, don’t tell me! I beg you!”
-“I owe it to you!”
-“You don’t know how many persons owe me something!”
-“It is something that I should have told you.”
-“Let it be. The trip is short…”
-“I know, I know, we are almost arrived at the airport!”
-“I was referring to the other trip…”
-“Anything else?”

Toward the Great Airport, as everyone. And in Genève. 2015 – Maria A. Listur

LEZIONI D’IMPERMANENZA/LESSONS OF IMPERMANENCE

Dalla goccia divenuta savia
Dalla pioggia fuori e dentro
Dal granello che fa tazza
Dalla mano che indietreggia
O da quella che si addentra
Dalle apparenze libertarie
Dai profumi che son sapori
Dagli alberi che fanno casa…

E dallo squisito firmamento:
Solco, specchio, luce, anima.

Surco-IISurco-I

Surco I /II – 2015 – Maria A. Listur – Gres – Emanuele Aglitti ph

Roma, mentre i venti fanno il loro lavoro.
2015 – Maria A. Listur

 

Lessons of Impermanence

By the drop become wise
By the rain outside and inside
By the grain that makes a cup
By the hand that draws back
Or by that which penetrates
By the libertarians appearances
By the perfumes that are flavors
By the trees that make home…

And by the exquisite firmament:
Furrow, mirror, light, soul.

Rome, while the winds do their job.
2015 – Maria A. Listur

In memoriam di Ana Maria Giunta/In Memory of Ana Maria Giunta

Lei ed io abitammo nella stessa città ai piedi de Los Andes. Poi, l’arte, la politica, il processo militare e il centralismo della capitale la portarono via. E un po’ più di un decennio dopo la sua partenza, l’arte, l’etica e lo stesso centralismo portarono via anche me.

Un giorno di umida estate ci incontrammo casualmente in un caffè, a Buenos Aires; lei era diventata una famosa attrice argentina, certa della inaffidabilità della fama, luminosa, appesantita, ed io ero una ragazza altissima, quasi forte. Lei mi guardò dal basso verso l’alto prima di salutarmi, poi disse che si ricordava di me piccolina. Io sorrisi silenziosa. Lei mi invitò a sedere al suo tavolo, dove era contornata da più persone che amavano ascoltarla, possedeva una sottile intelligenza e un fortissimo sarcasmo. “Vieni magretta!” disse, causando l’ilarità dei commensali. Rise anche lei con una risata sguaiata – che conquistò più di un regista e che resta nella memoria del cinema argentino grazie a un film molto bello “La pelicula del Rey” – poi, aggiunse: “Guardate questa bellezza, non vi sembra che è uguale a me?”, tutti risero ancora tranne me, che la interrogai con lo sguardo.
Non capivo la somiglianza: avevamo esattamente vent’anni di differenza, lei aveva già raggiunto quello che per la mia generazione d’arte era un successo ambito – il riconoscimento del talento, insieme alla brillantezza intellettuale e al prestigio etico – mentre io ero un’attrice giovane che tutti consideravano “troppo appariscente” per sembrare seria; lei pesava più di cento chili, per meno di un metro e sessanta di dolce rotondità ed io meno di sessanta, per più d’un metro e ottanta di ossa.
Queste osservazioni riaffioravano silenziosamente nel mio pensiero ogniqualvolta ripeteva la sua ipotesi di somiglianza.
Alle mie perplessità rispose un giorno – mentre dava riparo a più d’una attrice senza lavoro, tra cui io, nella sua casa de Avenida Córdoba, nel centro de Buenos Aires – mentre innaffiavo le piante del suo corridoio a vetro su una scala che lei sosteneva e da dove aveva una prospettiva che esasperava le mie dimensioni: “Siamo identiche tu ed io… E tu sai perché?”, non risposi, tuttavia lei prese il silenzio per invito all’auto-risposta: “Perché tu ed io siamo troppo! Occupiamo troppo spazio. Tu in alto ed io in largo… Siamo due grandi provocatrici!” Scesi dalla scala e la baciai. Lei preparò delle uova ripiene con gelatina di fragole perché non c’era nient’altro da mangiare. Ridemmo di quella miseria con quella sicurezza che hanno coloro che hanno già perso.
Le trovammo separatamente, le risorse.
Prendemmo strade e scale diverse. Non ci vedemmo più.

Ho saputo che è morta il giorno del compleanno di mia madre, 14 Marzo 2015, e la prima cosa che ho pensato è stata: “Ovunque sia, sicuramente, si sentirà più leggera…”
L’ho ricordata ai piedi della scala o mentre si divertiva a vedermi provare i suoi vestiti che cadevano a lenzuolo sulle mie spalle, e ho articolato una risposta a quella vecchia domanda che, anche se non posso più dirgliela, posso scriverla: “Ana, non siamo state uguali ma, grazie per esserti specchiata in me quando io sentivo di essere molto meno di un fantasma…”

Roma, tentando di intonare il canto che soltanto la morte sa cantare.
2015 – Maria A. Listur

 

In Memory of Ana Maria Giunta

She and I lived in the same city at the foot of Los Andes. Then, art, politics, the military process and the centralism of the capital took her away. And after more than a decennial after her leaving, art, ethics and the same centralism brought me away as well.

