Confessione/Confession

All’uomo che è un Re.

Non ho steso la fodera del divano. Ho voluto lasciare la tua traccia. Il segno della tua presenza. Posso sentire il tuo odore, l’odore del tuo corpo seduto dove non riesco a sedermi, evito di cancellarti; passo la mano ad un millimetro dalla traccia, non voglio modificare nemmeno l’aria che circonda il tuo territorio. So che l’aria modifica e comunque questo mi basta. Passeranno i secoli e rimarrà ancora il tuo appoggio sul mio spazio. Ci sei. Avrei potuto passare la mano lenta sulle tue gambe abbandonate alle nostre parole. Non l’ho fatto. Soltanto ti tocco in sogno. Lì ti ho avvicinato come immagino. Ci siamo morsi lentamente ogni riga verticale delle labbra. Le mie piccole vagine gravide dei tuoi sapori. Odoravi con i tuoi occhi, i tuoi occhi persi tra le tue tristezze. Ho toccato col mio orecchio il suono delle tue perdite e lì ti ho preso. Buio e luce. Vederti non è reale. Mi chiedi di quale colore sono i miei capelli. Dico “rossi”. Dici “come il centro dei tuoi occhi”. Resto sorridente e sicura… sicura? Il pensiero fisso nel rosso che tu non vedi, nel fiume di fuoco del sogno che siamo quando non ci siamo, quando in sogno non ci confondiamo. Meglio che tu veda soltanto quel centro. Altri centri vorrebbero essere acqua, vorrebbero entrarti dove nessuno è mai entrato. Percorrerti.

Da piccola usavo chiudere gli occhi al buio e percorrere lentamente la casa che abitavo. Cercavo di riconoscere ogni cosa e di non essere goffa nel percorso, non dovevo perdere plasticità. Evitavo di far cadere qualcosa o svegliare qualcuno. Giocavo. Giocavo col buio, nel buio. Vincevo sempre io. Sapevo fermarmi davanti alle zone ancora non riconosciute per evitare l’abisso.

Mi fermo lì dove ancora non ci siamo riconosciuti. Privo di peso questo non toccarti, non baciarti, non respirarti ad occhi aperti. Profonda la mia notte. Profondo il mio piccolo rosso nel fondo degli occhi, meno profondo del rosso nero del fiume che ti distruggerebbe. Meglio il rosso dei miei capelli che il rossorosso del mio sangue pittore di letti e controletti. Vorrei stendere le dita tra le tue dita, tra quegli spazi azzurri tra i muscoli, percepirti dove la distanza tra le ossa non esiste. Toccarti il grigiore delle articolazioni per articolare una delle mie carezze. Prenderei tra i denti la tua carne raffreddata di ferite, la scalderei col mio eterno ricreare. Mi lascerei piovere lacrime, lacrime di seme, seme di ossa, ossa di tempo. Vorrei tutto il tuo passato abbracciato al futuro. Vorrei che tu saltassi dalla tua traccia e negassi il tempo e lo spazio. Sei qui. Io posso ricrearti tra le mie gambe, tra le mie mani. Posso anche svegliarmi.
“Il sogno che non si alimenta di sogno muore” Antonio Porchia

Forte dei Marmi, arrivare dopo la pioggia fa sorridere la carne, 2010 – Maria A. Listur

Confession

To the man who is a King.

I did not spread the lose cover of the sofa. I wanted to leave your trace. The sign of your presence. I can smell your scent, the scent of your body seated where I can’t sit, I avoid canceling you; I run my hand one millimeter from the trace I don’t even want to change the air that surrounds your territory. I know that air modifies and that is enough. Centuries will pass and your leaning will still remain in my space. You are here. I really wanted to run my hand slowly on your relaxed legs to our words. I didn’t do it. I only touch you in the dream. There I have approached you as I imagined. We have nibbled slowly each other every single vertical line of the lips. My little vaginas pregnant of your flavors. You felt with your eyes, your eyes lost in your sadness. I have touched with my ear the sound of your losses and there I held you. Darkness and light. To see you is not real. You ask me what color are my hairs. I tell you “red”. You say “ like the center of your eyes”. I keep smiling and steady…steady? The thought fixed on the red that you don’t see, in the river of fire of the dream that we are when we are not, when in the dream we mingle. It is better that you see only that center. Other centers would like to be water, would like to enter where nobody has ever entered. Go through you.

When I was little I used to close my eyes in the darkness and go slowly through the house that I lived. I tried not to be clumsy in the making, I didn’t want to loose flexibility. I avoided to drop something or to wake somebody up. I played. Played with darkness, in darkness. I always won. I could stop in front of the places yet not recognized to avoid the abyss.

I stop where yet we haven’t recognize each other. This not touching you is weightless, not kissing, not breathing you with open eyes. Deep is my night. Deep is my little red in the bottom of the eyes, less deep of the red black of the river that could destroy you. It’s better the red of my hair than the redred of my blood painter of beds and sheets. I would like to stretch my fingers between your fingers, between those sky-blue spaces between the muscles, perceived where the distance between the bones doesn’t exist. Touch the grayness of the joints to express one of my caresses. I would take between the teeth your flesh cold by the wounds, I would warm it with my eternal recreation. I would let rain of tears on me, tears of semen, semen of bones, bones of time. I would like your entire pass hugged by your future. I would like you to jump from your track and reject time and space. You are here. I can recreate you between my legs, between my hands. I can even wake up.
“The dream that isn’t fed on dream dies” Antonio Porchia

Forte dei Marmi, to arrive after it rained makes the flesh smile, 2010 – Maria A. Listur

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