Onoro l’incontro/I Honor the Encounter

A noi, famiglia.

Un fuoco interno mi brucia da ogni mia estremità, mi bacia sussurrando all’orecchio che ero trent’anni fa:
-Vedrai quanto ti somiglierà…
Il fuoco prende forme diverse in ogni luogo della stanza, mi sembra di essere avvolta dal colore arancio, poi dal turchese; l’arcobaleno si sta introiettando nel mio cuore, mi percorre aprendo spazi che non sapevo esistessero. Il mio corpo ancora adolescente si risveglia scaldato da un vulcano che rutta da un palmo sotto l’ombelico. Ho i muscoli delle gambe col tono d’una corsa vinta in partenza, le mani affondate nella schiena che mi sazia, la bocca infiammata dai baci di colui che è il padre di mio figlio, voglio avere più corde per dire tutto il piacere, dico:
-Sì, sì, mi somiglierà!
Dopo nove lune, nasce mio figlio; l’unico che ho potuto avere. Il primo.
Lo appoggiano sul mio petto, bagnato, insanguinato e caldo. Le sue piccole mani si possano sulla pelle del mio collo e stringono. Le dita tremano cercando di serrare la mia pelle nella sua. Prendo una delle sue mani e penso:
Le unghie sono come quelle di suo padre, la mano lunga è la mia, la stretta tutta sua. Il respiro di tutti e tre.

Un fuoco interno mi brucia da ogni mia estremità, lui parla ad un pubblico che sta in un’aula francese ad ascoltare le sue parole, testimone del suo passo totale verso la sua vocazione.
E’ sottoposto a domande incalzanti; lui respira, si regala del tempo, muove una penna tra le dita per poi riappoggiarla sul tavolo, distende la sua mano destra sulla mano sinistra, alza lo sguardo e risponde.
Un arcobaleno attraversa i miei polmoni, la sua voce arriva arricchita da un’altra lingua. E’ delicatamente potente, mi ha raggiunta ancora, carezza la mia vita come quando serrò per la prima volta le sue mani sulla mia pelle. Parla, descrive, legge, guarda, sorride, centrato nella sua commozione.
Penso a suo padre, ai quindicimila kilometri che sembrano separarci da lui, ricordo qualcosa che il padre scrisse su quel velo che è la pelle sulla pancia di una mamma, che per nove mesi separa il bambino dal mondo rendendolo parte del nostro corpo: “Te quiero”. Poi si avvicinò alla pelle e disse “Ricordati che anche se non ti vedo sei anche mio, io sono tuo padre”.
Mio figlio, mentre ricordo l’episodio, ringrazia la commissione, i suoi collaboratori, i suoi amici, e me. Si alza e organizza tutto il materiale che ha appoggiato sul tavolo, mi guarda e sorride, lo guardo e sorrido, penso: Il respiro è sempre quello di noi tre.

Quando il silenzio cade prima del sonno, mi scopro nuova. M’addormento nella gioia di chi m’accompagna da tanto tempo: “I suoni precedono la nostra nascita. Precedono la nostra età. (…) Alcuni suoni, alcune melodie ci dicono “l’antico tempo” che abita oggi in noi.” Pascal Quignard

Parigi, Limoges, Roma. Nel tempo in cui si rinasce a nuova vita, dolce, forte, condiviso. 2011 – Maria A. Listur

I Honor the Encounter
to us, a family

An internal fire is burning me from each extremity, it kisses me whispering in my ear that I was thirty years ago:
-You’ll see how much he will look like you…
The fire takes different shapes in every place of the room, I feel as being wrapped by the orange, and then by the turquoise color; the rainbow is introjecting in my heart, it runs in me opening spaces that I didn’t know existed. My still adolescent body is awakening warmed by a volcano that belches from a span under the navel. I have muscles of the legs with a tonus of a race won from the start, the hands are deepening in the back of who is satiating me, the mouth inflamed by the kisses of whom is the father of my son, I want more chords to say the whole pleasure, I say:
-Yes, yes, he will look like me!
After nine moons, my son is born; the only one I could have had. The first.
I lay him on my breast, wet, bloodstained and warm. His small hands lie on the skin of my neck and seize. The fingers shake trying to grab my skin in his. I take one of his hands and think:
The nail are like his father, the long hand is mine, the grip is all his. The breath is of the three of us.

An internal fire is burning me from each extremity, he is talking to an audience that is in a French lecture hall listening to his words, witness of his total step towards his vocation.
He undergoes pressing questions; he breathes, gives himself time, moves a pen between his fingers to put it back on the table, he stretches his right hand on his left hand, raises his glance and answers.
A rainbow is passing through my lungs, his voice arrives enriched by another language. It is delicately powerful, he has reached me again, he is caressing my life as when he held for his first time my skin with his hands. He talks, describes, reads, watches, smiles, centered is his emotion.
I think about his father, about the fifteen thousand kilometers that seems to separate from him, I remember something that the father wrote on that veil that is the skin of the belly of a mother, who for nine months separates the baby from the world making it part of our body: “Te quiero”. Then he came close to the skin and said “Remember that even if I don’t see you you are also mine, I am your father”.
My son, while I remember the episode, thanks the examination board, his collaborators, his friends, and me. He stands up and organizes all the material that he has put on the table, he looks at me and smiles, I look at him and smile, I think: the breath it is still of us three.

When the silence falls before the sleep, I find my self new. I fall asleep in the joy of who is with me since long time: “Sounds precede our birth. Precede our age. (…) Some sounds, some melodies tell us “the antique time” that lives today in us” Pascal Quignard

Paris, Limoges, Rome. In the time when it is reborn to a new life, sweet, strong, shared. 2011 – Maria A. Listur

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