“Un uomo affamato non è un uomo libero.”/“A hungry man is not a free man.”

Adlai Stevenson

M’incammino, sotto un cielo invernale di piena estate, verso un atelier di danza associata alla medicina. L’approccio è quello che solitamente ho trovato in quasi tutti i luoghi da me frequentati a livello di ricerca corporea, voglio dire: “Ecco la verità!”. Ed io che di verità non capisco niente, non riesco nemmeno a definire la parola, mi lancio con vocazione suicidaria – ogni volta – alla ricerca di un nuovo sguardo. Quello che solitamente trovo è altro rispetto a quello che mi fa partecipare, e va bene così! Perciò, m’incammino verso il nuovo ponte da cui lanciarmi (il fiume dà speranze di salvezza: il suicida, nei miei sogni, si salva…), mi sono preparata, ho studiato ogni cosa sulla disciplina e mi sento a cuore aperto. Arrivo sul posto, i prenotati sono di più di quelli che si è immaginato, si dà precedenza ai primi, io rimango sul marciapiede guardando verso l’interno dove una massa di persone commenta la disorganizzazione, soltanto una testa più alta della mia, che mi ricorda qualcuno, si volta verso me ed incomincia a uscire. Io accetto la fatalità dell’impresa e decido di cambiare direzione: un thè vicino alla Bastille mi riscalderà prima di tornare a casa. Mentre sto dirigendo lo sguardo verso terra, ascolto:
-Maria!
Mi volto verso la voce: coincide con la testa alta che guardava avanti! Non riesco a proferire una parola. Lui si fa spazio tra la gente come fosse d’acqua, mi raggiunge e mi abbraccia con la dimestichezza, delicatezza e semplicità del tempo in cui fummo una famiglia. Dice:
-Sapevo che ti avrei trovata qui! Ma! Sei troppo dimagrita!
-Grazie.
-Non è un complimento!
-Molte grazie.
-Come mi trovi?
-Bello e…
-Veramente?
-Sì. Bellissimo e… vecchio. Quel che siamo, no?
-Non possiamo entrare al corso quindi, che ti sembra se andiamo a mangiare qualcosa?
-Grazie, non posso.
-Ma dai! Raccontiamoci un po’ di noi! Parto domani per casa e veramente sono venuto pensando che ti avrei incontrata… Non me ne frega niente del corso! Non mi dire che non conosci le cose che propongono questi qui?
-Per sapere se le conosco dovrei partecipare… Non era più facile contattarmi via mail?
-Avrebbe perso la magia! Tu sai…
-Buon ritorno a casa. Voglio andare.
-Ti ho disturbato?
-Quando?
-Ora.
-No, è una bella sorpresa…
-Io sono felice di vederti! Non ho mai dimenticato! Sei sempre con me! Ci credi?
-Ci credo. Molte grazie.
-Di cosa?
-Del momento.
-Niente pranzo?
-Sai che sono una digiunatrice… Preferisco ringraziare per tutti i pranzi che abbiamo già fatto…

Parigi, quando il passato sottovaluta il cambiamento. 2016 – Maria A. Listur

 

“A hungry man is not a free man.”

