Donne arco/String Women

A Laura P., quando suona.

“Quale è l’arte per eccellenza? Quale è l’arte primaria, prelinguistica? Quale è l’arte dove la superficie si strappa, sanguina e si attraversa come se i corpi individuali o le false pelli dei fantasmi collettivi non fossero che delle frontiere create dalle convenzioni?
E’ la musica.”
Pascal Quignard

Salgo sul treno attratta da un canto.
E’ la voce di un essere di appena sei mesi.
La madre la chiama Delphine.
Chiedo:
-Si esprime sempre così?
-Sì. Non piange, canta.

Arrivo nella città dei quartetti d’arco, scendo dal treno per incontrare una donna che conosco da sedici anni. E’ la nostra prima volta da ascoltatrici. La vedo da lontano alzare le mani, alzo le mie e corro ad abbracciare le sue lacrime di commozione. Mi aveva promesso una banda, nominandomi Sua Regina. Ho riso per il titolo che sento meritato, almeno per quanto riguarda quel regno che è parte della sua ricerca corporea. Rido abbracciandola. Lei dice:
-Ah che allegria, che allegria, ti volevo venire a prendere sul binario e ci sono riuscita!
Mentre lo dice al mio orecchio, stretta al mio petto, luminosa quanto sua figlia, penso lei non sappia che mentre mi parla, canta.

Mi alzo presto, desidero fare colazione. Il mio posto è nel tavolo delle persone sole. Leggo. La sedia accanto viene spostata da una mano sottile, ha la trasparenza del vetro.
-Bonjour.
-Bonjour.

Una donna elegante quanto una linea grigia su una tela bianca mi sorride, si illumina nella bocca da bambina, nelle rughe d’una pelle che racconta di soli senza crepuscoli, di perlomeno sette decadi di ascolto. Si presenta, mi presento. C’informiamo sul nostro percorso nella vita. Dopo uno spazio di silenzio lungo l’assaggio di una formidabile “Torta di riso”, chiede:
-Danza ancora?
-Sempre. E lei, pratica qualche sport?
-Sì, faccio paracadutismo.
Rido sorpresa. Siamo interrotte dalla proprietaria del luogo che si rallegra per il nostro incontro. Ci ripresenta e prima di lasciarci ancora alle nostre confidenze dice, riferendosi alla signora:
-Questa Signora è una mecenate.
Ci lasciamo unire dall’ascolto di otto esecuzioni per Quartetto d’Archi; anche dalle camminate nelle fresche serate emiliane; dai sorrisi a distanza durante le feste in onore ai musicisti, dall’ascolto d’irripetibili suoni capaci di avvicinare esistenze.
Rimango legata alla sua voce mentre dice:
-Ecco il mio Mozart!
Il capo indietro e l’aria che esce da quella gola che non ride, canta.

Roma, Villa Dominici, dove è più facile rintracciare l’assenza di tempo. 2011 – Maria A. Listur

 

String Women

To Laura P., when she resounds.

“Which is the art par excellence? Which is the primary art, pre linguistics? Which is the art where the surface gets torn out, bleeds and is passed through as the individual bodies or the fake skins of the collective ghosts wouldn’t be nothing but boundaries created by conventions?
It is music.”
Pascal Quignard

I get on a train attracted by a chant.
It is the voice of a being a few months old
The mother calls her Delphine
I ask:
-Does she always express herself like that?
-Yes. She doesn’t cry, she sings.

I arrive in the city of the string quartets, get off the train to meet a woman that I have known since sixteen years ago. It is our first time as listeners. I see from afar lifting up her hands, I lift mine and I run to hug her tears. She had promised a band, naming me Her Queen. I laughed for a title I feel deserved, at least for that reign that I part of her corporal research. I laugh embracing her. She says:
-I am so happy, so happy, I wanted to pick you up at the platform and I made it!
While she is saying this in my ear, close to my breast, luminous as her daughter, I think she doesn’t know that while she talks, she sings.

I wake up early, I want to have breakfast. My place is in the table of persons who are alone. I read. The chair next to me is moved by a slim hand, it has the transparency of a glass.
Bonjour.
Bonjour.
A woman elegant as a grey line on a white canvas smiles at me, lights herself up in her childlike mouth, in her wrinkles of a skin that tells about suns with no dusks, of at least seven decades of listening. She introduces herself, I introduce myself. We inform each other about our path in life. After a time long as the tasting of a fantastic “Rice cake”, she asks:
-Do you still dance?
-Always. And you, do you practice some sport?
-Yes, I do parachuting.
I laugh surprised. We are interrupted by the owner of the place for our meeting. She introduces us again and before leaving us to our intimacies she says, talking about the lady:
-This lady is a patron.
We let ourselves unite by eight performances for String Quartet; and also by strolls in the fresh Emilian nights; by the smiles by distance during the celebrations in honor to the musicians, by the listening of unrepeatable sounds capable of drawing closer existences.
I am attached to her voice while she says:
-That is my Mozart!
The head back and the air that is coming out from her throat that doesn’t laughs, sings.

Roma, Villa Dominici, where it is easier to trace the absence of time. 2011 – Maria A. Listur

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