A TRA POCO/SEE YOU SOON

Laddove non ero ancora
e tu già c’eri, là t’immagino
avvolta nel tuo blu preferito,
vergine dello sguardo di me
creatura ambulante e unica
inscritta e sospesa tra tuoi Sé
tra te e lui, tra te e il tempo
tra te e ogni addio.

“Hasta siempre” dunque,
ti rivedrò nelle curvature
delle palpebre riflesse allo specchio:
anteriori al mio sguardo
sciolte in generazioni, precise
mai sfaldate dall’abisso dell’eterno
indistruttibili come un colpo
amorevoli, accanite, nostre.

Montserrat Gudiol 1933 barcelona.jpg

Montserrat Gudiol, 1933
A mia madre/to my mother, 14 03 1933 – 01 04 2020

Parigi, quando aprile sa di nuovo.
2020 – Maria A. Listur

 

SEE YOU SOON

There where I wasn’t yet
and you were there, there I picture you
wrapped in your favorite blue,
virgin of the glance of me
unique and itinerant creature
inscribed and suspended in yourself
between you and him, between you and the time
between you and each farewell.

Therefore “Hasta siempre”,
I will see you in the arching
of the eyelids reflected in the mirror:
previous to my glance
diluted in generations, precise
never shattered from the abyss of the eternal
indestructible like a blow
loving, stubborn, ours.

Paris, when April tastes like new.
2020 – Maria A. Listur

“Il pazzo è colui che conquista le quinte. Nel buio la voce si rivolge a chi resta sulle scene.”/“The crazy man is the one who conquers the backstage. In the darkness the voice is addressed to those who remains on the stage.”

Christian Bobin

Alle mie spalle sento vociare il mio nome, “Maria!”, non penso sia diretto a me quindi, non mi volto. Non sento mai di essere io la “Maria chiamata” piuttosto una moltitudine di donne, alcune abitano dentro di me ma non si vedono, altre non le conosco e non le conoscerò mai – speranza quest’ultima che mi lascia una certa forma di protagonismo tra “le Maria” che conosco…
In ogni caso, non mi volto mai quando per la strada ascolto questo richiamo nominale. Quest’abitudine ha provocato in più persone una corsa veloce per avvicinarmi e richiamarmi da vicino e ad altri, probabilmente, la ripresa della propria strada; avranno pensato che ero diventata sorda o/e non volevano corrermi dietro.
“Maria!” Insiste una voce che ora arriva dal marciapiede opposto. Non giro la testa verso la destra per guardare. Ascolto senza bisogno di guardare. Immagino che quella voce chiama un’altra donna che casualmente porta parte del mio nome. Ringrazio i mie genitori per avermi dato un nome composto poiché anche questo conta: io non mi sento Maria perché io sono Maria de los Angeles Mercedes! Perché voltarmi? Quella Maria che è richiamata non sono io, non posso essere io! Continuo a camminare in una riflessione musicale sul mio nome che in qualsiasi traduzione trovo fantastico; il mio nome “completo”, mi autocorreggo; e mentre mi lascio baciare dalla brezza primaverile del quasi compiuto inverno, una mano mi sfiora il braccio destro, dice:
-“Maria!” Mi volto, la guardo, sorrido ma non arrivo a parlare che lei aggiunge:
-“Come mai non ti sei voltata? Ti sto chiamando da un’ora! Se non mi facevo questa corsa continuavi senza vedere chi ti stava chiamando! Mi hai riconosciuto e non mi hai voluto salutare?”
-“Ciao… No… Non mi volto mai!”
-“Fai sempre così?”
-“Sì.”
-“Ma… Io… Ti rendi conto che è orribile?”
-“Per chi?”
-“Non per te…. Certo!”
-“Certo… Buongiorno…”
-“Indubbiamente mi hai riconosciuto e non volevi voltarti!”
-“Ti ripeto: non mi volto mai!”
-“Non lo trovi una pazzia?”
-“Chissà… Lo faccio… Lo hai visto… E non lo nego. Ora vado… Buona giornata!”
-“Maria!
-“Non capisco… Non comprendo… Per cosa mi hai chiamata?
-“Ti ho chiamata non so perché… Ti ho vista… Ho pensato al tempo che è passato e ti ho chiamata ma, non so perché… Tu non mi volevi salutare vero?”
-“Non mi volto mai… Ed è la verità!”
-“Avevo dimenticato la tua velocità quando cammini, ma ricordavo la tua voce… Ti ho chiamato per ascoltarti. Ecco… Volevo ascoltarti.”
-“Ci risalutiamo?”
-“Buongiorno…”
-“Buendía.”