Adlai Stevenson

I start walking under a winter-like sky in full summer, towards an atelier of a dance associated to medicine: The approach is the same of the one that usually I have found in almost every place that I have been to at a corporal research level, I mean: “here is the truth!”. And I who do not understand anything about truth, can’t even define the word, I throw myself in a suicidal vocation – every time – in the search of a new glance. What I usually find is something else compared to what makes me participate, and it’s all right anyway! Therefore I start walking toward the new bridge from where to jump (the river gives hope of salvation: the suicide victim, in my dreams, saves himself…) I have prepared, I have studied every thing about the discipline and I feel open hearted. I arrive to the place, the people who have booked are more than it has been imagined, priority is given to the first ones, I am staying on the sidewalk looking toward the inside where a mass of people is commenting the disorganization, only the head taller than mine, that reminds me of someone, turns toward me and starts heading out. I accept the fatality of the task and start to change direction: A tea near Bastille will warm me up before going back home. While I am directing my glance toward the ground, I hear:
-Maria!
I turn to the voice: it matches with the high head that was looking forward! I am unable to say anything. He works his way between people as they were water, he reaches me and hugs me with that familiarity, tenderness and simplicity of that time that we were family. He says:
-I knew I would have found you here!
-Thanks.
-It’s not a compliment!
-Thanks a lot.
-How do you find me?
-Beautiful and…
-Really?
-Yes. Very beautiful and… old. That’s what we are, right?
-We can’t participate at this class so, what do you think about going to eat something?
-Thanks, I can’t.
-Come on! Let’s talk about us! I am leaving tomorrow and I really came thinking that I would have met you… I could careless about the class! Don’t tell me you don’t already know the things that this guys are talking about?
-To understand if I know I should participate… wasn’t it easier to contact me through mail?
-The magic would have been lost. You know…
-Safe trip home. I want to go.
-Have I disturbed you?
-When?
-Now.
-No, it was a nice surprise…
-I am happy to see you! I have never forgot! You are always with me! Do you believe it?
-I do. Thanks a lot.
-For what?
-For the moment.
-No lunch?
-You know I fast… I’d rather thank for all the lunches we have already had …

Paris, when past underestimates the changing. 2016 – Maria A. Listur

“Quella che chiamiamo verità è soltanto un’eliminazione di errori.”/“What we call truth is just an elimination of mistakes.”

Georges Clemenceau

-Signora… Buongiorno.
-Buongiorno.
-Vorrei sapere se mi può prestare la macchina…
Riaccomodo la mia schiena sul tronco del melo che mi fa da spalliera sul prato del giardino della Rue de Babylone e guardo il mio interlocutore un po’ assopita, ancora nel mondo del libro che ho tra le mani, rispondo:
-Quale macchina?
-La sua, quella lì…
-Ah… (Il sorriso dal cuore mi porta al mondo…) Va bene. Prendila.
-Per quanto tempo?
-La puoi tenere fino a quando dovrò tornare a casa.
-E quando deve tornare?
-Oggi non ho problemi di orario… Diciamo che se comincia a piovere me la devi ridare e se non piove torno dopo pranzo. Ti va bene?
-Se vuole, poi facciamo un giro insieme
-No grazie, la macchina è troppo piccola perché porti entrambi.
-Ma io prendo la mia e lo facciamo insieme!
-Ah! Tu hai già una macchina… E come mai chiedi la mia?
-La mia è più piccola… Gliela chiedo per provarla…
-Ah… Vai! Provala!
-Le posso lasciare la mia in custodia? Quella là, rossa. (Segnala un punto dove vedo soltanto rose multicolori.)
-Certo ma avvicinala perché da qui non la vedo…
-Quanto la ringrazio! Grazie! Grazie! Molte grazie signora!!
Mi avvicina la sua “macchina”, si mette in ginocchio sull’erba molto vicino al mio minuto pic-nic, guarda la mela e il thermos, gli domando:
-Vuoi una mela?
Si guarda intorno, si avvicina e mi dà un bacio veloce sulla guancia. Si allontana un po’, sempre in ginocchio con le mani appoggiate sulle cosce dice:
-Se vede una signora alta e mora, molto bella, che guarda la mia macchina da vicino, quella è mia madre. Non le dica che sono in giro con la sua macchina perché si spaventa.
-E cosa faccio?
-Non si preoccupi, io vi tengo d’occhio. Arriverò pianino e le chiederò: “Signora, questa qui è la sua macchina?” E lei mi deve rispondere: “Ah bravo! Sono felice che qualcuno l’abbia trovata!”
-Va bene. Farò proprio così, ora vai perché si sta rannuvolando.
-Lei sembra così piccina… Quasi quasi dovremo scambiare le macchine…
-Le stiamo scambiando… Per un po’.
-Certo… Non me la può regalare! Mia mamma si accorgerebbe che sto mentendo…
-Infatti. Ora vai o no?
Lui guarda l’entrata del giardino, le strade che dividono le aiuole piene di rose, e dice:
-No signora non vado… Riprendo la mia macchina… Non posso mentire alla mia mamma…
-Dunque, diciamole la verità: che volevi farti un giro con un monopattino per adulti.
-Glielo dice lei?
-Glielo spiego io e se non viene ti scrivo un biglietto dove dico che avrò piacere di prestartelo ogniqualvolta saremo in giardino.
-Faccio un giretto e glielo riporto!
Lascio il libro, prendo la mela, guardo all’orizzonte un futuro uomo sopra un monopattino gigante.