A day of humid summer we met casually in a café, in Buenos Aires; she had become a famous Argentinean actress, sure about the unreliability of fame, luminous, overweight, and I was a very tall young woman, almost strong. She looked at me from toe to tip before greeting me, than she said that she remembered of me little. I smiled quietly. She invited me to sit at her table, where people who loved to listen to her surrounded her, she had a subtle wit and a very strong sarcasm. “Come skinny girl!” she said, causing the hilarity of the commensals. She laughed as well with a vulgar laugh – that conquered more than one movie director and that remains in the memory of the Argentinean movie thanks to a very beautiful film “La pelicula del Rey” – then she added: “Look at this beauty, don’t you think she is same as me?”, All laughed again but me, I interrogate her with my glance.
I didn’t understand the likeness: we had exactly twenty years of difference, she had already reached what for my generation of art was a highly desired success – the acknowledgement of the talent, together with the intellectual brightness and the ethics prestige – while I was a young actress that everybody considered “too striking” to be serious; she weighted more than one hundred kilos, for a meter and sixty of sweet roundness and I was less than sixty, for more than a meter ant eighty of bones.
These observations would resurface quietly in my thought every time she repeated her hypothesis of likeness.
To my perplexities she answered one day – while she was giving shelter to more than one actress without job, among which me, in her home in Avenida Córdoba, in the center of Buenos Aires – while I was watering the plants of her glass hallway on a ladder that she was holding up and from where she had a perspective that exasperated my dimensions: “We are alike you and me… And do you know why?”, I didn’t reply, though she took the silence as an invitation to auto-replying: “Because you and me are too much! We take too much space. You in height and me in width… We are two big provokers!” I came down the ladder and kissed her. She prepared some stuffed eggs with strawberry jello because we had nothing else to eat. We laughed of that misery with that certainty that have those who have already lost.
We did find them separately, the resources.
We took different paths and ladders. We never saw each other again

I heard that she died the day of my mother’s birthday, 14th of March 2015, and the first thing that I thought was: “Anywhere she is, surely, she will feel much lighter…”
I remembered at the foot of the stairs while she enjoyed seeing me trying her dresses that fell on me like a sheet on my shoulder, and I have articulated a reply to that old question that, even if I can’t tell her anymore, I can write: “Ana, we have never been alike but, thanks for seeing yourself in me when I felt to be much less than a ghost…”

Rome, trying to start singing the chant that only death can sing.
2015 – Maria A. Listur

BASSO CONTINUO

Scivoli tra le mani del Nulla
Oppure nelle arti.
Di te qualche segnacolo:
A busto – in ogni secolo
Oppure a cippo,
Senza nome:
Memorie di marmo!
I brevi silenzi “museali”
Echeggiano atavici
Nel divenire di assenze
Nell’essere ciò che siamo:
Paesaggi
Ventate
Accenni.

Segnacoli-I

Segnacoli-II

Palestrina – Palazzo Barberini

Scorciatoie eterne senza memoria.
2015 – Maria A. Listur

 

Basso Continuo

You slip out of the hands of the Nothing
Or in the arts.
Of you some symbol:
A bust – in every century
Or as a memorial stone,
With no name:
Memories of marble!
The short silences “of the museum”
They echo atavistic
In the becoming of the absences
In being what we are:
Landscapes
Gusts
Hints.

Eternal shortcuts without memory.
2015 – Maria A. Listur

Sopravvissuti/Survivors

Sanno che è ora o mai
l’ultimo bacio della notte
e quello issato dal mattino.
Calpestano l’ultima strada
in ogni passo, per ognuno
e semplicemente vanno.
Del ritorno tutto ignorano
calcolano soltanto gioia
circolarità, lievità e suono.
Sanno. Creano. Vanno.

Perspective-II

Perspective II – 2015 – Maria A. Listur

Roma, quando il dolore ignora ogni frontiera.
2015 – Maria A. Listur

 

Survivors

They know it is now or never
the last kiss of the last night
and the lifted one by the morning.
They stand on the last road
in every step, for every one
and simply they go.
Of the return everything they ignore
they consider only joy
circularity, lightness and sound.
They know. Create. Go.

Rome, when the pain ignores every border.
2015 – Maria A. Listur

“Tutte le parole cercano di raggiungere qualcosa che fugge.”/“All the words try to reach something that runs away.”

