ATTRAVERSAMENTI/CROSSINGS

Regna indiscussa la familiarità, la fratellanza, il potere
di questa variazione del silenzio che è il suono,
della lingua genitore, della musica suo letto.
Muri attraversa, riunisce senza permesso, senza premessa;
a rendere presente e perenne la volontà di prevalenza,
liberata dai sentimenti, scevra di appartenenza.
Sia musica, rumore o anche urlo
lui irrompe, grava, calpesta.
Qualche volta, accarezza…

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Masbedo ART

Parigi, nel suono, anche degli altri.
2020 – Maria A. Listur

 

CROSSINGS

It rules the undisputed familiarity, the brotherhood, the power
of this variation of the silence that is the sound,
parent of the tongue, bed of the music.
It passes through walls, gathers without permission, without premise;
to make present and perennial the will of predominance,
freed from emotions, liberated from sense of belonging.
Be it music, noise or even scream
it barges in, weighs on, stomps.
Sometime, it caresses…

Paris, in the sound, of the others as well.
2020 – Maria A. Listur

“Qual è il canto che noi cerchiamo di cantare?”/“Which is the chant we are trying to sing?”

Pascal Quignard

Ci incontriamo – da quasi due mesi – tutti i giovedì. Stiamo supervisionando i nostri rispettivi lavori. Questo “guardare dall’alto e/o dal largo” che potrebbe essere una supervisione non aderisce perfettamente a quello che noi facciamo, sarebbe più descrittivo dire che noi “stiamo usando la scrittura e il teatro per conoscerci e confermare che ci fidiamo di noi stesse”, poiché dell’altra e dell’Altra, ci fidiamo. Passiamo dalle posizioni lavorative di “essere guardata” a quella di “guardare l’altra” con delicata plasticità.

Durante uno dei nostri incontri, nel pronunciare, in francese, la parola “soglia”, sbaglio. Chiedo a lei, madrelingua, di correggermi, lo fa ridendo. Cerco di pronunciare ancora la parola e risbaglio! Lei ridendo dice: “No no no! Meno zero!”. Io comincio a ridere senza potermi fermare e cerco tra le risate di pronunciare nuovamente SEUIL. Lei aggiunge: “No no no! Peggio! Meno quattro!” E in quel momento scoppio in un’altra risata che mi fa arrivare fino alle lacrime. Lei, che si è alzata nel dire “Peggio! Meno quattro!”, mi guarda sorpresa dall’alto della sua immensità e si lascia contagiare dal mio stato che, oramai mi fa stare a terra, piegata dalla risata. Mi auto-nutro dalla memoria di quel: “Pire! Moins quatre!”
Lei scrive su un foglio due parole e me le fa relazionare: i suoni delle parole foglia e soglia (feuille-seuil), finalmente pronuncio bene, lei mi applaude. Mentre applaude e ridiamo ancora, vado a preparare il tè che religiosamente prendiamo nella pausa di passaggio tra il suo lavoro e il mio. Attraverso il corridoio prima di arrivare in cucina, il tragitto risulta popolato da brevi e profonde immagini, stiletti mortali, soglie attraversate, rinascite: “La tua lingua ossea è il francese” disse Marco Mortillaro, maestro di Audiopsicofonologia alcune decadi fa; “Tu vuoi restare qui vero?” chiese – nella reciproca vocazione di rinuncia – Michele Truglio, amore e collega, durante un nostro viaggio a Parigi; “Mamma, torniamo a casa!” disse mio figlio nel suo primo viaggio di studio in Francia, “Buon ritorno a casa” ha detto mia amica Rossella Carocci il giorno in cui sono partita dall’Italia.

Porto il tè in salone, racconto a Jessie Delage dei ricordi arrivati dalla correzione; la ringrazio. La prego di continuare a correggermi, le dico che questa lingua è la lingua della metà dei miei antenati, che sono perplessa davanti alla vita, non so, non conosco, ignoro dal profondo, cerco di reperire nel buio delle memorie quello che è bagaglio, o trama imposta, tento di rimembrare ciò che serve, dissolvere ciò che pesa, silenziare il velo di suono che impedisce di Ascoltare l’Universo, come diceva e intitolava un suo libro Alfred Tomatis. Voglio imparare di nuovo a parlare.
Lei dice: “Incredibile! Tu non hai orgoglio! E mi piace.”
Rispondo: “Grazie.” E penso: “Lei ascolta!”