Parigi, sotto un melo che fa miracoli.

 

“What we call truth is just an elimination of mistakes.”

Georges Clemenceau

-Madam… Good day.
-Good day.
-I would like to know if you can lend me your car.
I re accommodate my back on the trunk of an apple tree that I am using as headboard on the lawn of the garden of Rue de Babylone and I look at my interlocutor a bit sleepy, still in the world of the book that I hold in my hands, I reply:
-What car?
-Yours, that one…
-Ah… (the smile from the heart brings me to the world…) Al right. Take it.
-For how long?
-You can have it until I will have to return home.
-And when do you have to return?
-Today I have no time issues… Let’s say that if it rains you will give it back to me and if it doesn’t rain I will come back after lunch. Does it suit you?
-If you want, afterwards we can take a ride together.
-No thanks, the car is too small to carry both of us.
-But I’ll take mine and we’ll go together!
-Ah! You already have one car…And how come you are asking me mine?
-Mine is smaller…I am asking you to try it…
-Ah… Go ahead! Try it!
-Can I leave mine in custody? That one, red. (Is pointing a direction where I see only multicolor roses.)
-Sure but bring it closer because I can’t see it from here…
-I thank you so much! Thanks! Thanks! Thank you very much!
He brings his “car” closer, kneels on the lawn very close to my minute picnic, looks at the apple and the thermos, I ask him:
-Do you want an apple?
He looks around, comes closer and gives me a quick kiss on the cheek. Goes away a little, still kneeling down with his hand on his smooth thighs says:
-If you see a tall and dark woman, very beautiful, who looks at my car very closely, that’s my mother. Don’t tell her that I am with your car because she gets scared.
-And what do I do?
-Don’t worry, I’ll keep an eye on you. I will come slowly and ask you: “Madam, is this one your car?” And you will have to reply: “Oh good! I am happy that someone has found it!”
-Alright. I’ll do exactly like that, now go it’s clouding over
-You look so little… We should almost exchange cars…
-We are exchanging them… For a while.
-Sure… You can’t give it to me! My mother would realize that I am lying…
-Exactly. Now go or not?
He looks at the entrance of the garden, the streets that divide the flower beds full of roses, and says:
-No madam I won’t go… I’ll take back my car… I can’t lie to my mom…
-Therefore, let’s tell her the truth: that you wanted to try a scooter for adults.
-Will you tell her?
-I will explain it to her and if she doesn’t come I will write a note where I will say that I will have the pleasure to lend it to you every time we will be in the garden.
-I am taking it for a spin and I will bring it back to you!
I let the book off, take the apple, look at the horizon a future man over a gigantic scooter.

Paris, under an apple tree that makes miracles.

“Non tutti possono essere orfani.”/“Not all can be orphans.”

