CLARAE STELLAE, SCINTILLATE…/CLEAR STARS, SCINTILLATE…

Quello sguardo che annuiva
mentre approvava i puerili gesti,
accettava l’inconsueto,
l’infanzia della vecchiaia,
le forme inconsapevoli;
tutto quello spazio che hai lasciato,
lentamente si è riempito
– oltre alcuni suoni –
nel canto della voce:
Aromi.

640 Monica-S

Da Monica S. nel 2013.
Oggi, per lei, ovunque si trovi.
From Monica S. in 2013.
Today, for her, wherever she might be.

Parigi, sotto una tempesta che ricorda Vivaldi.
2016 – Maria A. Listur

 

CLEAR STARS, SCINTILLATE…

That glance that used to nod
while it approved the childish gestures,
it accepted the unusual,
the childhood of old age,
the unconscious forms;
all that space you have left,
slowly it filled up
– beyond some sounds –
in the chant of the voice:
Fragrances.

Paris, under a storm that reminds Vivaldi.
2016 – Maria A. Listur

“Confusione è una parola che abbiamo inventato per definire un ordine che non comprendiamo.”/”Confusion is a word we invented to define an order we don’t understand.”

Henry Miller

Una voce da uomo, dolcissima, mi fa spostare lo sguardo dal libro che leggo, verso la fonte sonora:
-“Credo di non essere più preso da te.”
-“Ah sì?” Domanda una voce da donna, gentilmente sorpresa.
Si guardano in silenzio. Lei si alza e va a sedere sul posto di fronte a lui. La metropolitana, che in questo paese è a tratti quasi silenziosa, aiuta a rendere le pause quasi materiche, sembrano nuvole di cotone tra i due amanti, di età indefinibile; ora, in un lampo di parole, svelano – nello sguardo – la vecchiaia delle maledizioni, del “mal-dire” dei sentimenti, del sentire, che non hanno evoluto né significati né significanti.
-“Sì. Non credo più in noi due.” Aggiunge lui.
Pausa pesante quanto il penare.
-“Da quando?” Domanda lei, con lo sguardo diventato ancora più nero dei suoi capelli corvini.
-“Da qualche tempo… Non so cosa ho… Non ci credo.”
Il loro dialogo, diventa serrato, schiaccia ogni pausa, mi distoglie completamente dalla lettura rendendomi all’osservazione di qualcosa che voglio raccontare, che mi commuove e mi rivolta, che cerco di non giudicare tuttavia, lo scrivo quindi, un po’ giudico… Perlomeno per quanto riguarda la scelta del modo.
-“Qualche tempo, quanto?”
-“Ci sto pensando da qualche giorno.”
-“Quanti?”
-“Che importanza ha?”
-“Per me è importante saperlo.”
-“Cinque.”
-“Mentre ci siamo ripetuti tante volte “ti amo”, mentre abbiamo deciso cosa fare questo fine settimana, mentre dormivamo ridendo dai rumori dei nostri vicini, mentre mangiavamo, giocavamo, ci organizzavamo, in questi giorni qui, tu non credevi più nella nostra relazione? Ho capito bene?”
-“Sì, hai capito bene.”
-“Che cosa devo fare?”
-“Niente. Volevo dirtelo, condividerlo. Mi sembra giusto che tu sappia che sto nutrendo una specie di rifiuto di te, qualche volta sembra odio, voglia di ferirti… E allo stesso tempo, ti guardo e mi commuovo…”
-“Che cosa dovrei fare?” Insiste lei, attraversata da due lacrime che lasciano intuire che a ferirla sia la gratuità del dolore piuttosto che la mancanza di delicatezza.”
-“Niente. Guarda che non è cambiato niente… Vieni, siediti qui di nuovo. Non so come gestirlo, sono confuso ma non è cambiato niente…”
-“Dobbiamo riformulare la nostra vita, da soli?”
-“No, devi accettare di vivere con qualcuno che è confuso…”

Parigi, dove le metropolitane illuminano… 2015 – Maria A. Listur

 

“Confusion is a word we invented to define an order we don’t understand.”