Michele Truglio

Michele Truglio, ph – 2004 – Parigi

Parigi, sotto zero, quando il freddo scalda l’anima, e anima. 2016 – Maria A. Listur

 

“Which is the chant we are trying to sing?”

Pascal Quignard

We meet – for almost two months – every Thursday. We are supervising our respective works. This “looking form above and/or from far” that could be a supervision doesn’t adhere perfectly to what we do, it would be more descriptive to say that we “are using writing and the theater to know each other and to confirm that we trust each other” because of the other and of the Other, we trust. We go from the work position of “being watched” to that of “watching the other” with delicate plasticity.

During one of our meeting, in pronouncing, in French, the word “doorstep”, I make a mistake. I ask her, mother tongue, to correct me, she does it laughing. I try to pronounce it again and I say it wrong again! She says while laughing: “No no no! Minus zero!”. I start laughing without being able to stop and I try among the laughs to pronounce again SEUIL (doorstep). She adds: “No no no! Worse! Minus four!” And in that moment I burst in to laugher that makes me cries. She, who stood up in saying “Worse! Minus four!”, looks at me surprised from above of her immensity and she let herself being affected by my state that, by now brought me to the ground, bended by laugher. I auto feed myself by the memory of that: “Pire! Moins quatre!”
She writes on a paper two words and makes me relate them: the sounds of the words doorstep and leaf (feuille-seuil), finally I pronounce them well, she applauds me.
While applauding we laugh again, I go to make some tea that we religiously have in the pause of passage from her work to mine. Down the corridor before reaching the kitchen, the path seems to be populated by short and deep images, mortal daggers, crossed doorsteps, rebirths: “Your bone idiom is French” Marco Mortillaro said, teacher of Audio psycho phonology some decades ago; “You want to stay here right?” he asked – in our mutual vocation of sacrifice – Michele Truglio, lover and colleague, during one visit to Paris; “Mom, let’s go back home” my son said in his first study travel to France, “Safe trip home” my friend Rossella Carocci said the day in which I left Italy.

I bring the tea and tell Jessie Delage of the memories that have reached me from the correction; I thank her. I beg her to keep on correcting me, I tell her that this language is the language of my ancestors, that I am perplexed in front of life, I don’t know, I don’t understand, I ignore from the deep, I try to trace in the darkness of the memories what it is baggage, or imposed plot, I try to remember what is necessary, to dissolve what is heavy, to silence the veil of sound that obstruct the Ecouter l’Universe (Listening to the Universe)*, how Alfred Tomatis used to say and called his book. I want to learn to talk again
She says: “Incredible! You have no pride! And I like it.”
I reply: “Thanks.” And think: “She listens!”

Paris, below zero, when the cold warms the soul, and enlivens. 2016 – Maria A. Listur

*The title in English for this book is “The Ear and the Voice”.

“Tutte le parole cercano di raggiungere qualcosa che fugge.”/“All the words try to reach something that runs away.”