Jules Renard

-“Mi vergogno di te… “
Io alzo lo sguardo dal mio libro in direzione della voce maschile che ha pronunciato la frase, nella traiettoria del mio sguardo incontro quello di una donna che, come me, ha cercato l’origine del suono e la cacofonia dell’idea. Sembra che stiamo ad aspettare una risposta della donna che si trova accanto a lui ma lei, guarda dritto, davanti a se, svuotata, leggera come se stesse per prendere il volo, assente, quindi, abbassiamo lo sguardo e torniamo alla lettura dentro l’autobus che ci porta in aeroporto.
Lui, insiste:
-“Sì… Io non saprei come presentarti ai miei amici… Alla mia famiglia… Cosa potrei dire? Mi vergogno, sì… Mi vergogno.”
-“Capisco.” Risponde la donna, talmente leggera da sembrare trasparente.
La mia complice ed io ci guardiamo ancora, lei mi raggiunge sul mio posto a sedere, s’avvicina e, con quel fare di chi è abituato a comunicare con chiunque a prescindere dalla lingua, dice:
-“Ora vado da quel ciccione e gli do una sberla!”
Io rido abbassando la testa, come faccio quando sento che potrei gridare o provo imbarazzo. Ascoltiamo ancora:
-“Gli anni contano e contano tanto! T’immagini mia madre? E gli amici? No… Non si può!”
-“Io non ti ho chiesto niente…” Tenta di dire lei, delicata senza fragilità.
-“E mio padre?”
La mia complice dice:
-“Si rende conto? Ma lei si rende conto? Un disgraziatissimo ciccione che ha avuto la possibilità d’incontrare una dea, cosa fa? Cosa fa? La deve umiliare con l’unica cosa che secondo lui è un difetto! L’età! Capito?”
-“Capito”, rispondo senza ridere.
-“E se quella ragazza fosse nostra figlia? Altro che sberla!”
-“E se invece fosse lui nostro figlio?”
-“Sarei ancora più dura!”
-“No sarei tanto sicura…”
-“Non mi dica che ascoltare un uomo, figlio o no, dire una cosa del genere, in questo tempo, non sia disgustoso!”
-“Sono moltissime le cose disgustose… Io lo trovo piuttosto puerile, sempliciotto, inelegante… Soprattutto perché lo stiamo vedendo… Se non fosse accanto a quella donna, così raffinata… Chissà cosa avremmo pensato…”
-“In definitiva, lei non è disturbata! L’umiliazione della donna non la tocca!”
-“Non mi tocca mai quello che non esiste. Non credo che la donna sia umiliata… Non la vede? Non è umiliata… Troppo squisita… Non vede che non batte ciglio? Poi… Io non vedo tutta questa differenza!”
-“È sotto shock!”
-“Secondo me è soltanto stanca…”
-“Stanca? Scusi… Non prova compassione?”
-“Certo ma non per quella donna. Qualche volta il prezzo del dare fiducia è la violenza. Non credo che il ragazzo l’abbia portata con la forza. ”
Guardiamo ancora avanti, perplesse. Anche la donna guarda sempre avanti. Il ragazzo muove la testa come un bamboccio da destra a sinistra, l’autobus è quasi vuoto e rispecchia la durezza del freddo. Lui guarda la donna, dice:
-“Ma io ti amo… Lo sai.”
La donna lo guarda e risponde:
-“Non ti preoccupare.”
La mia complice mi domanda:
-“E lei non prova compassione? Eh?”
-“Per lui, io provo profonda compassione per il malessere di lui. La donna è dove vuole, ora… Può cambiare, velocemente.”

Prima del terminal F1… Un mondo che mostra le crepe. 2016 – Maria A. Listur

 

“Not all can be orphans.”