Henry Miller

A male voice, very sweet, makes me move my glance from the book I am reading, to the source of the sound:
-“I think I am not in to you anymore.”
-“Really?” A female voice asks, slightly surprised.
They look each other in silence. She stands up and goes to sit to the chair in front of him. The subway, that in this country is in some parts almost silent, helps to make the pauses almost physical, they look like cotton clouds between the two lovers, of an indefinite age; now, in a flash of words, they reveal – in the glance – the oldness of the malediction, of the “bad-said” of the feelings, of feeling, which have not evolved, neither the significances nor the significant.
-“Yes. I don’t believe in us anymore.” He adds.
Heavy pause as much as the suffering.
-“Since when?” She asks with her glance that has become darker than her raven-black hairs.
-“Since when… I don’t know what I… I don’t believe.”
Their dialogue, becomes tight, crushes every pause, it completely diverts my attention from reading taking me completely in to the observation of something that I want to write about, that moves me and disgust me, that I try not to judge though, I write therefore, I do judge a little… At least regarding the choice of the way.
-“Sometime, when?”
-“I am thinking about it since a few days ago.”
-“How many?”
-“What’s the importance of that?”
-“To me it is important to know.”
-“Five.”
-“While we repeated each other many times “I love you”, while we have decided what to do this weekend, while we were sleeping laughing about the rumors of our neighbors, while we were eating, playing, organizing, in these days, you were not believing in our relation? Did I get it right?”
-“Yes, you have.”
-“What should I do?”
-“Nothing. I wanted to tell you, share it with you. I believe is right that you know that I am nourishing a sort of rejection of you, sometimes it seems like hate, need to hurt your feelings… And at the same time I look at you and I am moved…”
-“What should I do?” She insists, passed through two tears that allow me to sense that what is hurting her is the gratuity of the pain rather than the lack of sensitivity.
-“Nothing. Look, nothing has changed… Come, sit here again. I don’t know how to handle it; I am confused but nothing has changed…”
-“Do we have to rethink our lives, alone?”
-“No, you have to accept to live with someone who is confused…”

Paris, where the subways illuminate… 2015 – Maria A. Listur

“Il pazzo è colui che conquista le quinte. Nel buio la voce si rivolge a chi resta sulle scene.”/“The crazy man is the one who conquers the backstage. In the darkness the voice is addressed to those who remains on the stage.”

Christian Bobin

Alle mie spalle sento vociare il mio nome, “Maria!”, non penso sia diretto a me quindi, non mi volto. Non sento mai di essere io la “Maria chiamata” piuttosto una moltitudine di donne, alcune abitano dentro di me ma non si vedono, altre non le conosco e non le conoscerò mai – speranza quest’ultima che mi lascia una certa forma di protagonismo tra “le Maria” che conosco…
In ogni caso, non mi volto mai quando per la strada ascolto questo richiamo nominale. Quest’abitudine ha provocato in più persone una corsa veloce per avvicinarmi e richiamarmi da vicino e ad altri, probabilmente, la ripresa della propria strada; avranno pensato che ero diventata sorda o/e non volevano corrermi dietro.
“Maria!” Insiste una voce che ora arriva dal marciapiede opposto. Non giro la testa verso la destra per guardare. Ascolto senza bisogno di guardare. Immagino che quella voce chiama un’altra donna che casualmente porta parte del mio nome. Ringrazio i mie genitori per avermi dato un nome composto poiché anche questo conta: io non mi sento Maria perché io sono Maria de los Angeles Mercedes! Perché voltarmi? Quella Maria che è richiamata non sono io, non posso essere io! Continuo a camminare in una riflessione musicale sul mio nome che in qualsiasi traduzione trovo fantastico; il mio nome “completo”, mi autocorreggo; e mentre mi lascio baciare dalla brezza primaverile del quasi compiuto inverno, una mano mi sfiora il braccio destro, dice:
-“Maria!” Mi volto, la guardo, sorrido ma non arrivo a parlare che lei aggiunge:
-“Come mai non ti sei voltata? Ti sto chiamando da un’ora! Se non mi facevo questa corsa continuavi senza vedere chi ti stava chiamando! Mi hai riconosciuto e non mi hai voluto salutare?”
-“Ciao… No… Non mi volto mai!”
-“Fai sempre così?”
-“Sì.”
-“Ma… Io… Ti rendi conto che è orribile?”
-“Per chi?”
-“Non per te…. Certo!”
-“Certo… Buongiorno…”
-“Indubbiamente mi hai riconosciuto e non volevi voltarti!”
-“Ti ripeto: non mi volto mai!”
-“Non lo trovi una pazzia?”
-“Chissà… Lo faccio… Lo hai visto… E non lo nego. Ora vado… Buona giornata!”
-“Maria!
-“Non capisco… Non comprendo… Per cosa mi hai chiamata?
-“Ti ho chiamata non so perché… Ti ho vista… Ho pensato al tempo che è passato e ti ho chiamata ma, non so perché… Tu non mi volevi salutare vero?”
-“Non mi volto mai… Ed è la verità!”
-“Avevo dimenticato la tua velocità quando cammini, ma ricordavo la tua voce… Ti ho chiamato per ascoltarti. Ecco… Volevo ascoltarti.”
-“Ci risalutiamo?”
-“Buongiorno…”
-“Buendía.”

