Denudarsi/To Bare

A Laura, Lautina.

Un rito si compiva in ogni luogo dove c’era un senso profondo d’intimità: gli veniva chiesto di dire una poesia. Lui si alzava, guardava verso il cielo e “recitava”, come fosse una preghiera. La bambina che gli era figlia, non appena lui incominciava a fonare, sentiva scorrere le lacrime sul suo viso, bianchissimo. Quando diventò adolescente quasi prima della morte di lui, si sentiva autorizzata ad andare a piangere da un’altra parte quindi, usciva prima che i presenti potessero fermare i singhiozzi con gli sguardi.
Non capì mai la commozione. La voce? Leggermente rotta, friabile, perfetta per dire, senza retorica; per farsi passare quello che, di chi aveva scritto, lo aveva attraversato. Il corpo? Immenso quanto perso in un mondo che cercava di ricreare in poesia; sembrava tutto mani quando alzava delicatamente una mano cercando di disegnare quello che per noi “vociava”. Il respiro? Fatto da un silenzioso passo che lo faceva sembrare incommensurabilmente solo.
La bambina guardava la traiettoria delle mani e piangeva. Sapeva che gli stava costruendo pentagrammi contorti? E il suono? Era il segno che l’avrebbe guidata quando non restava altro che il vuoto? Ancora oggi vedendo la donna che la bambina è diventata qualcuno si chiede da dove viene tanta forza. Se non potesse declinare le domande, risponderebbe con lo stesso pianto che nei canti del padre la facevano piangere.
Si allena a passare quel canto. Senza sapere che tutto è ora e qui. Lo intuisce il giorno in cui gli occhi azzurri verdi grigi di una donna nata per sbaglio in Italia, più india di tutti gli indios che la donna del canto porta nel sangue, si commuove ascoltandola “recitare”, pregare.
-Non so cosa sia ma non posso smettere di piangere. Mi hai commosso.
-Non posso spiegarti cosa sia ma, conosco.
Si abbracciano. La donna che quando bambina non sapeva da cosa scappava, abbraccia quelle lacrime, si riconosce d’aver accolto il passaggio della voce, il dono delle mani, il corpo fatto di silenzio; rincontra il padre.
Si separano e si guardano. S’abbracciano ancora. Finalmente riunite in un continente comune, figlie d’un incontro costruito per loro ancora prima di essere vive. Gli occhi del cielo tornano a casa. La voce che tocca la guarda partire, inclina il capo, ricorda un padre dell’anima, Gustavo A. Rol: “È fatale che quasi la totalità delle prerogative umane, a livello però del solo istinto, convoglino il desiderio dell’uomo a considerare lo stato di necessità della propria esistenza; di qui la peculiarità degli intenti volti a favorire l’ambizione, l’orgoglio, la potenza e la crudeltà. È tacito: che una severa rinuncia a questi fattori negativi comporti se non la visione l’intuizione almeno di quelle alte sollecitazioni alle quali il pensiero si ispira per comprendere l’infinito e così vincere il terrore della morte.”
Avrebbe voluto dirle:
-Oggi hai incontrato mio padre, nel suono.

Roma, sorpresa, inattesa, solitaria, iridescente. 2012 – Maria A. Listur

 

To Bare
To Laura, Lautina.

A rite was held in each place where there was a profound sense of intimacy: it was asked him to say a poem. He would stand up, looked at the sky and “recited”, as it was a prayer. The child that was his daughter, as soon as he started to make sound, felt tears running on her face, very white. When she became an adolescent just before his death, she felt authorized to go cry to another room therefore, she used to leave before the presents could stop her sobs with their glances.
She never understood the emotion. The voice? Slightly broken, friable, perfect to say, with no rhetoric; to let him to be passed by what, who wrote, had traversed him. The body? Immense as well as lost in the world that was trying to recreate poetry; he seemed to be all hands when he raised delicately a hand trying to draw what for us “was speaking”. The breath? Made of a silent step that would make him show immeasurably alone.
The girl used to watch the trajectory of those hands and would cry. Did she know that he was building for her contorted staves? And the sound? Was it the sign that was going to guide her when there was nothing but emptiness? Still nowadays watching the woman that the girl became someone wonders where does so much strength come from. If she couldn’t avoid the questions, she would answer with the same sob that in the father’s chants would make her cry.
She trains to pass that chant. Without knowing that everything is here now. She senses it the day that the blue-sky green grey eyes of a woman born by mistake in Italy, more Indio than all Indios that the woman of chant carries in her blood, gets moved listening to her “reciting”, praying.
-I don’t know what it is but I can’t stop crying. You moved me.
-I can’t explain you what it is but, I know.
They hug. The woman who when she was a child didn’t know from what she was running from, embraces those tears, she realizes that she has welcomed the passage of the voice, the gift of the hands, the body made of silence; she meets her father again.
They part and look at each other. They hug again. Finally rejoined in a common continent, daughters of an encounter built for them long before being alive. The sky’s eyes go back home. The voice that moves watches her leave, tilts her head, remembers a father of the soul, Gustavo A. Rol: “It is fatal that almost the totality of the humans prerogatives, only to the instinct level though, route the man’s desires to consider the state of necessity of his own existence; from here the peculiarity of the intentions headed to encourage the ambition, the pride, the power and the cruelty. It is implied: that a severe renounce to these negatives factors would mean if not the vision at least the intuition of those high solicitations to which the thought is inspired to understand the infinite and therefore to win the terror of death.”
She wanted to say:
-Today you have met my father, the sound.

Rome, surprised, unexpected, lonely, iridescent. 2012 – Maria A. Listur

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