Jules Renard

-“I am ashamed of you… “
I raise my glance from the book towards the male voice that has pronounced the sentence, in the trajectory of my glance I meet the one of a woman that, like me, has searched the origin of the sound and the cacophony of the idea. It seems we are waiting for an answer of the woman who is next to him but she, is looking in front of her, emptied, light as she was about to fly away, absent, so, we lower our glance and go back to the reading inside the bus that is taking us to the airport.
He, insists:
-“Yes… I wouldn’t know how to introduce you to my friends… To my family… What could I say? I am ashamed, yes… I am ashamed.”
-“I understand.” Replies the woman so light to seem transparent.
My accomplice and I look at each other again, she reaches me to my seat, gets closer to me and, with that way of those who are used to communicate with everyone regardless the language, says:
-“I am going to that fatty and slap him on the face!”
I laugh lowering my head, as I do when I feel that I could scream or feel embarrassed. We keep on listening:
-“Years do count and they count a lot! Can you imagine my mother? And my friends? No… It can be!”
-“I haven’t ask you anything…” She attempts to say delicate with no fragility.
-“And my father?”
My accomplice says:
-“Do you realize? Do you really realize? A disgraced fat man who has had the chance of meeting a goddess, and what does he do? What does he do? He has to humiliate her with the only thing that it is a flaw for him! Age! You get it?”
-“I get it”, I reply not laughing.
-“And if that woman was our daughter? A slap wouldn’t be enough!”
-“And if he was our son?”
-“I would have been even harder!”
-“I wouldn’t be so sure…”
-“Don’t you tell me that listening to a man, son or not, saying something like this, in this time, is not disgusting!”
-“Many things are disgusting… I find him rather childish, ninny, inelegant… Mostly because we are seeing him… If he wouldn’t be next to that woman so refined… Who knows what we would have thought…”
-“In the end, you are not disturbed! The humiliation of the woman doesn’t bother you!”
-“It never bothers me what doesn’t exist. I don’t think that she is being humiliated… Can’t you see her? She is not… Too exquisite… Can’t you see she is not even flinching an eye. After all… I don’t see all that difference!”
-“She is in shock!”
-“She seems to me just tired…”
-“Tired? Excuse me… Don’t you feel compassion?”
-“Of course but not for that woman. Sometime the price for trusting somebody is violence. I don’t think the guy forced her to be here.”
We keep on looking forward, perplexed. The woman is also looking forward. The guy moves his head like a doll from right to left, the bus is almost empty and reflects the hardness of the cold. He looks at the woman, says:
-“But I love you… You know that.”
The woman looks at him and replies:
-“Don’t worry.”
My accomplice asks me:
-“And you don’t fell compassion? Uh?”
-“For him, I feel deep compassion for his discomfort. The woman is where she wants to be, now… She can change, quickly.”

Before terminal F1… A world that shows its cracks. 2016 – Maria A. Listur

“A quello che non capisci, puoi dare qualsiasi significato.”/“What you don’t understand you can mean anything.”

Chuck Palahniuk

Su un treno, assorta in un libro, ascolto la voce delicatissima di un ragazzo:
-“Amore, ti prego, prova ad andare…”
La frase è interrotta dalla voce tagliente e bassa di una ragazza:
-“Non mi chiamare amore!”
-“Amore ma…” Si ripete lui automaticamente.
Perentoria e a un volume più alto, che provoca una tosse sorvegliante all’uomo seduto davanti a me, lei ordina:
-“Ti ho detto di non chiamarmi amore!”
Il silenzio precipita tra i giovani.
Decido di guardarli, oltre il corridoio, seduti nei posti accanto e frontali; lui guarda per terra, lei è a testa alta, recita la persona assorta.
Decido di cambiare oggettivo, guardo l’uomo della tosse, anche lui mi guarda e fa una smorfia sorridente; capisco che anche lui sta osservandoli, più con l’udito che con lo sguardo.
Siamo davanti a una telenovela e aspettiamo che la pausa finisca.
Il ragazzo sospira, prende coraggio e svuotando i polmoni chiede:
-“E perché?”
-“Perché l’ho inventata io!” Risponde lei come fosse la creatrice della volta del cielo.
Anche l’uomo della tosse abbassa lo sguardo per sorridere senza offendere.
-“Cosa?” Incredulo ridomanda lui.
-“La parola “amore”…” Risponde lei con una dolcezza nuova che provoca all’uomo della tosse dei movimenti lievi della testa, da destra a sinistra, come chi di queste cose se ne intende, poi, dirige lo sguardo verso me, da un po’ fingo di guardare dal finestrino tuttavia, vedo e sento tutto intorno a 180°, la telenovela vivente e avvincente!
Il ragazzo rimasto ancora in silenzio, riparte:
-“Spero ti renda conto che stai dicendo una scemenza!”
-“No! Io voglio dire che tra noi due sono stata io a dirla per prima! Ora inventati un’altra!”
Ed ecco che si è svelata la ragione profonda della Dulcinea!
Ora l’uomo della tosse ed io siamo diventati spettatori a tutti gli effetti, commentiamo con lo sguardo e con i sorrisi.
-“E mentre m’invento una parola, come ti posso chiamare?” Domanda lui conciliatore.
-“Per adesso chiamami “amore” ma, non ti abituare!”
Io mi volto verso il paesaggio, l’uomo della tosse nasconde una risata dietro un colpo di tosse e purtroppo dobbiamo scendere…

