“Confusione è una parola che abbiamo inventato per definire un ordine che non comprendiamo.”/”Confusion is a word we invented to define an order we don’t understand.”

Henry Miller

Una voce da uomo, dolcissima, mi fa spostare lo sguardo dal libro che leggo, verso la fonte sonora:
-“Credo di non essere più preso da te.”
-“Ah sì?” Domanda una voce da donna, gentilmente sorpresa.
Si guardano in silenzio. Lei si alza e va a sedere sul posto di fronte a lui. La metropolitana, che in questo paese è a tratti quasi silenziosa, aiuta a rendere le pause quasi materiche, sembrano nuvole di cotone tra i due amanti, di età indefinibile; ora, in un lampo di parole, svelano – nello sguardo – la vecchiaia delle maledizioni, del “mal-dire” dei sentimenti, del sentire, che non hanno evoluto né significati né significanti.
-“Sì. Non credo più in noi due.” Aggiunge lui.
Pausa pesante quanto il penare.
-“Da quando?” Domanda lei, con lo sguardo diventato ancora più nero dei suoi capelli corvini.
-“Da qualche tempo… Non so cosa ho… Non ci credo.”
Il loro dialogo, diventa serrato, schiaccia ogni pausa, mi distoglie completamente dalla lettura rendendomi all’osservazione di qualcosa che voglio raccontare, che mi commuove e mi rivolta, che cerco di non giudicare tuttavia, lo scrivo quindi, un po’ giudico… Perlomeno per quanto riguarda la scelta del modo.
-“Qualche tempo, quanto?”
-“Ci sto pensando da qualche giorno.”
-“Quanti?”
-“Che importanza ha?”
-“Per me è importante saperlo.”
-“Cinque.”
-“Mentre ci siamo ripetuti tante volte “ti amo”, mentre abbiamo deciso cosa fare questo fine settimana, mentre dormivamo ridendo dai rumori dei nostri vicini, mentre mangiavamo, giocavamo, ci organizzavamo, in questi giorni qui, tu non credevi più nella nostra relazione? Ho capito bene?”
-“Sì, hai capito bene.”
-“Che cosa devo fare?”
-“Niente. Volevo dirtelo, condividerlo. Mi sembra giusto che tu sappia che sto nutrendo una specie di rifiuto di te, qualche volta sembra odio, voglia di ferirti… E allo stesso tempo, ti guardo e mi commuovo…”
-“Che cosa dovrei fare?” Insiste lei, attraversata da due lacrime che lasciano intuire che a ferirla sia la gratuità del dolore piuttosto che la mancanza di delicatezza.”
-“Niente. Guarda che non è cambiato niente… Vieni, siediti qui di nuovo. Non so come gestirlo, sono confuso ma non è cambiato niente…”
-“Dobbiamo riformulare la nostra vita, da soli?”
-“No, devi accettare di vivere con qualcuno che è confuso…”

Parigi, dove le metropolitane illuminano… 2015 – Maria A. Listur

 

“Confusion is a word we invented to define an order we don’t understand.”

Henry Miller

A male voice, very sweet, makes me move my glance from the book I am reading, to the source of the sound:
-“I think I am not in to you anymore.”
-“Really?” A female voice asks, slightly surprised.
They look each other in silence. She stands up and goes to sit to the chair in front of him. The subway, that in this country is in some parts almost silent, helps to make the pauses almost physical, they look like cotton clouds between the two lovers, of an indefinite age; now, in a flash of words, they reveal – in the glance – the oldness of the malediction, of the “bad-said” of the feelings, of feeling, which have not evolved, neither the significances nor the significant.
-“Yes. I don’t believe in us anymore.” He adds.
Heavy pause as much as the suffering.
-“Since when?” She asks with her glance that has become darker than her raven-black hairs.
-“Since when… I don’t know what I… I don’t believe.”
Their dialogue, becomes tight, crushes every pause, it completely diverts my attention from reading taking me completely in to the observation of something that I want to write about, that moves me and disgust me, that I try not to judge though, I write therefore, I do judge a little… At least regarding the choice of the way.
-“Sometime, when?”
-“I am thinking about it since a few days ago.”
-“How many?”
-“What’s the importance of that?”
-“To me it is important to know.”
-“Five.”
-“While we repeated each other many times “I love you”, while we have decided what to do this weekend, while we were sleeping laughing about the rumors of our neighbors, while we were eating, playing, organizing, in these days, you were not believing in our relation? Did I get it right?”
-“Yes, you have.”
-“What should I do?”
-“Nothing. I wanted to tell you, share it with you. I believe is right that you know that I am nourishing a sort of rejection of you, sometimes it seems like hate, need to hurt your feelings… And at the same time I look at you and I am moved…”
-“What should I do?” She insists, passed through two tears that allow me to sense that what is hurting her is the gratuity of the pain rather than the lack of sensitivity.
-“Nothing. Look, nothing has changed… Come, sit here again. I don’t know how to handle it; I am confused but nothing has changed…”
-“Do we have to rethink our lives, alone?”
-“No, you have to accept to live with someone who is confused…”