Roma, sotto un cielo al quale non manca niente. 2015 – Maria A. Listur

 

“The crazy man is the one who conquers the backstage. In the darkness the voice is addressed to those who remains on the stage.”

Christian Bobin

Behind my shoulder I hear calling my name “Maria!”, I don’t think it’s directed to me therefore, I don’t turn. I never feel to be the “called Maria” rather a multitude of women, some inhabits in me but are not seen, some others I don’t know and I never will – a hope this last one that leaves a certain form of the starring role among “the Maria” that I know…
In any case, I never turn around when in the street I hear this nominal recall. This habit has provoked in many people a quick run to get near me and call me again from near and to others, probably, the getting back to their own way; they have probably thought that I became deaf or/and didn’t want to run after me.
“Maria!” it insist a voice that now comes from a sidewalk opposed. I don’t turn to see. I listen without needing to look. I imagine that the voice is calling another woman that casually carries part of my name. I thank my parents for giving me a composed name because this also counts: I don’t feel like Maria because I am Maria de los Angeles Mercedes! Why should I turn? That Maria that is been recalled isn’t me, it can’t be me! I keep on walking in a musical reflection about my name that in every translation I find fantastic; my “complete” name, I correct myself; and while I let my self being kissed by the spring breeze of the almost completed winter, a hand brushes my left arm, it says:
-“Maria!” I turn, I look at her, I smile but I don’t get to talk that she adds:
-“How come you haven’t turned? I have been calling you forever! If I wouldn’t run, you would have continued without seeing who was calling you! You have recognized me and didn’t want to say hi?”
-“Hi… No… I never turn!”
-“Don’t you ever?”
-“No.”
-“But… I… Don’t you realize that it is horrible?”
-“For who?”
-“Not for you…. For sure!”
-“For sure… Good day…”
-“Undoubtedly you have recognized me and didn’t want to turn!”
-“I told you: I never turn!”
-“Don’t you find it crazy?”
-“Who knows… I just do… You saw it… And I don’t deny it. Now I have got to go… Good day!”
-“Maria!
-“I don’t understand… I don’t get it… What have you called me for?
-“I called you but I don’t know why… I saw you… I thought about the time that has passed and I called you but, I don’t know why… You didn’t want to see me right?”
-“I never turn… Ant it’s the true!”
-“I had forgotten your speed when you walk, but I did remember your voice… I called you to hear you. That’s it… I wanted to hear you.”
-“Shall we greet again?”
-“Good day…”
-“Buendía.”

Rome, under a sky to which nothing is missing. 2015 – Maria A. Listur

“A quello che non capisci, puoi dare qualsiasi significato.”/“What you don’t understand you can mean anything.”