In un luogo dove l’amore è suono. 2015 – Maria A. Listur

 

“What you don’t understand you can mean anything.”

Chuck Palahniuk

On a train immersed in a book, I listen the very delicate voice of a boy:
-“Love, please, try to go…”
The sentence is interrupted by the harsh and low voice of a girl:
-“Don’t call me love!”
-“Love but…” He automatically repeats himself.
Peremptory and in a higher volume, that provokes the monitoring cough of a man sit in front of me, she commands:
-“I told you not to call me love!”
Silence falls among the youngsters.
I decide to look at them, over the corridor, sit in the seats next to me and facing; he is looking at the floor, she has the head high, she is playing the absorbed one.
I decide to change objective, I look at the man with the cough, he is also looking at me and make a smiling smirk; I understand he is also looking at them, more with the hearing than with the glance.
We are in front of a soap opera and we are waiting that the pause ends.
The boy sighs, take courage and emptying the lungs asks:
-“And why?”
-“Because I invented it!” She replies as she was the creator of the sky’s vault.
Even the man with the cough lowers his glance to laugh without offending.
-“What?” He incredulous asks again.
-“The word “love”…” She replies with a new sweetness that provokes to the man with the cough some light head movements, from right to left, as someone who knows about these things, then, he directs his glance towards me, since a while I am directing my glance to the window although, I see and hear everything around 180°, the living soap opera is engaging!
The boy who was still quiet, goes again:
-“I hope you are realizing you are saying silliness!”
-“No! I wanted to say that I was the one among us who said it first! Now make up a new one!”
And here we have the profound reason that has been revealed by Dulcinea!
Now the man with the cough and I have become spectators by all means, we comment with the glance and with the smiles.
-“And while I make up a word, how can I call you?” He asks mediating.
-“For now you can call me “love” but, don’t get used to it!”
I turn towards the landscape, the man with the cough hides a laugh behind coughing and regrettably we have to get off…

In a place where love is sound. 2015 – Maria A. Listur

“Non penso mai al futuro; arriva così presto!/“I never think about the future; it arrives so soon!”

Albert Einstein

-Avrei da darle un consiglio.
-Ascolto.
-Dovrebbe cambiare il finale.
-Come mai?
-Non funziona.
-In qual senso?
-Troppo femminista.
-Riesce a non pensare da uomo?
-Penso da correttore e da editore.
-Uomo.
-Certo.
-A me succede lo stesso, credo di non essere femminista ma l’inconscio mi fa apparire tale…
-Vuole o non vuole cambiare il finale?
-Da questo dipende l’edizione?
-Sì.
-E cosa mi suggerisce?
-Che la protagonista si salvi.
-Quello non è cambiare il finale, è trasformare il racconto!
-No… Lei pensa così perché conosce la storia, invece dovrebbe pensare alle persone che mentre lo leggono non sanno come va a finire…
-Conosco persone che leggono l’inizio e la fine prima di addentrarsi in tutta la storia!
-Non tutti leggono così!
-Altri leggono a pezzi, saltando da una parte ad un’altra…
-Cambierà il finale?
-Che cosa dovrei cambiare?
-Glielo già detto.
-Me lo spieghi.
-La protagonista si deve salvare.
-Sembra che lei non abbia letto il mio manoscritto…
-Guardi che è una frase.
-Non è una frase, si tratta di un’interpretazione.
-Se la protagonista muore, non c’è niente da interpretare!
-Sembra che per lei morire non sia una salvezza?
-Per lei lo è?
-Per la protagonista lo è.
-Pensi alle vendite.
-Non ho mai scelto quello che mi conviene, continuo a preferire quello che conviene a tutti, anche quando non si comprende.
-Perde.
-Questione d’interpretazione.

