Sonno/Sleep

Alla mia danzatrice delle voci.

-Nell’ armadio ho sentito le prime voci.
-E che facevi dentro l’armadio?
-Dormivo.
-E perché lì dentro?
-Perché la mia tata non aveva altro posto dove farmi dormire.
-E sul letto?
-Aveva paura che cadessi mentre lei cuciva.
-Allora non eri a casa tua…
-No, mia madre mi lasciava da questa signora al fondo della strada perché doveva lavorare.

Non mi piace sentire la porta di casa quando si chiude.
Non mi piace la mia nuova maestra.
Non mi piace la luce spenta del corridoio.
Non mi piace mangiare la carne.
Non mi piace che la mia mamma chiuda la porta della sua camera quando va a dormire.
Non mi piace avere sei anni.
Non mi piace vedere i morti.
Non mi piace sedermi accanto a Claudia la scorreggiona.
Non mi piace la siesta con le finestre chiuse.
Non mi piace mio fratello.
Non mi piace tutto il rumore che fanno i cani quando arriva qualcuno.
Non mi piacciono le suore vecchie.
Non mi piace che mi tirino i capelli quando mi pettinano.
Non mi piace l’insalata.
Ecco quello che non mi piace oggi, 21 ottobre 1970. Quando sarò grande lo leggerò per ridere di quando ero piccola e non mi piaceva.

Quando guardo la mia amica che dormiva dentro l’armadio immagino cosa potrebbe essere una libellula umana, un giunco che cammina, una farfalla trasparente. Lei è delicata e leggera, dolcemente spigolosa.
Cercando di non apparire banalmente curiosa domandai:
-E cosa dicono le voci?
-Mi chiamano.
-Soltanto ti chiamano? Da sempre?
-Sì, e per me è un privilegio sentirle, essere chiamata da un altro spazio.
-E non ti hanno mai detto qualcos’altro?
-No, mi sembra sufficiente che mi chiamino. E tu, hai mai sentito delle voci?
-Sì, una sola volta e mi sono terrorizzata come quando da bambina sentivo chiudersi la porta di casa, sapevo di non rimanere da sola, qualcosa pervadeva l’aria.
-Ah… allora è per questo che non ti chiamano più.
-Per la paura?
-No, perché ti è naturale la loro esistenza nella misura in cui non cambiano densità. Come con l’aria, tu sai di respirare ma se l’aria di colpo divenisse rossa, ti farebbe paura.
Chiuse gli occhi e si lasciò cullare dal movimento del treno. Anche io lasciai che la danza del viaggio mi portasse verso il sonno, mentre chiudevo gli occhi vidi dietro le mie palpebre un testo di Igor Sibaldi: “Certe volte, mentre stai per addormentarti, pensi che questo mondo tutto il mondo che conosci sia una sfera che a un certo punto finisce; non avere paura! Non appena l’hai pensato, ti accorgi che sei fuori da questa sfera. Non sai dove: non sai dove finisca, dove cominci quest’altra dimensione; lo puoi scoprire. Ma intanto ti volti e guardi com’è limitato l’unico mondo che conoscevi fino a un attimo fa. Sembra una casa di bambole e, certo, essere una bambolina lì dentro non è gran che; ma a vederla da fuori fa una gran tenerezza. Si capiscono tante cose di quel mondo piccolo, a guardarlo da quest’altra dimensione. E tante cose che là dentro sembravano complicate, risultano talmente semplici da qui. Bisognerebbe guardare sempre il mondo in questo modo, ti piacerebbe di più. Impareresti a giocare un po’ con le cose di tutti i giorni: e tutto ti riuscirebbe meglio. D’altra parte, chi te lo impedisce? Perlomeno adesso, in questo tuo Aldilà, mentre ti stai addormentando. Ti sembra di essere un mago che guarda la sua sfera di cristallo. Sarebbe bello ricordarsi di questa sensazione, quando ci si sveglia al mattino, e poi durante la giornata, spesso”.

Roma, ventosa e solare, nuvolosa e fredda, come nessuna. 2010 – Maria A. Listur

Sleep

To my dancers of voices

-I heard my first voices in the closet.
-What were you doing in the closet?
-I was sleeping.
-Why in there?
-Cause my nanny didn’t have another place to make me sleep.
-What about the bed?
-She was afraid I would fall while she was sewing.
-You were not in your house…
-No, my mother would leave me at this lady’s at the end of the road because she had to work.

I don’t like to hear the house door when it closes.
I don’t like my new teacher.
I don’t like the light off in the corridor.
I don’t like to eat meat.
I don’t like that my mother closes the door of her room when she goes to sleep.
I don’t like to be six.
I don’t like to see dead people.
I don’t like to seat next to Claudia the farter.
I don’t like the nap with closed windows.
I don’t like my brother.
I don’t like the sound that dogs do when somebody arrives.
I don’t like old nuns.
I don’t like being pulled when they comb my hair.
I don’t like salad:
This is what I don’t like today, 21st of October 1970. When I will be big I will read it to laugh of when I was a child and of the things I didn’t like.

When I look at my friend who slept in the closet I imagine what could be a human dragonfly, a walking bulrush, a transparent butterfly. She is delicate and light, slightly angular.
Trying not to appear too plain curious I asked:
-And what do the voices say?
-They call me.
-The only call you? Is it always been like that?
-Yes, it’s a privilege to hear them, being called from another space.
-And they never told you anything else?
-No. It seems to me enough they call me. What about you have you ever heard voices?
-Yes, only once and I was petrified like when I was a child and could hear the house door closing, I knew that I wasn’t alone, something pervaded the air.
-Ah… then it’s for that reason that they don’t call you anymore.
-For the fear?
-No, because it is natural their existence to you as far as they don’t change density. It’s like with air, you know you are breathing but if the air suddenly became red, it would scare you.
She closed her eyes and let the movement of the train cuddle her. I also let the dance of the journey take me to the sleep, while closing my eyes I saw behind my eye lids a text of Igor Sibaldi: “Sometimes when you are about to fall asleep, you think that this world the whole world that you know it is like a sphere that ends at a certain point; don’t be afraid! As soon as you have thought it, you discover that you are out of this sphere. You don’t know where it ends, where this other dimension begins; you could find out. But in the meanwhile you turn around and see how limited it is the world that unique world that you knew only moments before. It looks like a dolls house and, certainly, being a doll in there is not much of a deal; but being able to see it from outside causes a lot of tenderness. You can understand many things of that small world, looking at it from another dimension. And many things in there that seemed complicated, become so simple from here. We should always look at the world in this way, you would like it more. You would learn to play a little bit with every day things and everything would come out better. On the other hand who can stop you? At least now, in this afterlife of yours, while you are falling asleep. You feel like a wizard who watch his crystal sphere. It would be nice to remember this sensation, when we wake up in the morning, then during the day, often”.

Rome, windy and sunny, cloudy and cold, like no other. 2010 – Maria A. Listur

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