Roma, sotto un cielo al quale non manca niente. 2015 – Maria A. Listur

 

“The crazy man is the one who conquers the backstage. In the darkness the voice is addressed to those who remains on the stage.”

Christian Bobin

Behind my shoulder I hear calling my name “Maria!”, I don’t think it’s directed to me therefore, I don’t turn. I never feel to be the “called Maria” rather a multitude of women, some inhabits in me but are not seen, some others I don’t know and I never will – a hope this last one that leaves a certain form of the starring role among “the Maria” that I know…
In any case, I never turn around when in the street I hear this nominal recall. This habit has provoked in many people a quick run to get near me and call me again from near and to others, probably, the getting back to their own way; they have probably thought that I became deaf or/and didn’t want to run after me.
“Maria!” it insist a voice that now comes from a sidewalk opposed. I don’t turn to see. I listen without needing to look. I imagine that the voice is calling another woman that casually carries part of my name. I thank my parents for giving me a composed name because this also counts: I don’t feel like Maria because I am Maria de los Angeles Mercedes! Why should I turn? That Maria that is been recalled isn’t me, it can’t be me! I keep on walking in a musical reflection about my name that in every translation I find fantastic; my “complete” name, I correct myself; and while I let my self being kissed by the spring breeze of the almost completed winter, a hand brushes my left arm, it says:
-“Maria!” I turn, I look at her, I smile but I don’t get to talk that she adds:
-“How come you haven’t turned? I have been calling you forever! If I wouldn’t run, you would have continued without seeing who was calling you! You have recognized me and didn’t want to say hi?”
-“Hi… No… I never turn!”
-“Don’t you ever?”
-“No.”
-“But… I… Don’t you realize that it is horrible?”
-“For who?”
-“Not for you…. For sure!”
-“For sure… Good day…”
-“Undoubtedly you have recognized me and didn’t want to turn!”
-“I told you: I never turn!”
-“Don’t you find it crazy?”
-“Who knows… I just do… You saw it… And I don’t deny it. Now I have got to go… Good day!”
-“Maria!
-“I don’t understand… I don’t get it… What have you called me for?
-“I called you but I don’t know why… I saw you… I thought about the time that has passed and I called you but, I don’t know why… You didn’t want to see me right?”
-“I never turn… Ant it’s the true!”
-“I had forgotten your speed when you walk, but I did remember your voice… I called you to hear you. That’s it… I wanted to hear you.”
-“Shall we greet again?”
-“Good day…”
-“Buendía.”

Rome, under a sky to which nothing is missing. 2015 – Maria A. Listur

“Da sempre l’uomo aspira al benessere ma raramente al bene.”

Bernard Maris

Dopo qualche anno dalla nostra prima volta “in dialogo”, ci rincontriamo. Lei, come sempre, alta e profonda quanto i centimetri che occupa dell’atmosfera; io commossa in ognuno dei miei quasi identici 180 centimetri.
Lei invita:

-“Vuoi passare a fare un saluto?”
-“Non osavo chiedertelo.” Rispondo.
-“È qui accanto.”