Paris, where the subways illuminate… 2015 – Maria A. Listur

“Nell’infanzia, il paradiso è in noi.”/“During childhood, paradise is in us.”

William Wordsworth

Un fiume celeste attraversa l’erba soffice e fresca del mattino. Divani e letti, foderati di grezza seta bianca, posati – come sospesi – su tutto il giardino. Gli ospiti, alcuni seduti altri sdraiati, parlano della bontà del luogo. Noto che non usano mai la parola “bellezza” per descrivere il posto. Noto i pesci nel fiume, sono celesti e svaniscono nel riflesso dell’acqua. Le foglie dell’albero – al centro di quest’Assoluto – cadono ritmate da un vento sconosciuto: arrotola delicatamente tutto quello che possiede vocazione di volo. Naturalmente, mi solleva. Mi porta sull’albero/casa. Entro. La casa si sviluppa in piccole stanze bianche con le pareti adornate da dipinti su carta, noto che alcuni sono acquerelli; tutti rappresentano l’acqua. Nell’ultima stanza, in fondo, delle ragazze molto giovani giocano insieme a bambine e bambini. Una bambina sui quattro anni mi chiama, utilizza un linguaggio privo delle nostre regole sonore, luminoso, proprio. Dice:

-“Ti apetavo” (Ti aspettavo)
-“Sì?” Domando sorpresa.
-“Tì.” (Sì)
-“Per cosa?”
-“Pe diti che ta vetità ti etende a t’inteno…” (Per dirti che la verità si estende all’interno.)
-“Grazie… Interno di cosa?” Domando con provocatoria consapevolezza.
-“Inteno.” (Interno)

Poggia le sue dita cicciottelle sul centro della fronte, un po’ più in alto delle sopracciglia, si dà dei colpetti e aggiunge:

-“Api la pota.” (Apri la porta)
Arriva una delle ragazze e dice:
-“Ha visto che bambina speciale?”
-“Visto.” Rispondo.
-“Ora però dobbiamo andare a giocare…” Limita.
-“Certo.” Accetto.

Spariscono tutte e due, le pareti, i dipinti, l’albero e sono nuovamente a terra nel giardino, tra divani, letti, gente, pesci, fiume, vento… No. Il vento non c’è più.

Roma, in un’alba dove gli angeli ti svegliano ridendo. 2014 – Maria A. Listur

 

“During childhood, paradise is in us.”

William Wordsworth

A sky blue river crosses the soft and fresh grass of the morning. Sofas and beds, lined with raw white silk, placed – as if were hanged – around the whole garden. I notice that they never use the word “beautiful” to describe the space. I notice the fishes in the river, they are blue and disappear in the water reflection. The tree leaves – in the center of this Absolute – fall rhythmically by an unknown wind: it wraps delicately all that possesses the vocation of flight. It naturally lifts me up. It carries me to the tree/house. I enter. The house develops in little white rooms with the walls adorned with paintings on paper, I notice that some are watercolors; all of them represent water. In the last room, in the far side, some very young girls are playing together with girls and boys. A girl of about four calls me, she uses a language lacking of our sonorous rules, luminous, own. She says:

-“I waitin you” (I was waiting for you)
-“Yes?” I ask surprised.
-“Ye.” (Yes)
-“For what?”
-“To tell yo tha truth exten insid…” (To tell you that the truth extends in the inside.)
-“Thank you… Inside of what?” I ask with provocative awareness.
-“Insid.” (Inside)

She puts her chubby little fingers in the middle of the forehead, a little bit higher than the eyebrows, gives herself little taps and adds:

-“Ope doo.” (Open the door)
One of the young women arrives and says:
-“Have you seen what a special girl?”
-“I saw.” I reply.
-“Now we have to go to play though…” She limits.
-“Sure.” I accept.

They both disappear, the walls, the paintings, the tree and I am already on the ground of the garden, between the sofas, the beds, the people, the fishes, the river, the wind… No. The wind isn’t there anymore.

Rome, in a sunset where the angels wake you up laughing. 2014 – Maria A. Listur