Chuck Palahniuk

Su un treno, assorta in un libro, ascolto la voce delicatissima di un ragazzo:
-“Amore, ti prego, prova ad andare…”
La frase è interrotta dalla voce tagliente e bassa di una ragazza:
-“Non mi chiamare amore!”
-“Amore ma…” Si ripete lui automaticamente.
Perentoria e a un volume più alto, che provoca una tosse sorvegliante all’uomo seduto davanti a me, lei ordina:
-“Ti ho detto di non chiamarmi amore!”
Il silenzio precipita tra i giovani.
Decido di guardarli, oltre il corridoio, seduti nei posti accanto e frontali; lui guarda per terra, lei è a testa alta, recita la persona assorta.
Decido di cambiare oggettivo, guardo l’uomo della tosse, anche lui mi guarda e fa una smorfia sorridente; capisco che anche lui sta osservandoli, più con l’udito che con lo sguardo.
Siamo davanti a una telenovela e aspettiamo che la pausa finisca.
Il ragazzo sospira, prende coraggio e svuotando i polmoni chiede:
-“E perché?”
-“Perché l’ho inventata io!” Risponde lei come fosse la creatrice della volta del cielo.
Anche l’uomo della tosse abbassa lo sguardo per sorridere senza offendere.
-“Cosa?” Incredulo ridomanda lui.
-“La parola “amore”…” Risponde lei con una dolcezza nuova che provoca all’uomo della tosse dei movimenti lievi della testa, da destra a sinistra, come chi di queste cose se ne intende, poi, dirige lo sguardo verso me, da un po’ fingo di guardare dal finestrino tuttavia, vedo e sento tutto intorno a 180°, la telenovela vivente e avvincente!
Il ragazzo rimasto ancora in silenzio, riparte:
-“Spero ti renda conto che stai dicendo una scemenza!”
-“No! Io voglio dire che tra noi due sono stata io a dirla per prima! Ora inventati un’altra!”
Ed ecco che si è svelata la ragione profonda della Dulcinea!
Ora l’uomo della tosse ed io siamo diventati spettatori a tutti gli effetti, commentiamo con lo sguardo e con i sorrisi.
-“E mentre m’invento una parola, come ti posso chiamare?” Domanda lui conciliatore.
-“Per adesso chiamami “amore” ma, non ti abituare!”
Io mi volto verso il paesaggio, l’uomo della tosse nasconde una risata dietro un colpo di tosse e purtroppo dobbiamo scendere…

In un luogo dove l’amore è suono. 2015 – Maria A. Listur

 

“What you don’t understand you can mean anything.”

Chuck Palahniuk

On a train immersed in a book, I listen the very delicate voice of a boy:
-“Love, please, try to go…”
The sentence is interrupted by the harsh and low voice of a girl:
-“Don’t call me love!”
-“Love but…” He automatically repeats himself.
Peremptory and in a higher volume, that provokes the monitoring cough of a man sit in front of me, she commands:
-“I told you not to call me love!”
Silence falls among the youngsters.
I decide to look at them, over the corridor, sit in the seats next to me and facing; he is looking at the floor, she has the head high, she is playing the absorbed one.
I decide to change objective, I look at the man with the cough, he is also looking at me and make a smiling smirk; I understand he is also looking at them, more with the hearing than with the glance.
We are in front of a soap opera and we are waiting that the pause ends.
The boy sighs, take courage and emptying the lungs asks:
-“And why?”
-“Because I invented it!” She replies as she was the creator of the sky’s vault.
Even the man with the cough lowers his glance to laugh without offending.
-“What?” He incredulous asks again.
-“The word “love”…” She replies with a new sweetness that provokes to the man with the cough some light head movements, from right to left, as someone who knows about these things, then, he directs his glance towards me, since a while I am directing my glance to the window although, I see and hear everything around 180°, the living soap opera is engaging!
The boy who was still quiet, goes again:
-“I hope you are realizing you are saying silliness!”
-“No! I wanted to say that I was the one among us who said it first! Now make up a new one!”
And here we have the profound reason that has been revealed by Dulcinea!
Now the man with the cough and I have become spectators by all means, we comment with the glance and with the smiles.
-“And while I make up a word, how can I call you?” He asks mediating.
-“For now you can call me “love” but, don’t get used to it!”
I turn towards the landscape, the man with the cough hides a laugh behind coughing and regrettably we have to get off…

In a place where love is sound. 2015 – Maria A. Listur