Milano, nella luce di un cielo brillantemente antracite. 2014 – Maria A. Listur

 

“I never think about the future; it arrives so soon!”

Albert Einstein

-I have a suggestion to make.
-I am listening.
-You should change the end.
-How come?
-It doesn’t work.
-In what sense
-Too feminist.
-Could you not think as a man?
-I am thinking as a proofreader and an editor.
-Man.
-Sure.
-It happens to me the same, I think I am not a feminist but the unconscious makes me appear so…
-Do you or do you not want to change your end?
-The edition depends on that?
-Yes.
-And what do you suggest?
-That the main character saves herself.
-That is not changing the end, that is transforming the story!
-No… You think like that because you know the story, you should think about the people that while are reading do not know how it goes, instead…
-I know people that read the beginning and the end before going deeper in the whole story!
-Not everyone reads like that!
-Some other read bits and pieces, jumping from a side to the other…
-Are you going to change the end?
-What should I change?
-I told you already.
-Explain it to me.
-The main character has to save herself.
-It seems that you haven’t read my manuscript…
-It is just a sentence, you see.
-It is not a sentence, it’s about an interpretation.
-If the main character dies, there is nothing to interpret!
-It seems that to you dying is not saving oneself?
-Is it for you?
-For the main character it is.
-Think about the sales.
-I have never chosen what it is convenient to me, I keep preferring what is convenient to all, even when it is not understood.
-You lose.
-A matter of interpretation.

Milan, in the light of a sky brilliantly anthracite. 2014 – Maria A. Listur

A quell’uomo/To That Man

Spellato di artifizi,
mi conduci.
Struccata di tristezze,
mi concedo.
Nuovamente i profumi
mi sequestrano.
Levità e sottigliezza
mi riconquistano.
Quanto spazio mi presenti!
E che danze sai guidare!

Sembri fatto del mio mare:
Conciato a colpi famigliari
Brillantato in lacrime e sudori
Garbato dolce e concreto
Solo lusinghiero e invitante!
Ricordi me, nella superfice
Mi somigli, dove taci dove dici.
Siamo due calici finissimi
Campane,
Che sai suonare.

Poiesi-4-VI

Poiesi 4/VII – 2014 – Maria A. Listur

Palermo, tropicale e quieta.
2014 – Maria A. Listur

 

To That Man

Peeled of artifices,
you guide me.
Removed of sorrows,
I surrender myself.
Again the perfumes
abduct me.
Levity and subtlety
reconquer me.
So much space you present me!
And what dances can you lead!

You seem made of my sea:
Tanned by familiar blows
Faceted in tears and sweat
Polite sweet and concrete
Only flattering and inviting!
Memories of me, on the surface
You look like me, where you hush where you say.
We are to very refined chalices
Bells,
That you can ring.

Palermo, tropical and quiet.
2014 – Maria A. Listur

Un uomo/A Man

Attraversata da parte a parte
Dall’alto in basso
Contrariamente pure
Senza proroghe
Inumidita nel proprio sangue
Da sponda a sponda
Inversamente persino
Assenti le titubanze
Mi donasti il segreto
Di curare l’inguaribile
Di tornare infante
Di compiere
Per cominciare.

Poiesis-2-VII

Poiesis 2/VII – 2014 – Maria A. Listur

Roma, primavera invernale. 2014 – Maria A. Listur

 

A Man

Passed through from side to side
From top to bottom
Contrarily as well
Without extensions
Moisten in my own blood
From shore to shore
Inversely even
Absent the hesitations
You donated me the secret
Of curing the incurable
Of returning to infancy
Of achieving
to begin.

Rome, wintry spring. 2014 – Maria A. Listur