Pascal Quignard

-Glieli dettano?
-Che cosa?
-I testi.
-Non stavamo parlando della pittura?
-Sì ma… Lei si mette a prendere appunti!
-Perché non vorrei dimenticare qualche cosa che mi è venuta in mente mentre lei sta pensando e…
-E mi distrae!
-Mi scuso. Stavo tentando il contrario, non volevo interromperla con il suono…
-Invece mi ha portato da un’altra parte!
-Continuiamo con la pittura?
-No. Mi è venuta in mente la scrittura e preferisco seguire l’istinto.
-Va bene. Mi dica.
-Quello che scrive sente che glielo dettano?
-Penso che ogni cosa sia un dettato ma non nel senso che dicono alcuni…
-Vuole dire, ascoltare delle voci?
-Sì.
-E cosa intende per dettato allora?
-Qualcosa di musicale, di corporeo… Un movimento che poi si traduce in scritto o dipinto o…
-E tutto è lo stesso?
-Il risultato è differente ma la fonte è la stessa.
-Qualcosa d’animico?
-Qualcosa non lo è?
-Mm… Corpo e mente, anima e corpo…
-No. Non riesco a scindere e non sono tifosa di queste definizioni.
-Linguaggio calcistico?
-Linguaggio riduzionistico.
-Non sembra la stessa persona che scrive, neanche quella che dipinge o quella che…
-La prego di non definirmi secondo la somma di quello che di me conosce.
-Tento di farmi un’idea precisa del suo lavoro, come lei ha tentato di non interrompermi…
-Siamo verso una strada di profonda frustrazione.
-Non esiste un’idea precisa o lei è brava a interrompere?
-Sta confrontando ed io non ho uno spirito competitivo.
-Abbandonerà il gioco?
-Cambierò gioco.
-Vediamo. E cosa propone?
-Un piatto di lenticchie con curry di verdura, Malbec argentino e pane azzimo fatto da me. Accetta?
-Ha vinto.
-Abbiamo vinto.

Roma, dove si può conquistare il vuoto. 2015 – Maria A. Listur

“All the words try to reach something that runs away.”

Pascal Quignard

-Does anybody dictate them to you?
-What?
-The texts.
-Weren’t we talking about painting?
-Yes but… You started taking notes!
-Because I wouldn’t want to forget something that came to my mind while you were thinking and…
-And you distract me!
-I apologize. I was trying the opposite, I didn’t want to interrupt you with the sound…
-As a matter of fact you brought me to another place!
-Shall we continue with the painting?
-No. Writing came to my mind and I’d rather follow my instinct.
-All right. Tell me.
-What you write do you feel that somebody dictates it to you?
-I think that everything is a dictation but not in the sense that someone says…
-You mean, listening to voices?
-Yes.
-And what do you mean by dictation then?
-Something musical, corporeal… A movement that afterwards translates in writing or painting or…
-And is it all the same?
-The result is different but the source is the same.
-Something of the soul?
-Is there something that isn’t?
-Mm… Body and soul, soul and body…
-No. I can’t differentiate and I am not a fan of those definitions.
-Soccer language?
-Reductionistic language.
-You don’t seem the same person that writes, neither the one that paints nor the one that…
-I beg you not to define me according to the sum of what you know about me.
-I am trying to get a precise idea of your work, as you tried not to interrupt me…
-We are heading towards a road of profound frustration.
-Doesn’t it exist a precise idea or you are just good interrupting?
-You are confronting and I don’t have a competitive spirit.
-Will you abandon the game?
-I’ll change the game.
-Let’s see. What do you propose?
-A meal with lentils with curry and vegetables, Argentinean Malbec and leavened bread made by me. Do you accept?
-You won.
-We won.

Rome, where emptiness can be conquered. 2015 – Maria A. Listur

Forma/Form

Lontani dal tempo i limiti
Seduta infine a lambire voci
Impossibile tacere il gesto
Le mani nubili cantano lodi.
Il verbo pensa sorti strane
Quando non era ancor parola
Si lascia prendere con grazia
Appena
Il pugno il braccio e il gusto
Intero
Il petto le gambe ogni dolore
Soltanto
I piedi draghi leggiadri
Boschi calpestano di dubbi appesi
Danzano l’inutile del veritiero.

Poco pochissimo ancora nulla
Tanto infinito logorato e nato:
Divenire donna madre

Quale scrittura?

La Ferita-2

Suono – L. F. 2 – Maria A. Listur

Roma, dove facciamo parole di pane, da secoli. 2013 – Maria A. Listur

 

Form

Far from time the limits
Seated at last in brushing voices
Impossible to stop the gesture
The nubile hands sing praises.
The verb thinks of strange destinies
When it wasn’t yet word
It lets itself be taken with grace
As soon as
The fist the arm and the taste
A whole
The chest the legs and each pain
Just
The feet light dragons
The forests step on the hanged doubts
They dance the futile of the sincere.

Few even fewer still nothing
Much infinite worn and born:
Becoming woman mother

What writing?

Rome, where we create words of bread since centuries. 2013 – Maria A. Listur