Pascal Quignard

-Glieli dettano?
-Che cosa?
-I testi.
-Non stavamo parlando della pittura?
-Sì ma… Lei si mette a prendere appunti!
-Perché non vorrei dimenticare qualche cosa che mi è venuta in mente mentre lei sta pensando e…
-E mi distrae!
-Mi scuso. Stavo tentando il contrario, non volevo interromperla con il suono…
-Invece mi ha portato da un’altra parte!
-Continuiamo con la pittura?
-No. Mi è venuta in mente la scrittura e preferisco seguire l’istinto.
-Va bene. Mi dica.
-Quello che scrive sente che glielo dettano?
-Penso che ogni cosa sia un dettato ma non nel senso che dicono alcuni…
-Vuole dire, ascoltare delle voci?
-Sì.
-E cosa intende per dettato allora?
-Qualcosa di musicale, di corporeo… Un movimento che poi si traduce in scritto o dipinto o…
-E tutto è lo stesso?
-Il risultato è differente ma la fonte è la stessa.
-Qualcosa d’animico?
-Qualcosa non lo è?
-Mm… Corpo e mente, anima e corpo…
-No. Non riesco a scindere e non sono tifosa di queste definizioni.
-Linguaggio calcistico?
-Linguaggio riduzionistico.
-Non sembra la stessa persona che scrive, neanche quella che dipinge o quella che…
-La prego di non definirmi secondo la somma di quello che di me conosce.
-Tento di farmi un’idea precisa del suo lavoro, come lei ha tentato di non interrompermi…
-Siamo verso una strada di profonda frustrazione.
-Non esiste un’idea precisa o lei è brava a interrompere?
-Sta confrontando ed io non ho uno spirito competitivo.
-Abbandonerà il gioco?
-Cambierò gioco.
-Vediamo. E cosa propone?
-Un piatto di lenticchie con curry di verdura, Malbec argentino e pane azzimo fatto da me. Accetta?
-Ha vinto.
-Abbiamo vinto.

Roma, dove si può conquistare il vuoto. 2015 – Maria A. Listur

“All the words try to reach something that runs away.”

Pascal Quignard

-Does anybody dictate them to you?
-What?
-The texts.
-Weren’t we talking about painting?
-Yes but… You started taking notes!
-Because I wouldn’t want to forget something that came to my mind while you were thinking and…
-And you distract me!
-I apologize. I was trying the opposite, I didn’t want to interrupt you with the sound…
-As a matter of fact you brought me to another place!
-Shall we continue with the painting?
-No. Writing came to my mind and I’d rather follow my instinct.
-All right. Tell me.
-What you write do you feel that somebody dictates it to you?
-I think that everything is a dictation but not in the sense that someone says…
-You mean, listening to voices?
-Yes.
-And what do you mean by dictation then?
-Something musical, corporeal… A movement that afterwards translates in writing or painting or…
-And is it all the same?
-The result is different but the source is the same.
-Something of the soul?
-Is there something that isn’t?
-Mm… Body and soul, soul and body…
-No. I can’t differentiate and I am not a fan of those definitions.
-Soccer language?
-Reductionistic language.
-You don’t seem the same person that writes, neither the one that paints nor the one that…
-I beg you not to define me according to the sum of what you know about me.
-I am trying to get a precise idea of your work, as you tried not to interrupt me…
-We are heading towards a road of profound frustration.
-Doesn’t it exist a precise idea or you are just good interrupting?
-You are confronting and I don’t have a competitive spirit.
-Will you abandon the game?
-I’ll change the game.
-Let’s see. What do you propose?
-A meal with lentils with curry and vegetables, Argentinean Malbec and leavened bread made by me. Do you accept?
-You won.
-We won.

Rome, where emptiness can be conquered. 2015 – Maria A. Listur

VITA/LIFE

Sfuggi tra le mie dita da dentro lambite.
Ti ripresenti nell’austerità di ogni assoluto.
Il tepore dal basso riaccendi, dall’alto,
in direzioni sconosciute, ravvivi. Fomenti.
Assorta ti lascio, quando il nulla incupisco.
Ti perdo ogni volta in cui non benedico.

Amante, Cara Madre, Tu, Intera Fonte,
alla Gratitudine consacrami, perenne.

Nouvelle-Vie-7

Nouvelle Vie VII – 2014 – Maria A. Listur

Roma, quella che non si poteva misurare.
2014 – Maria A. Listur

 

LIFE

You slip away among my fingers stroke from inside.
You show yourself again in the austerity of each absolute.
The warmth from below you turn on again, from above,
in unknown directions, you revive. You instigate.
Absorbed I leave you, when the nothing I cloud.
I lose you every time I don’t bless.

Lover, Dear Mother, You, Whole Source,
to Gratitude consecrate me, perennial.

Rome, that one that could not be measured.
2014 – Maria A. Listur

Età/Age

Più o meno,
tra quattrocento trentadue mila
e quattrocento trentotto mila,
il mio respiro contato in ore;
da quando le mani dell’acqua
diventarono quelle del mondo.
E ridere, diventò vocazione!

Uter-IUter I – Gres/2014 – Maria A. Listur

Roma, dove il clima è quinta stagione.
2014 – Maria A. Listur

 

Age

More or less,
Between four hundred thirty two thousand
and four hundred thirty eight thousand,
my breathing counted in hours;
since the hands of the water
became those of the world.
And laughing, became a vocation

Rome, where the climate is fifth season.
2014 – Maria A. Listur