È una serata dove si sente un vuoto che, in questa città, non avevo mai percepito, mentre si attraversano strade e viali, si scorge – in lontananza e in alto – l’angelo della Bastille; siamo poche le figure che camminano verso la collina fatta da matite, fiori e candele dedicati ai caduti. Il silenzio è tombale ma, non soltanto in quel luogo o più avanti, dove si onora un altro sacrificio, ogni spazio dice della pena, della nostra umanità lesa.

La mia compagna e amica, s’inchina per aprire uno dei quaderni scritti e disegnati per onorare; lo guarda, lo chiude, si volta verso di me, dice:

-“La pioggia ha spento tutte le candele.”

Il senso di frustrazione per non avere un accendino in borsa mi fa rimpiangere il breve tempo in cui ero una fumatrice. Rispondo:

-“Non ho niente per accendere, mi dispiace.”
-“Non ti preoccupare, domani passo e accendo…”

Mi rassicura nella promessa di un’azione certa quanto il suo sguardo intimo e riflessivo, sento tutto il suo desiderio di consolare il mio smarrimento e quello di un luogo che è stato ferito nella sua grazia più naturale: la riflessione.

Andiamo via silenziosamente, ci riscaldiamo in un caffè da un freddo meteorologico lieve rispetto a quello della morte innaturale. Beviamo, condividiamo analisi e prospettive, sorridiamo, ci ispiriamo, ci congediamo:

-“Grazie, infinitamente.” Dico
-“Continuiamo a riflettere.” Dice.

Ci separiamo sotto l’angelo della Bastille. Prendiamo direzioni che sembrerebbero opposte se fossero guardate in una mappa; mi volto per vederla svanire dietro i chioschi notturni di churros.
Davanti a me, immagino un meridiano che, se percorso totalmente finirebbe di fronte alla mia amica: come fossimo due funambule sullo stesso filo, il movimento di una, evoca e provoca posizioni nuove nell’altra.
E il freddo diventa uno stimolo nato dal battere delle ali dell’angelo.

Parigi, dove il silenzio è un urlo.
2015 – Maria A. Listur

 
“Always man strives for well-being but seldom he does it for good.”

Bernard Maris

After some years after our first time “in dialogue”, we meet again. She, as usual, tall and profound as much as the centimeters she occupies in the atmosphere; I emotional in each of my almost identical 180 centimeters.
She invites:

-“Do you want to go to pay a visit?”
-“I wasn’t daring to ask you.” I reply.
-“It’s near here.”

It is an evening where there is an emptiness that can be felt, that in this city, I had never perceived, while crossing the streets and the boulevards, I can see – far away and far above – the angel of the Bastille; there are just a few of us walking towards the hill made of pencils, flowers and candles dedicated to the fallen. Silence is sepulchral but, not only in that place or further ahead, where a sacrifice is honored, every space tells about the pain, about our injured humanity.

My companion and friend, bows down to open one of the written and drawn notebooks to honor; she looks at it, she closes it, she turns toward me, she says:

-“The rain has turned off all the candles.”

The sense of frustration for not having a lighter in my bag makes me regret the short time in which I was a smoker. I answer:

-“I have nothing to light them on, I am sorry.”
-“Don’t worry, tomorrow I will come by and light them up…”

She reassures me in the promise of an action sure as much as her intimate and reflexive glance, I feel all the desire of comforting my bewilderment and the one of a place that has been wounded in its most natural grace: the reflection.

We go quietly, we get warm in a café from a meteorological coldness light than the one of the unnatural death. We drink, share analysis and perspectives, smile, get inspired, say goodbye to each other:

-“Thanks, infinitively.” I say
-“Let’s keep on reflecting.” She says.

We part under the angel of the Bastille. We take different directions that would seem opposite if they were seen from a map; I turn around to see her vanishing behind the kiosks of churros.
In front of me, I imagine a meridian that, if covered totally would finish in front of my friend: as we were two tightrope walkers on the same rope, the movement of one, evokes and provokes new positions to the other.
And the coldness becomes an impetus born from the beating of wings of the angel.

Paris, where the silence is a scream.
2015 – Maria A. Listur